martedì 30 giugno 2015

Collezione giugno 2015




Ecco quello che ho letto questo mese. Sarò rapido, se poi ci sarà qualche cosa da aggiungere, lo farò con calma in recensioni singole, il caldo si fa sentire e il mare chiama...


Qui è il titolo del graphic novel molto particolare di Richard McGuire. Ogni tavola che compone il libro ha lo stesso punto di vista, inquadra, per così dire, la stessa scena, ma attraverso continui spostamenti sull'asse temporale si intrecciano le storie delle persone che hanno abitato quel luogo in momenti diversi. Per la maggior parte del libro questo luogo corrisponde al salotto di una casa. McGuire spinge questo spostamento cronologico all'estremo, mostrando cosa vi fosse in quel luogo prima della costruzione della casa, prima della formazione dei continenti e così via. Non solo ci fa viaggiare nel passato, ma anche nel futuro! I piani temporali si intersecano, con un particolare effetto visivo, in ogni tavola è possibile vedere eventi che sono avvenuti nello stesso luogo su piani temporali diversi. Avete capito qualcosa? No, vero? Fate prima a prenderlo in mano e sfogliarlo. Sicuramente è un'esperienza di lettura insolita, l'idea è molto originale, ma il risultato finale non è eccezionale. Graficamente è indiscutibilmente bello, ma dopo un po' questi salti temporali sono ridondanti. Non mi ha lasciato granché un volta arrivato alla fine.


Giovanni e le mani è un breve romanzo di Franco Fortini. Giovanni ha una malattia, che non viene mai descritta nel libro, si sa solo che è molto grave, ma che è possibile tenerla sotto controllo con delle cure assidue. In verità, fin dalle prime pagine, è piuttosto chiaro che questa malattia ha dei connotati più metaforici che reali. Giovanni è un uomo sospeso, trascorre la sua vita in attesa, con la minaccia incombente rappresentata da questa malattia. È possibile una cura per questo stato, per questa condizione? Giovanni proverà a cercarla attraverso l'aiuto di due medici molto diversi. Il romanzo è molto interessante, merita una rilettura e forse uno spazio maggiore anche in questo blog. Si sente l'influsso kafkiano, e questo continuo entrare e uscire dalla metafora della malattia mi è abbastanza piaciuto.


Vergogna è uno dei romanzi più famosi dell'autore sudafricano John Maxwell Coetzee. David è un insegnante universitario caduto in disgrazia per uno scandalo sessuale, costretto a lasciare il lavoro si trasferisce dalla figlia che vive in una fattoria in campagna. Il romanzo ha al suo centro il rapporto tra padre e figlia, ma anche la difficile convivenza, specie nelle aree più periferiche del paese, tra comunità bianca e nera. È scritto in modo molto asciutto, quasi ruvido. È un buon romanzo, ma mi aspettavo di più.



Il romanzo del mese è stato senza dubbio Amatissima del premio Nobel Toni Morrison. Un libro complesso ma assolutamente appagante. C'è il tema della schiavitù e della libertà, dell'amore protettivo di una madre, c'è la sofferenza di singole storie strazianti che si intrecciano tra loro, c'è la storia americana in un momento estremamente delicato, forse ancora da metabolizzare completamente. Un grande merito ha anche lo stile magistrale della Morrison nel rendere il romanzo così coinvolgente. Insomma, c'è una storia forte, un contesto storico e sociale forte e una scrittura perfettamente all'altezza del compito. Cosa aspettate? Leggete Amatissima!


Le inutili vergogne è il secondo romanzo di Eduardo Savarese. La storia ha come protagonista un medico, appartenente a una ricca e agiata famiglia, che cela la sua omosessualità precludendosi la possibilità di trovare stabilità e serenità con un compagno, accontentandosi invece di avventure occasionali. Attraverso incontri inaspettati e particolari, e il riaffiorare di alcuni ricordi d'infanzia, il protagonista inizia un percorso di liberazione dalle sue inibizioni, le sue inutili vergogne. Nel romanzo c'è anche una riflessione sui vari tipi di amore, carnale e spirituale. Il romanzo non mi ha convinto molto né da un punto di vista stilistico né per il contenuto in sé. Ho trovato alcune forzature nella caratterizzazione dei personaggi e nel modo in cui si struttura la vicenda. Sospendo il giudizio su Savarese, aspettando l'occasione per leggere altro.


