giovedì 28 maggio 2015

Al Salone del Libro 2015 #2

Ma veniamo finalmente all'articolo poraccio, il post cazzaro, il resoconto sgarzolino, trasudante la giusta dose di snobismo. Del resto che vi importa di incontri a cui non avete partecipato? E della mia opinione su libri e scrittori che non ho ancora letto? Non prendiamoci in giro, il Salone del Libro non è propriamente il giardino di Epicuro: nella sua natura c'è anche l'anima caciarosa del mercato, della sagra, del giorno di festa patronale. E non c'è niente di male.



Ecco allora un po' di cose a caso sul Salone del Libro.

[1] Prima un passo indietro. Quando ho capito che potevo ottenere l'accredito da professionista con questo blog, quindi uno sconto sul biglietto d'ingresso al Salone, mi sono sentito un genio del male. Bravo blog, sei servito a qualcosa.


[2] Sarebbe stato troppo intelligente e furbo fare qualche foto decente da postare sul blog; ma, da bravo blogger improvvisato, i miei pigri tentativi di fare un paio di scatti hanno prodotto al massimo questa questa roba qua. Dopodiché mi sono arreso per manifesta incapacità fotografica. Se cercate foto di cataste di libri, di code interminabili, del susseguirsi degli stand, e il consueto vip watching (Guarda lì! C'è una persona famosa! Chi è? Perché è al Salone? Intanto mi faccio una foto, poi lo scopro), vi tocca andare da qualche altra parte.

[3] A proposito di vip e personaggi televisivamente noti: tira di più un pelo di Gramellini che, che ne so, tutta la scuderia degli autori Einaudi messi insieme. Ne ho avuto la prova quando, la maggior parte delle persone intorno a me in coda per assistere all'incontro di presentazione dell'ultimo libro del compianto Carlo Fruttero, in cui sarebbe intervenuto tra gli altri anche il noto giornalista, hanno felicemente ridotto il tutto in: “Vado a sentire Gramellini”. C'era gente che addirittura pensava che presentasse un suo libro...a caso. 

Comunque, a proposito di Gramellini & Co., propongo che l'anno prossimo al Salone sia innalzata una statua crisoelefantina a Fabio Fazio, perché a quanto pare non si vende un libro che sia uno se non grazie a lui. Vai da Fazio e … SBAM! Primo in classifica.

[4] Sempre sul tema libri e mode (anche) televisive. Il Salone è letteralmente infestato dalla cucina, tanto da esserci una sezione apposita, Casa CookBook, con una selva di eventi, showcooking, parate di chef stellati e non. Il Salone è quel posto magico dove Antonella Clerici e Benedetta Parodi, invece che prendersi a mattarellate in testa, conversano amabilmente dei loro libri e del fenomeno cooking. Adesso, non sono cretino, il settore dei libri di cucina è innegabilmente importante, ma altro che libri di cucina: qui si cucina proprio, qui si degusta, qui se magna e se beve!

[5] Mentre ero in coda per qualche evento (la coda, una costante della mia permanenza a Torino e al Salone) non ho potuto non notare i piccolissimi stand di altrettanto piccolissimi editori nello spazio chiamato Incubatore. Che tenerezza. Questi poveri disgraziati (a cui va tutto l'onore di cercare di fare un lavoro difficilissimo, sia chiaro) messi ai margini della fiera, inscatolati, una sedia pieghevole e un tavolino, alle spalle una locandina appesa con quattro puntine, spesso soli, cosa che se ti scappa la pipì sei fregato. Ecco, più che incubatori, con l'aria che tira per l'editoria italiana, io li chiamerei direttamente loculi.

[6] Tutt'altra cosa, naturalmente, i scintillanti stand delle case editrici più affermate, piccole, medie e grandi. Al Salone del libro sono atterrate astronavi bianchissime. Sono gli stand dei grandi espositori: Mondadori, Einaudi, Mauri Spagnol (GeMS), Rizzoli. Farci un giro è d'obbligo, anche se vagamente inutile dato il bombardamento pubblicitario che sono in grado di fare per ogni loro uscita su tutti i media possibili. Certo, le pile di libri nuovissimi, le eleganti collane Einaudi o la particolare serie cromatica dei volumi Adelphi mi hanno fatto un certo effetto. Le nuove edizioni, le collane dei classici... visti tutti insieme sono uno spettacolo. Spettacolarmente tirchi si sono rivelati gli stessi stand nel momento di fare qualche sconto. Il lunedì sera, mentre tutti i piccoli editori ti blandivano con ogni mezzo purché ti portassi a casa qualche loro libro, negli spazi degli editori maggiori manco l'ombra di uno sconto. Che facce di bronzo! Unica eccezione è stata Adelphi che proponeva un bel 30 %.

