domenica 4 ottobre 2015

Collezione settembre 2015






Luce d'agosto è probabilmente uno dei romanzi più celebrati della letteratura americana, di uno degli autori più celebrati della letteratura americana, William Faulkner. Avrebbe dovuto essere la lettura del mese, perno delle mie giornate. Insomma, avevo puntato molto su questo romanzo. Non posso dire che non mi sia piaciuto ma non è nemmeno stata una rivelazione o un'esperienza così forte come molti altri lettori descrivono. È un romanzo a più voci, dalla costruzione complessa ma del tutto seguibile, ambientato nell'America del Sud all'epoca del proibizionismo e della segregazione razziale. Alla vicenda principale si collegano le storie dei vari personaggi coinvolti, in questo modo Faulkner riesce a indagare in profondità le cause più intime, e spesso oscure, tragiche, dell'agire dei protagonisti. Ad emergere è inevitabilmente anche il difficile contesto sociale, le forti contraddizioni interne. Xenofobia, questione razziale, rigore morale, desiderio di trasgressione, fervore religioso, desiderio di riscatto sociale, rabbia. Tutti questi elementi creano in ciascuno dei personaggi una miscela esplosiva. Certo, è un romanzo di grande spessore, a cui non si può dire niente di male. Purtroppo non mi ha coinvolto emotivamente come speravo; anche a livello stilistico mi ha impressionato solo sporadicamente.


Con Epepe, romanzo dell'autore ungherese Ferenc Karinthy, siamo invece in piena atmosfera kafkiana. Un professore di linguistica si trova, per errore, in una misteriosa città in cui non si parla nessuna lingua conosciuta e dove ogni tentativo di comunicazione sembra destinato a fallire. Il professore, intrappolato in un mondo che non riesce a decifrare, prova con tutti i suoi mezzi, e le sue conoscenze, a spezzare quest'incomunicabilità totale. Il romanzo, fin dalle prime pagine, riesce a evocare uno stato d'angoscia che accompagna il lettore fino alla fine, anche solo per il semplice meccanismo di immedesimazione che si crea. Oltre a questo, è anche la descrizione della città, e della sua vita frenetica apparentemente senza senso (sì, sotto sotto è Kafka anche questo), a prostrare il lettore. Che esito avranno i tentativi del professore di evadere da questo mondo? Riuscirà a stabilire un contatto con qualcuno? C'è una debole speranza? Questo lo lascio a voi. Non sono proprio sicuro che questo libro regga il confronto con Kafka, che probabilmente rimane per certi versi più radicale, ma è sicuramente un romanzo che offre ottimi spunti di riflessione e, allo stesso tempo, lascia una traccia emotiva nel lettore.


Quando posso cerco di recuperare qualche classico del Novecento italiano, tra i molti che devo ancora leggere o quelli di cui non ho che un ricordo sfuocato. In quest'ultimo gruppo rientra il caso de Il barone rampante, letto molti anni fa, che ora mi è capitato di riprendere in mano assieme a Il visconte dimezzato. Non mi metto a ricordarne la trama, soprattutto perché, avendo questi romanzi una natura fiabesca, trovo abbia poco senso anticipare anche minimi elementi, per non degradare il piacere della lettura. Vorrei però provare a dire perché sono dei romanzi che, nella loro semplicità, meritano di essere letti. Italo Calvino ci fa fare a noi lettori adulti uno sforzo di fantasia bellissimo: ci fa accettare, come bambini, ciò che è incredibile e inverosimile. Più che cercare significati reconditi, insegnamenti, credo che l'approccio più appagante, e non meno significativo, sia proprio l'abbandonarsi al testo. Solo in un secondo momento si possono poi lasciare affiorare dei dettagli che rivelino come, in fondo, questi romanzi si occupino di inquietudini dell'uomo moderno, del suo essere sempre diviso a metà, incompleto, del suo desiderio di libertà. Naturalmente concluderò a breve la trilogia degli antenati, ma ho il sospetto che il recupero di Calvino nei prossimi mesi non si limiterà a Il cavaliere inesistente.