Vizio di forma di Thomas Pynchon avrebbe dovuto essere la lettura divertente e spensierata del mese. L'idea di seguire una specie di detective fricchettone anni 70 nelle sue indagini, tra fumi e incontri di personaggi strampalati, devo dire che mi attirava molto. Peccato che questo romanzo è stato per me la noia più assoluta. Ho avuto serie difficoltà ad andare avanti, a un certo punto ho accelerato, giusto per vedere cosa succedeva verso la fine e per non abbandonarlo. Probabilmente sono io che non riesco ad apprezzare una certa ironia e un certo modo di costruire un romanzo, ma proprio non mi è piaciuto. Per il momento mi tocca congelare Pynchon, chissà, in futuro potrei cambiare gusti.



Ho letto anche Caro signor M., l'ultimo romanzo dell'autore olandese Herman Koch. Non avevo mai letto niente di suo, mi piacerebbe prima o poi recuperare anche La cena, probabilmente il suo libro più famoso. Il signor M. è un celebre e acclamato scrittore ormai in una fase discendente della sua carriera, ma che in passato ha avuto grande fama sopratutto per un romanzo che, traendo spunto da una storia vera, raccontava la misteriosa scomparsa di un professore in cui sembrano essere coinvolti due suoi alunni. Koch mescola sapientemente la storia dello scrittore, sempre più spaventato dal probabile oblio che attende la sua opera dopo la sua morte, e la storia vera della scomparsa del professore. Finzione e realtà si alternano, i punti di vista si moltiplicano, Koch riesce a far sprofondare il lettore in un gioco letterario accattivante. È un romanzo leggero ma di gusto, raffinato. Adatto a trascorrere qualche bella giornata estiva sprofondati nella lettura. Un piccolo difetto è probabilmente la lunghezza un po' eccessiva rispetto a quello che effettivamente viene narrato.


domenica 28 giugno 2015

Gli scaduti - Lidia Ravera





Nel futuro non poi così distante in cui è ambientato Gli scaduti, si assiste a una radicale riorganizzazione della società: secondo un rigido principio di ricambio generazionale, i sessantenni sono costretti per legge a lasciare il posto di lavoro, la famiglia e gli affetti. Separati per sesso, caricati su treni diretti verso una misteriosa località, trascorreranno il resto della loro vita in un luogo di ritiro, più o meno decoroso in base alla propria estrazione sociale. Umberto è un sessantenne che sembra inizialmente rassegnarsi a questo nuovo corso della sua vita, lentamente affiora però un moto di ribellione, a partire da piccoli gesti fino a episodi più eclatanti. Nel frattempo Elisabetta, moglie di Umberto, più giovane di qualche anno (quindi non ancora 'rottamata'), vive la separazione dal suo amore in modo ancora più disperato. Figura indocile, colta e di ottima posizione sociale come il marito, Elisabetta non si rassegna al corso degli eventi, ma proverà a sovvertirli. Tra i due protagonisti c'è poi la nuova generazione al potere, rappresentata dal figlio Matteo, ambizioso e sempre più vicino a posizioni di potere, e dalla sua compagna, la ragazza perfetta, giovane, sana, incinta e incredibilmente antipatica.

Questi sono gli ingredienti della narrazione, ma parlare di trama è troppo. Il romanzo si inserisce pienamente nel genere distopico, con il classico andamento in cui, a una situazione iniziale vissuta passivamente dai suoi protagonisti, si oppone una seconda fase di ribellione più o meno consapevole. Peccato che la Ravera, forse per distaccarsi dalle derive più commerciali e adolescenziali del genere, abbia rinunciato totalmente all'azione, a uno sviluppo incalzante della trama. Ha colto del genere solo l'idea di fondo, la descrizione di un futuro in cui delle pericolose tendenze del presente vengono portate agli estremi, per scrivere fondamentalmente una specie di pamphlet politico ottuso, che non ha niente a che vedere con un romanzo. L'atteggiamento moraleggiante sovrasta tutti gli altri elementi, lo spettro del romanzo a tesi si concretizza di pagina in pagina. La Ravera ha costruito il testo con una trama inesistente, a tratti talmente inverosimile e ingenua da far sorridere (o scaraventare il libro fuori dalla finestra). Ci sono certamente fughe, ribellioni, litigi, scontri tra personaggi, ma tutto questo non ha sostanza o carattere. La banalità e gli esiti scontati di ogni azione trionfano. Il finale è poi un capolavoro di idiozia. Lidia Ravera inscena un moto di ribellione schifosamente borghese, dove le contestazioni si fanno in circoli salottieri, il sistema si sovverte a suon di favori grazie alle amicizie potenti, e alle fughe disperate dei suoi protagonisti non può mancare il tocco di classe che solo una carta di credito può dare.