[7] Ormai lo sanno anche i sassi: per comprare l'ideale è la sera del lunedì, quando gli editori cacciano finalmente fuori gli sconti. Se non si è organizzati è il delirio, soprattutto se, come è capitato a me, si esce dall'ultima conferenza verso le 21 e si ha appena un'ora per approfittare del ben di Dio a disposizione. Ecco che diventa utilissima lei


Nelle ore precedenti si guardava solo per capire dove fossero le conferenze, prediligendo invece per la visita degli stand l'infallibile teoria della probabilità: “prima o poi ci sbatterò contro”. Nel momento in cui devi necessariamente ritrovare un editore perché devi assolutamente approfittare dell'imperdibile sconto, diventa fondamentale.

[8] Sì, sono stato anche al Libraccio. Temevo che il Libraccio del Salone fosse una specie di tritacarne, mi aspettavo una ressa esagerata. Fortunatamente ci sono capitato in un momento magico, la domenica sera all'ora di chiusura. La pace dei sensi. Mi ha stupito trovare parecchi titoli interessanti. La cosa esilarante è che si trovano anche i libri che sono stati appena presentati dagli scrittori! Vuoi che ci sia gente che compra il libro, assiste alla conferenza, lo schifa e se lo rivende nell'arco di una giornata? Da blogger alla moda e attento alle tendenze contemporanee, che cosa ti vado a tirare su al Libraccio? Ma naturalmente i primi tre volumi della nuova (in economica) edizione commentata dell'Odissea! Ok, se non siete classicisti non potete capire la gioia e il colpaccio che ho fatto.

[9] Girando per i padiglioni non ho fatto altro che vedere gente bullarsi con una borsa di tela. Oltre a quella ufficiale del Salone, ha spopolato quella con la scritta leggere può creare indipendenza, distribuita (venduta?omaggio all'acquisto?) da GeMS. Non ho potuto non notare l'assurdo nel fatto che leggere possa creare indipendenza, ma allo stesso tempo dipendenza dall'accumulo compulsivo di merchandising. Che dimostrazione di indipendenza e libertà girare tutti con la stessa borsa! Naturalmente sto parlando per pura invidia, perché io la borsa di tela non ce l'avevo e non ho fatto in tempo a comprarla. Come di qualsiasi altra moda, c'è anche la versione radical chic: in questo caso consiste nello sfoggiare al Salone delle borse di tela, meglio se vissute, di altre manifestazioni (che ne so: “XIV Meeting internazionale sulla trota salmonata”). Capito il genio? Secondo me c'è gente che lo fa apposta: compri una borsa di tela e la usi di proposito in altre manifestazioni. Per distinguerti. Che cool.


Ma tutto sto discorso e ancora non vi o fatto vedere cosa ho preso? Ora ci rimarrete male.

[10] Vi posso assicurare che sì, si può fare, si può andare al Salone del Libro e non tirare su nemmeno un segnalibro! Sono una brutta persona e un pessimo blogger che parla di libri, lo so. In compenso in alcuni casi mi hanno rifilato, a tradimento sia chiaro, alcuni cataloghi. Sono molto belli da sfogliare, la classica cosa che non si avrò mai il coraggio di buttare via nonostante la palese inutilità e che mi ritroverò tra i piedi per le prossime decadi.

[11] Dulcis in fundo, non credevo che fosse possibile che io nella mia vita ne facessi uno, ma poteva mancare un book haul di quello che ho preso a Torino tra Salone e città? Certo che sì! Ma questo è il post disimpegnato: devo mettervi una foto del malloppo. Lo so che a molti farà ridere, ma questo è il corrispettivo dei libri che normalmente comprerei forse in un anno. Ragazzi, esistono le biblioteche. Come potete notare ci sono libri super contemporanei di piccole case editrici e di autori di nicchia, tipo Kundera e Gadda e … un'Iliade.

[12] Con tutti questi libri, sul treno, al ritorno, sono stato capace di leggere un ebook.


martedì 26 maggio 2015

Al Salone del Libro 2015 #1




Ebbene sì, per la prima volta nella mia vita sono stato al salone del libro. A dirla tutta è stata anche la prima volta a Torino. Proprio per questo capirete bene che sarebbe stato alquanto cretino rinchiudersi per tre giorni interi al Lingotto: la città ha avuto giustamente la meglio sull'esplorazione del salone. Sono riuscito comunque a farmi un'idea dell'aria che si respira in quest'evento e anche ad assistere a incontri molto interessanti.

Direi di procedere prima con le cose serie: gli incontri.

Mi ha fatto molto piacere assistere ad Abbecedario. I libri da non perdere con Giulio Ferroni e Giorgio Vasta. L'appuntamento apparteneva alla serie di eventi con il nome Abbecedario, in cui scrittori, editori e professori dialogano su libri dimenticati o poco conosciuti che li hanno in qualche modo colpiti. Ho sempre pensato che conoscere un autore attraverso i libri che ha letto sia molto molto utile per un lettore, meglio di qualsiasi presentazione o di occasione dove l'autore è necessariamente più interessato a parlare della propria opera. 


