lunedì 2 novembre 2015

Collezione ottobre 2015




The Fishermen è il bellissimo romanzo di un autore nigeriano, Chigozie Obioma. Non ancora tradotto e pubblicato in Italia, era nella cinquina dei candidati al Man Booker Prize 20015. Mi farebbe molto piacere vedere questo romanzo anche nelle librerie italiane, perché ha davvero tutti gli elementi per essere una lettura coinvolgente e stimolante. In parte potrebbe essere riassunto come una storia famigliare drammatica dove il normale corso della vita, tutto sommato agiata e serena, precipita tragicamente nel sangue. Ci sono tutta una serie di elementi che fanno sì che il romanzo non sia riducibile a questo. Il romanzo è pervaso dalla tensione tra le diverse anime della nazione nigeriana, dove si vivono quotidianamente, e nell'interiorità di ogni personaggio, delle forti contraddizioni culturali. Da una parte c'è il razionale stile di vita occidentale, c'è anche una forte spiritualità cristiana, ma esiste, quasi a un livello inconscio, anche un indissolubile rapporto con la terra e le sue tradizioni ancestrali. È una storia di contaminazione, dove questa eredità culturale sommersa, riflessa in superstizioni, può danneggiare e incrinare il sogno di felicità, tutto modulato su canoni occidentali, della famiglia protagonista. Obioma si mostra eccezionale per la capacità di parlare del su paese senza mai risultare didascalico o folkloristico, A questo proposito è notevole la capacità di di destreggiarsi dell'autore tra i diversi modi di esprimersi dei personaggi in base al contesto: dall'inglese perfetto delle situazioni formali, alla lingua ibrida e contaminata della quotidianità, alle frasi di sapore formulare delle lingue autoctone. Per questi e per altri motivi The Fishermen è un romanzo assolutamente valido. Da leggere.


La raccolta di racconti Fortune smiles del premio Pulitzer Adam Johnson fa della varietà la sua più evidente caratteristica. I racconti hanno tutti un'ambientazione diversa nel tempo e nello spazio. Trovo che sia una scelta apprezzabile: non c'è rischio di annoiarsi e di percepire quel filo di monotonia, come capita alle volte leggendo raccolte di racconti. C'è qualcosa che lega i testi di questa raccolta? In generale, si potrebbe dire che sono storie di esperienze di vita al limite. Sono ambientate in contesti difficili come la Germania dell'Est, i giorni successivi ad un uragano, in esilio in un paese straniero. In altri racconti i personaggi devono affrontare momenti delicati e drammatici, spesso rappresentati dalla malattia. Alcuni di questi racconti sono tutto sommato trascurabili, soprattutto i primi. Altri esplorano meglio il modo di reagire dei vari personaggi in tali situazioni. Emerge come uno stesso evento, coinvolgendo più persone, può essere visto da diversi punti di vista. Così, ad esempio, nella malattia c'è la prospettiva del malato ma anche delle persone che gli sono accanto, nell'esilio c'è chi accetta la nuova condizione e chi no. Anche questo libro non è ancora stato tradotto in italiano, attualmente è candidato al National Book Award 2015. Non mi affretterei a leggerlo in inglese, c'è probabilmente di meglio.


Continua il recupero dei classici italiani del Novecento con Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Forse l'opera più conosciuta dell'autore, ambientata naturalmente a Ferrara, nel ventennio fascista. I Finzi-Contini sono una ricca e borghese famiglia ebrea ferrarese, che vive per questo un po' appartata dal resto della comunità ebraica. Bassani descrive con tenerezza ed eleganza la vita di questa famiglia, chiusa nella loro splendida villa, a ridosso dell'entrata in vigore delle leggi razziali e alla loro tragica estinzione. Proprio in questo contesto sempre più ricco di ombre e minacce, acquista un valore simbolico il fragile ed effimero sentimento giovanile tra il narratore e Micol Finzi-Contini. Di questo romanzo mi ha colpito sicuramente la prospettiva particolarissima su quel delicato momento storico: l'atmosfera luminosa, l'opulenza borghese, il capriccio dei sentimenti, sono tutti elementi che stridono fortemente con la tragedia imminente. Offrono però uno sguardo diverso, dall'interno, sulla comunità ebraica e l'ebraismo. Devo dire che per il resto il romanzo non mi ha convinto molto, e anche lo stile di scrittura un po' troppo classicheggiante non mi ha fatto amare molto questa lettura.


Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è il bel libro che non ti aspetti. Il romanzo è il frutto dell'esperienza dello stesso Levi quando scontò un periodo di confino, nel 1935, in un piccolo paese della Lucania. L'aspetto più interessante del libro è che si tratta di un testo a metà strada tra il romanzo e il saggio, o meglio un romanzo che ingloba degli elementi del saggio. Una tendenza molto interessante anche della letteratura contemporanea. L'altra qualità per me importante è che Cristo si è fermato a Eboli non è il classico romanzo realista o neorealista sul Sud Italia, che mira principalmente a muovere un sentimento di compassione verso la miseria e la deprivazione di queste popolazioni. Levi ha invece una curiosità scientifica, antropologica, senza rinunciare anche a manifestare un trasporto emotivo e un sincero coinvolgimento verso la variegata umanità incontrata in questa immersione nel Sud Italia. Levi cerca di indagare le radici più profonde, precristiane, della cultura contadina, dimostrando che esiste un'inconciliabilità, ancora difficilmente superabile, tra questa realtà e la società del progresso, della città, di Roma (e del fascismo). Un testo fondamentale per riflettere sul divario tra Nord e Sud, e, in generale, sull'impossibilità di costruire una società, o una nazione, con l'imposizione e la violenza.


La lettura delle commedie di Aristofane è sempre, a mio parere, complicata. Ne I cavalieri, come in tutti gli altri suoi drammi, le vicende politiche e sociali contemporanee entrano così prepotentemente nel testo che, per poterlo comprendere a pieno, è necessaria una conoscenza molto precisa della storia greca, della cultura politica ateniese di V secolo. Per fortuna esistono edizioni come questa, curata da Guido Paduano, che prendono per mano il lettore fornendo note e saggi introduttivi esaurienti. L'arrogante e viscido servo Paflagone esercita un controllo totale sul vecchio padrone, di nome Popolo; due altri servi cercano quindi un modo per liberare il proprio padrone da questa cattiva influenza. Dietro la maschera di Paflagone è riconoscibile Cleone, leader politico ateniese passato alla storia per il suo irriducibile interventismo durante la Guerra del Peloponneso. Dal piano più domestico di una lotta tra servi, la commedia scivola sul piano politico, l'allegoria si sfalda e lascia sempre più scoperta la realtà. Come fare a spodestare Paflagone-Cleone, un demagogo corrotto? La risposta a cui arrivano i personaggi della commedia è paradossale: trovare qualcuno peggio di lui, un salsicciaio, che ottenga la fiducia del popolo ateniese. Come in altre commedie, Aristofane individua nella demagogia una dei mali più profondi della democrazia ateniese. Un approccio che non mi interessa particolarmente è quello di rilevare morbosamente quanto sia attuale un testo del genere, ma è indubbio che l'allegoria inscenata da Aristofane sia tutt'oggi proponibile. Tra le commedie di Aristofane che ho letto, questa è tra le meno indicate per chi volesse cominciare. Per potersela gustare, anche per le battute e le allusioni più immediate, occorre comunque un minimo di confidenza con il genere.