Gli scaduti, dunque, è un romanzo distopico dalla trama traballante e di un'ingenuità incomprensibile. Non è solo questo a deludere. Il libro è scritto pure male. Accanto un modo di procedere piuttosto semplice e lineare, ci sono pezzi di un'artificiosità insopportabile, paragoni e metafore stridenti e ingombranti, un'ostentazione di tecnica di scrittura del tutto fuori contesto. Questo è un grande problema per un romanzo del genere: non riuscire ad essere evocativi, a dare concretezza a quel futuro terribile rendendolo per il lettore qualcosa di possibile e minaccioso. La Ravera risulta troppo concentrata a fornire facili ammiccamenti alla contemporaneità, dimostra un totale disinteresse per la storia che narra, non crea alcun tipo di empatia. 

Ogni tanto la Ravera vuole essere provocatoria e caustica e allora sporca la sua scrittura, esagera, scrive pagliacciate tipo: 
Umberto Delgado è mio padre, da lui ho imparato prima a raggiungere e poi a mantenere la posizione eretta, a controllare gli sfinteri e le emozioni …
Perfetto! Che bello apprendere che evidentemente la Ravera ha imparato dal padre a controllare gli sfinteri, ma ancora più interessante è l'accostamento sfinteri/emozioni. Alta scrittura.


Nel passo che vi propongo adesso potrete notare una grandissima prova di empatia. Elisabetta è distrutta, la nostalgia per Umberto è devastante, il figlio Matteo assiste a un momento di sconforto della madre, e dice:
Che succede eh? Quali fantasie sinistre ha partorito il tuo eccesso di immaginazione?
Occorre commentare questa battuta? La spontaneità e la freschezza, il moto di affetto di un figlio verso la madre? 


L. Ravera, Gli Scaduti, Bompiani 2015,
222 pagine.
Quello che più sconcerta del romanzo è però proprio nell'idea di fondo. Come già detto, il metodo di costruzione di questa realtà distopica è dei più classici: si prendono aspetti della realtà contemporanea, si estremizzano mostrandone tutte le potenziali perversioni. Peccato che la capacità di analisi della contemporaneità dell'autrice si riveli assolutamente superficiale, di conseguenza il futuro immaginato dalla Ravera non può che essere pieno di stereotipi e bacchettate moralizzatrici di pessimo gusto. La Ravera contrappone, ai pregiudizi contemporanei, certamente esecrabili, dei cosiddetti ''rottamatori'', altrettanti pregiudizi sui giovani. Il giudizio sulla società attuale, sui recenti sviluppi politici renziani, è fin troppo evidente. Ancora più fastidiosa è l'insinuazione e la falsa generalizzazione che la gioventù (o meglio dire qualsiasi generazione diversa da quella rappresentata dall'autrice) debba per forza essere sinonimo di ignoranza e superficialità.

Il modo con cui è costruita questa distopia è del tutto sbagliato. La Ravera butta dentro di tutto in modo scriteriato, si dilunga in spiegazioni non richieste. Riesce nel difficilissimo compito di rendere banale e scontato perfino un mondo immaginario! Ci sono, ad esempio, dei dettagli a dir poco ridicoli. 

I libri e le riviste di carta sono in quell'epoca una rarità, e naturalmente la scrittrice non può non far trapelare il suo sdegno per questa sconvolgente rivoluzione culturale. Il romanzo è, del resto, puntellato da continue ignoranti frecciate al progresso tecnologico, alla rete, a quella cosa strana che si chiama internet. Forse il libro lo ha scritto negli anni 90?

