domenica 28 giugno 2015

Gli scaduti - Lidia Ravera





Nel futuro non poi così distante in cui è ambientato Gli scaduti, si assiste a una radicale riorganizzazione della società: secondo un rigido principio di ricambio generazionale, i sessantenni sono costretti per legge a lasciare il posto di lavoro, la famiglia e gli affetti. Separati per sesso, caricati su treni diretti verso una misteriosa località, trascorreranno il resto della loro vita in un luogo di ritiro, più o meno decoroso in base alla propria estrazione sociale. Umberto è un sessantenne che sembra inizialmente rassegnarsi a questo nuovo corso della sua vita, lentamente affiora però un moto di ribellione, a partire da piccoli gesti fino a episodi più eclatanti. Nel frattempo Elisabetta, moglie di Umberto, più giovane di qualche anno (quindi non ancora 'rottamata'), vive la separazione dal suo amore in modo ancora più disperato. Figura indocile, colta e di ottima posizione sociale come il marito, Elisabetta non si rassegna al corso degli eventi, ma proverà a sovvertirli. Tra i due protagonisti c'è poi la nuova generazione al potere, rappresentata dal figlio Matteo, ambizioso e sempre più vicino a posizioni di potere, e dalla sua compagna, la ragazza perfetta, giovane, sana, incinta e incredibilmente antipatica.

Questi sono gli ingredienti della narrazione, ma parlare di trama è troppo. Il romanzo si inserisce pienamente nel genere distopico, con il classico andamento in cui, a una situazione iniziale vissuta passivamente dai suoi protagonisti, si oppone una seconda fase di ribellione più o meno consapevole. Peccato che la Ravera, forse per distaccarsi dalle derive più commerciali e adolescenziali del genere, abbia rinunciato totalmente all'azione, a uno sviluppo incalzante della trama. Ha colto del genere solo l'idea di fondo, la descrizione di un futuro in cui delle pericolose tendenze del presente vengono portate agli estremi, per scrivere fondamentalmente una specie di pamphlet politico ottuso, che non ha niente a che vedere con un romanzo. L'atteggiamento moraleggiante sovrasta tutti gli altri elementi, lo spettro del romanzo a tesi si concretizza di pagina in pagina. La Ravera ha costruito il testo con una trama inesistente, a tratti talmente inverosimile e ingenua da far sorridere (o scaraventare il libro fuori dalla finestra). Ci sono certamente fughe, ribellioni, litigi, scontri tra personaggi, ma tutto questo non ha sostanza o carattere. La banalità e gli esiti scontati di ogni azione trionfano. Il finale è poi un capolavoro di idiozia. Lidia Ravera inscena un moto di ribellione schifosamente borghese, dove le contestazioni si fanno in circoli salottieri, il sistema si sovverte a suon di favori grazie alle amicizie potenti, e alle fughe disperate dei suoi protagonisti non può mancare il tocco di classe che solo una carta di credito può dare.


Gli scaduti, dunque, è un romanzo distopico dalla trama traballante e di un'ingenuità incomprensibile. Non è solo questo a deludere. Il libro è scritto pure male. Accanto un modo di procedere piuttosto semplice e lineare, ci sono pezzi di un'artificiosità insopportabile, paragoni e metafore stridenti e ingombranti, un'ostentazione di tecnica di scrittura del tutto fuori contesto. Questo è un grande problema per un romanzo del genere: non riuscire ad essere evocativi, a dare concretezza a quel futuro terribile rendendolo per il lettore qualcosa di possibile e minaccioso. La Ravera risulta troppo concentrata a fornire facili ammiccamenti alla contemporaneità, dimostra un totale disinteresse per la storia che narra, non crea alcun tipo di empatia. 

Ogni tanto la Ravera vuole essere provocatoria e caustica e allora sporca la sua scrittura, esagera, scrive pagliacciate tipo: 
Umberto Delgado è mio padre, da lui ho imparato prima a raggiungere e poi a mantenere la posizione eretta, a controllare gli sfinteri e le emozioni …
Perfetto! Che bello apprendere che evidentemente la Ravera ha imparato dal padre a controllare gli sfinteri, ma ancora più interessante è l'accostamento sfinteri/emozioni. Alta scrittura.


Nel passo che vi propongo adesso potrete notare una grandissima prova di empatia. Elisabetta è distrutta, la nostalgia per Umberto è devastante, il figlio Matteo assiste a un momento di sconforto della madre, e dice:
Che succede eh? Quali fantasie sinistre ha partorito il tuo eccesso di immaginazione?
Occorre commentare questa battuta? La spontaneità e la freschezza, il moto di affetto di un figlio verso la madre? 