Perché poi non riservare una stoccata a uno dei problemi più assillanti della nostra società? La corruzione? L'indifferenza sociale? Le disuguaglianze? Macché! L'aperitivo! 
Le piaceva andare all'aperodromo, dove si correva su pista fino allo sfinimento, si gareggiava, si vincevano aperitivi di colori vivaci. Si faceva la doccia con decine di sconosciuti dai corpi scolpiti. Certe volte si faceva sesso di gruppo. Mescolando umori.
Ma che locali frequenta la Ravera? E quel ''mescolando umori''? I grandi mali del mondo: sesso e spritz.


Altro problema che assilla l'autrice, che la preoccupa profondamente, è il dresscode del suo mondo distopico:
Le donne, finché erano nel fulgore della giovinezza, indossavano pochissima stoffa, molte borchie e cerniere, corsetti e corpetti, calze a rete, spalline sottili. Più avanti, negli anni che procedevano il ritiro, era incoraggiata la modestia. Calzoni e maglioni, gonne al ginocchio e camicette, completini da hostess, colori scuri.
La nostra autrice, Lidia Ravera il censore, ai giovani non concede neppure buon gusto nel vestire. Lo sguardo della scrittrice è così superficiale che, giustamente, non può che soffermarsi su questi dettagli, da cui dovrebbe emergere che cosa? L'erosione dei valori morali? O del guardaroba? Per la Ravera il futuro ha un disperato bisogno di Chanel.


Altra pratica devastante e da stigmatizzare sono i selfie, tanto che nel romanzo non possono mancare dei desolanti selfie bar:
Tutti i selfie bar sono scatole vuote: ci sono i tavolini, ogni tavolino è dotato di una tastiera, si ordina da un menù, si clicca e  la bevanda, o il cibo richiesto saltano fuori da una botola. … Gli avventori sono rigorosamente soli. Si isolano nella musica, non si guardano gli uni con gli altri. Ogni tavolino ha il suo flash. Ci si può fotografare o filmare mentre si mangia, mentre si beve, o mentre si aspetta che passi il tempo.
Qui è abbastanza palese quanto sia limitata l'analisi della Ravera, che con chili di spocchia se la prende con un fenomeno di costume, ergendolo a male assoluto. Anche in altri passi dimostra una sorta di astio incomprensibile verso la tecnologia, che rivela soprattutto una grande ignoranza in materia e una capacità di analisi del contemporaneo vergognosamente stereotipata.

Oscurantista, superficiale, ignorante. No, non mi fa paura ciò che Lidia Ravera ha immaginato, mi fa paura pensare che ci siano scrittori del genere, scrittori che scambiano la letteratura per un luogo dove riversare il loro livore per una realtà che non comprendono più.



giovedì 18 giugno 2015

I giovani - J. D. Salinger (#1 Storia di un libro)



Questo articolo ha come oggetto un libro, ma non è una recensione. Il libro è Three Early Stories, raccolta di racconti di J.D. Salinger, uscita in Italia con il titolo I giovani, tradotta da Delfina Vezzoli per Il Saggiatore (2015). Occorre fare prima qualche passo indietro e vedere un po' come è nata questa raccolta, in un secondo articolo mi vorrei occupare meglio dell'edizione italiana e, più direttamente, dei racconti.

No good book deserves to fall into obscurity. Questo è il motto di una casa editrice indipendente americana, la Devault-Graves. Nel maggio 2014 sorprende tutti i lettori di Salinger con la pubblicazione di una raccolta di tre racconti giovanili dell'autore. Dico 'sorprende' perché sono note le rigide disposizioni testamentarie di Salinger che bloccano (fino a una certa data?) la pubblicazione di inediti e la ripubblicazione di lavori che esulano dal ristretto canone di opere autorizzate. Ci sono infatti alcuni racconti di cui, pur essendo stati già pubblicati, Salinger ha impedito la ripubblicazione in altra veste editoriale. A essere rigorosi, dunque, di Salinger esistono sia dei testi totalmente inediti, sia dei testi che in qualche forma sono stati pubblicati su riviste e giornali, testi che al momento sarebbero destinati a restare sconosciuti per la maggior parte dei lettori.


Nel caso di di Three Early Stories si tratta di una riedizione, i tre racconti erano già stati pubblicati. Gli editori hanno violato il veto di Salinger? In un certo senso no. Grazie a un'accurata ricerca tra i ventuno racconti pubblicati dallo scrittore prima dell'uscita de Il Giovane Holden (1951), gli editori hanno scoperto che tre di questi racconti non erano mai stati registrati dall'autore tra le opere protette da eventuali pubblicazioni. Ma non basta, per aggirare ogni possibile reclamo e giustificare la nuova edizione, gli editori hanno dovuto trovare un modo per aggiungere qualcosa di unico e originale al testo: ecco quindi l'idea di accompagnare i racconti con delle illustrazioni realizzate ad hoc. Da una parte c'è dunque la legge che consente l'acquisizione dei diritti, dall'altra è evidente che Salinger non avrebbe permesso la pubblicazione nemmeno di questi tre racconti, figuriamoci se accompagnati da illustrazioni! Dal momento che abbiamo in mano questo libro, direi che è chiaro chi l'abbia spuntata.

Edito e inedito, e forse anche una via di mezzo. Qui si potrebbe aprire l'annosa questione da una parte del rispetto della volontà dell'autore, e dall'altra di una sorta di diritto alla fruizione di un'opera che è comunque da considerarsi un patrimonio collettivo, come lo è sicuramente tutta la letteratura. Fino a dove si deve spingere il rispetto per la proprietà intellettuale di un autore? Un testo, benché inedito o difficilmente reperibile, c'è. Come negarne l'esistenza? Non avrebbe potuto l'autore stesso provvedere alla distruzione del materiale da non pubblicare? Mi sento tuttavia di fare alcune precisazioni in merito.

Nel 19 a.C. muore Publio Virgilio Marone, il suo capolavoro, l'Eneide, deve ancora essere rifinito, alcuni versi sono solo abbozzati. L'Eneide dunque è destinata, dal suo stesso autore, ad essere distrutta dalle fiamme; ma grazie all'intervento di Vario Rufo, e l'interessamento di Augusto, l'opera viene comunque pubblicata benché imperfetta. L'Eneide sarà poi per secoli il testo latino più letto. Il testo più rappresentativo della classicità latina è stato pubblicato contro la volontà dell'autore. Questo dimostra incontrovertibilmente che assumere una posizione di estrema rigidità nel rispetto della volontà di un autore potrebbe portare dei danni irreparabili, non a dei lettori un po' troppo ossessionati, ma, potenzialmente, alla storia di una civiltà intera.

Ma il caso dei tre racconti di Salinger è ancora diverso. Come ho già sottolineato, non si tratta di testi finora inediti! I racconti in questione appartengono alla prima produzione dell'autore ed erano stati pubblicati su piccole riviste tra il 1940 e il 1944. Insomma, sono racconti che erano già usciti dal cassetto della scrivania di Salinger. Al di là delle questioni legali, di copywright, se si considera la vicenda da un punto di vista più filologico-letterario, un testo può essere edito o inedito, non ci sono vie di mezzo. Un testo edito è per definizione disponibile a un pubblico potenziale, grande o piccolo che sia, e ha una vita propria, indipendente da quella dell'autore, in particolar modo dopo la sua morte. Salinger è più di un autore di culto, il posto delle sue opere nella letteratura americana (e non solo) è palese, le sue opere sono un patrimonio collettivo. Questo per dire che, a mio parere, è pienamente legittimo e assolutamente da non biasimare il fatto di ripubblicare questi tre racconti (anche se con mezzi forse poco ortodossi). Sarebbe anche altrettanto auspicabile che gli altri racconti, già pubblicati su riviste e giornali ma sui quali pende il divieto di Salinger, siano ripubblicati. Naturalmente il discorso è del tutto differente per quanto riguarda i testi ancora inediti, le motivazioni di un autore di non pubblicare un'opera posso essere molto profonde; ma occorre comunque tenere presente la morale del caso virgiliano.

Ci sono poi certamente delle accortezze che permetterebbero una pubblicazione perlomeno rispettosa dell'autore, anche di un autore così problematico come Salinger. Raccogliere i racconti in un'antologia con un titolo non scelto da Salinger, magari con un ordine particolare dei testi, sarebbe probabilmente forzare troppo; meglio, ad esempio, un'edizione filologicamente neutra e inappuntabile che segua l'ordine di pubblicazione dei racconti, senza aggiungere altro. Un'edizione del genere non riesco proprio a vederla come un tradimento. Con il diffondersi dell'editoria digitale non sarebbe poi impensabile pubblicare i racconti singolarmente, riportando essenzialmente il testo apparso sulle riviste e i giornali. Sempre per una questione di rispetto, la scelta/necessità degli editori di accompagnare i tre racconti con illustrazioni non è tra le più felici.