L. Ravera, Gli Scaduti, Bompiani 2015,
222 pagine.
Quello che più sconcerta del romanzo è però proprio nell'idea di fondo. Come già detto, il metodo di costruzione di questa realtà distopica è dei più classici: si prendono aspetti della realtà contemporanea, si estremizzano mostrandone tutte le potenziali perversioni. Peccato che la capacità di analisi della contemporaneità dell'autrice si riveli assolutamente superficiale, di conseguenza il futuro immaginato dalla Ravera non può che essere pieno di stereotipi e bacchettate moralizzatrici di pessimo gusto. La Ravera contrappone, ai pregiudizi contemporanei, certamente esecrabili, dei cosiddetti ''rottamatori'', altrettanti pregiudizi sui giovani. Il giudizio sulla società attuale, sui recenti sviluppi politici renziani, è fin troppo evidente. Ancora più fastidiosa è l'insinuazione e la falsa generalizzazione che la gioventù (o meglio dire qualsiasi generazione diversa da quella rappresentata dall'autrice) debba per forza essere sinonimo di ignoranza e superficialità.

Il modo con cui è costruita questa distopia è del tutto sbagliato. La Ravera butta dentro di tutto in modo scriteriato, si dilunga in spiegazioni non richieste. Riesce nel difficilissimo compito di rendere banale e scontato perfino un mondo immaginario! Ci sono, ad esempio, dei dettagli a dir poco ridicoli. 

I libri e le riviste di carta sono in quell'epoca una rarità, e naturalmente la scrittrice non può non far trapelare il suo sdegno per questa sconvolgente rivoluzione culturale. Il romanzo è, del resto, puntellato da continue ignoranti frecciate al progresso tecnologico, alla rete, a quella cosa strana che si chiama internet. Forse il libro lo ha scritto negli anni 90?

Perché poi non riservare una stoccata a uno dei problemi più assillanti della nostra società? La corruzione? L'indifferenza sociale? Le disuguaglianze? Macché! L'aperitivo! 
Le piaceva andare all'aperodromo, dove si correva su pista fino allo sfinimento, si gareggiava, si vincevano aperitivi di colori vivaci. Si faceva la doccia con decine di sconosciuti dai corpi scolpiti. Certe volte si faceva sesso di gruppo. Mescolando umori.
Ma che locali frequenta la Ravera? E quel ''mescolando umori''? I grandi mali del mondo: sesso e spritz.


Altro problema che assilla l'autrice, che la preoccupa profondamente, è il dresscode del suo mondo distopico:
Le donne, finché erano nel fulgore della giovinezza, indossavano pochissima stoffa, molte borchie e cerniere, corsetti e corpetti, calze a rete, spalline sottili. Più avanti, negli anni che procedevano il ritiro, era incoraggiata la modestia. Calzoni e maglioni, gonne al ginocchio e camicette, completini da hostess, colori scuri.
La nostra autrice, Lidia Ravera il censore, ai giovani non concede neppure buon gusto nel vestire. Lo sguardo della scrittrice è così superficiale che, giustamente, non può che soffermarsi su questi dettagli, da cui dovrebbe emergere che cosa? L'erosione dei valori morali? O del guardaroba? Per la Ravera il futuro ha un disperato bisogno di Chanel.


Altra pratica devastante e da stigmatizzare sono i selfie, tanto che nel romanzo non possono mancare dei desolanti selfie bar:
Tutti i selfie bar sono scatole vuote: ci sono i tavolini, ogni tavolino è dotato di una tastiera, si ordina da un menù, si clicca e  la bevanda, o il cibo richiesto saltano fuori da una botola. … Gli avventori sono rigorosamente soli. Si isolano nella musica, non si guardano gli uni con gli altri. Ogni tavolino ha il suo flash. Ci si può fotografare o filmare mentre si mangia, mentre si beve, o mentre si aspetta che passi il tempo.
Qui è abbastanza palese quanto sia limitata l'analisi della Ravera, che con chili di spocchia se la prende con un fenomeno di costume, ergendolo a male assoluto. Anche in altri passi dimostra una sorta di astio incomprensibile verso la tecnologia, che rivela soprattutto una grande ignoranza in materia e una capacità di analisi del contemporaneo vergognosamente stereotipata.

Oscurantista, superficiale, ignorante. No, non mi fa paura ciò che Lidia Ravera ha immaginato, mi fa paura pensare che ci siano scrittori del genere, scrittori che scambiano la letteratura per un luogo dove riversare il loro livore per una realtà che non comprendono più.



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