Un'ultima nota. Con questo libro non siamo di fronte all'ennesimo caso in cui si scandagliano gli abissi della produzione minore e di dubbio valore di uno scrittore pur di pubblicare qualcosa. I racconti sono sorprendentemente già molto 'salingeriani', anche se giovanili e magari non all'altezza dei testi più noti di Salinger. L'esiguità di materiale su questo scrittore rende sicuramente interessante anche l'uscita di una raccolta così contenuta.


Piccola rassegna stampa:

Qui vi propongo una breve selezione degli articoli da cui ho tratto le informazioni sulla storia editoriale del testo. In verità la vicenda delle opere inedite ed edite di Salinger è molto più complessa, come è complesso l'atteggiamento dello scrittore verso la scrittura in sé, la celebrità, l'eredità letteraria che ha lasciato. Io non sono in grado di restituire tutto questo, non sono un cultore di Salinger! Nella sua storia non mancano vari tentativi di pubblicazione, accordi saltati, edizioni non approvate dall'autore e un certo mistero intorno a delle possibili imminenti pubblicazioni postume volute dall'autore stesso. Ancora una volta tutto questo fermento non può che far riflettere sulla reale proprietà di un'opera intellettuale, sulla letteratura come bene comune, sulla filologia d'autore e sulle responsabilità di un'editoria di qualità.

Questa è la pagina dell'editore in cui si presenta la raccolta. Non manca un'esauriente rassegna stampa. Interessanti le notazioni sulle riviste da cui sono stati tratti i racconti e una brevissima ma efficace presentazione di ciascuno dei tre racconti.

Questo è l'articolo del The Guardian che riassume brevemente la vicenda editoriale e di acquisizione dei diritti. C'è anche un'allusione all'uscita, questa volta assolutamente illegale, di altri tre testi di Salinger, tra cui un racconto che sembra particolarmente interessante.

Questo è uno dei primi articoli scritti in occasione dell'uscita della raccolta. Si trovano anche brevi dichiarazioni dell'editore sul tema delle illustrazioni e sulla scelta della veste grafica.

In questo articolo del Washington Post si spiega meglio la strategia dell'illustrare i racconti, si possono leggere anche delle dichiarazioni dell'artista.

Il documento più interessante, assolutamente da conoscere per tutti gli amanti di Salinger, è questo articolo apparso nel New York Times del 1974. Salinger, per la prima volta dopo vent'anni, rilascia un'intervista telefonica in cui spiega i motivi del suo silenzio, il conflittuale rapporto con l'editoria e la reazione infastidita per le edizioni non approvate delle sue opere. Una riflessione sempre attuale sul libro e la letteratura anche come prodotti di consumo.




giovedì 4 giugno 2015

Collezione maggio 2015




Letture del mese di maggio. L'America ha avuto la meglio.

Il libro che più mi ha tenuto occupato questo mese è senz'altro Perfidia di James Ellroy. Con questo voluminoso libro l'autore inaugura un nuovo ciclo di romanzi ambientati a Los Angeles. Perfidia si apre con uno degli eventi più drammatici della storia americana, l'attacco giapponese a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. A questo evento shock si unisce, con un sospetto tempismo, l'apparente suicidio rituale dei Watanabe, una delle tante famiglie della comunità giapponese stanziatasi in California. Ellroy, seguendo la complicata indagine su questo delitto, svolta da diversi e torbidi personaggi del dipartimento di polizia della città, dispiega una narrazione spregiudicata, un complicato intreccio dalle innumerevoli deviazioni e sottotrame. Los Angeles è una città piena di contraddizioni, marcescente, corrotta; il suo distretto di polizia è lo specchio di questa condizione. È stata una lettura divertente ma anche di un certo spessore, non tanto per il giallo in sé, poco più di un pretesto narrativo, ma per l'atmosfera e la descrizione impietosa di un periodo storico e un contesto ad altissima tensione sociale. Viene affrontato anche un tema storico di cui io non ero minimamente a conoscenza: l'internamento e la persecuzione dei giapponesi in America, dopo Pearl Harbor. Superate l'iniziale difficoltà per l'alto numero di personaggi e punti di vista, appassionatevi a Ellroy.



Un piccolo libro, ma prezioso, è I giovani di J.D. Salinger. Si tratta della prima pubblicazione in Italia di tre racconti della prima produzione di Saliger. Frutto di un inaspettato recupero di una casa editrice americana, questi tra racconti sono stati solo recentemente proposti al grande pubblico in raccolta, essendo stati precedentemente pubblicati solo su riviste. I tre racconti hanno indiscutibilmente il tocco del Saliger che ho conosciuto nei Nove racconti, si percepiscono bene tutti i suoi temi usuali, il suo modo inconfondibile di comporre un racconto. Assolutamente da leggere è la postfazione di Giorgio Vasta, a dir poco illuminante e consigliatissima per un primo approccio all'autore. Ve ne parlerò meglio in un articolo dedicato.





Non ci siamo proprio. Lidia Ravera con Gli scaduti ha toppato alla grande. Questo romanzo, che malauguratamente ho avuto l'idea di leggere, rientrerà senza dubbio tra le letture peggiori del 2015. Nel romanzo si descrive un futuro prossimo in cui si è stabilito per legge che la popolazione anziana sia confinata in luoghi di riposo coatto, risolvendo così il problema del cambio generazionale, dell'emancipazione delle generazioni più giovani. A questo sistema provano a ribellarsi una coppia di anziani. Basta, l'idea centrale del romanzo, dalla trama lacunosa e irrilevante, è tutta qua. Ci troviamo di fronte al classico libro che, in maniera goffa e fastidiosa, vorrebbe denunciare una situazione reale attraverso il filtro del romanzo.  Tutto questo è insopportabilmente moralista, per non parlare del modo sempliciotto, ignorante e spocchioso con cui la Ravera affronta il tema del delicato rapporto tra generazioni. Gli scaduti è un romanzo impaludato in ammiccamenti alla politica contemporanea, al dibattito sulla cosiddetta rottamazione, senza avere minimamente quella sferza necessaria a smuovere una critica sostanziale. Da dimenticare.



A proposito di impaludamenti e retorica. Ho letto Essere #matteorenzi, un piccolo saggio davvero interessante che, prendendo le mosse dall'intervento di Matteo Renzi al Festival dell'Economia di Trento del 2014, smonta e analizza il linguaggio e le strategie comunicative del Primo Ministro. Questo offre lo spunto per osservazioni più ampie sulla classe dirigente attuale, il nuovo sistema di valori incarnato da Renzi e la sua idea di progresso. Giunta analizza l'innestarsi di nuovi riferimenti culturali, sempre più pop, non solo nella comunicazione, ma anche nella forma mentis del politico italiano del momento. L'analisi di Claudio Giunta è lucida, interessante soprattutto perché prende spunto da un aspetto inedito e per niente secondario, quello comunicativo, che in un certo senso precede e ingloba il giudizio strettamente politico.


Con La fortezza di Jennifer Egan è forte il senso di spaesamento. Una narrazione sospesa in un gioco di metanarrazione (una storia dentro la storia). La fortezza è un castello diroccato in una località europea, che sta per essere ristrutturato e convertito in un insolito luogo di vacanza dove si vuole far percepire al cliente quel senso di mistero, di desolazione, che quelle mura centenarie ancora trasmettono. In verità questo piano narrativo a un certo punto sembra inclinarsi e intrecciarsi con la storia di un'altra fortezza, un carcere, in cui un detenuto frequenta un corso di scrittura innamorandosi della sua insegnante. Della Egan ho già letto Il tempo è un bastardo e il racconto Scatola nera. Per la precisione, anche se è arrivato in Italia da poco, La Fortezza non è l'ultimo romanzo scritto dalla Egan, precede questi ultimi due citati. In La fortezza ho ritrovato lo stile terso e preciso, la capacità di evocare con semplici elementi delle atmosfere particolari, sospese. Il romanzo è apparentemente una storia goticheggiante contemporanea, piuttosto semplice e poco eclatante; in verità si insinua gradualmente un livello di lettura più profondo e simbolico, di difficile decifrazione. È un libro che ancora adesso resta per me poco chiaro, forse per questo affascinante.