Tra i vari titoli che sono venuti fuori mi ha particolarmente colpito Snuff o l'arte di morire di Salvatore Mannuzzu, che dalla descrizione di Vasta mi è sembrato abbastanza vicino alle tematiche del suo Il tempo materiale, romanzo che ho apprezzato molto (qui la mia recensione). Tra i libri proposti da Ferroni mi ha invece incuriosito l'Elogio della lentezza di Lamberto Maffei, un saggio uscito di recente per Il Mulino sul tema dello scarto tra la velocità contemporanea delle informazioni e il più lento processo di elaborazione della mente. L'unico difetto di questo genere di incontri è che non c'è un filo conduttore, un vero dialogo, tra i due interlocutori. Sta un po' nella bravura (e nella voglia) di chi parla saper cogliere alcuni spunti e riallacciarsi all'intervento precedente per evitare che il tutto diventi un mero elenco di libri. Un' ultima nota: l'Abbecedario si è tenuto nell'Indipendent's corner, un luogo aperto, in mezzo a stand e con la gente che ti cammina alle spalle: non è stato semplice seguire l'incontro con tutto il caos intorno, specie quando nel vicino Spazio Piemonte hanno cominciato a suonare e cantare manco fossero alla sagra della porchetta.


Un incontro di tutt'altro tipo è stato Le notti dei libri con Carlo Fruttero. Presentazione di Da una notte all'altra. Passeggiando tra i libri in attesa dell'alba. L'ultimo lavoro di Fruttero è questo piccolo libro che raccoglie, in una trentina di schede, le letture che più ha amato. Una sorta di testamento letterario nato originariamente come copione, a due voci, per una rubrica all'interno della trasmissione di Fabio Fazio. L'incontro è ben presto virato sull'anedottica varia legata a Carlo Fruttero, il socio Lucentini e la sua amicizia con Calvino e Citati. Quello che ha reso speciale quest'incontro è stato che anche da questi aneddoti non traspariva nostalgia ma sincera stima. Ne è emerso un ritratto irresistibile. Fruttero scrittore che ha fatto della leggerezza la sua particolare nota compositiva. Fruttero come artigiano, orafo della scrittura. Proprio la leggerezza e il rigetto di ogni forma di affettato accademismo sono le caratteristiche ricordate con maggiore entusiasmo da Massimo Gramellini, con cui Fruttero ha collaborato, e che in quest'occasione ha letto i il suo toccante editoriale apparso su La Stampa il giorno della morte dello scrittore. È intervenuto anche Ernesto Ferrero, a cui è stata affidata la prefazione del libro Da una notte all'altra, anche questa un piccolo ritratto che mi ha trasmesso molta curiosità verso questo scrittore. Qualche bella risata hanno suscitato invece gli spassosi aneddoti raccontati da Gian Arturo Ferrari (vice presidente della divisione libri Mondadori), in particolare in merito al travagliato rapporto di Fruttero con Einaudi e la sua, all'epoca scandalosa, trasferta nella “commerciale” Mondadori. A proposito, ho scoperto che proprio a Fruttero e Lucentini si deve il successo della collana di fantascienza più celebre in Italia: Urania. Questo tanto per dare un'idea del personaggio. Mi redo conto, scrivendo queste poche righe , che sono molti i dettagli che hanno reso interessante questa presentazione dal clima così informale e sereno. Purtroppo qui non riesco a mettere insieme tutto. Resta che mi è venuta una gran voglia di leggere qualcosa di Fruttero (e Lucentini) e di conoscere in prima persona questa leggerezza che ho potuto sperimentare in questo incontro.


Amori famiglie e altri disastri è il titolo, azzeccatissimo, dell'incontro in cui Valeria Parrella, Domenico Starnone, Evelina Santangelo e Diego De Silva hanno discusso di questi aspetti nelle loro opere più recenti. La cosa bella di questo genere di eventi è che in un sol colpo si possono conoscere più autori e si evitano tutti quei convenevoli tipici delle presentazioni di un singolo libro. Non c'è, insomma, la smania di promuovere un libro o lanciare un autore (sono però tutti autori Einaudi), ma la voglia di confrontarsi sui temi più generali che percorrono sotterranei i loro lavori. 


È stato un dibattito molto stimolante in cui ha sicuramente primeggiato la verve della Parrella: non so come scriva perché non ho mai letto niente di suo, ma, in quanto a eloquenza e alla capacità di tenere banco, è stata sorprendente. Nella letteratura italiana contemporanea sono oggi vitali i temi dei rapporti famigliari, del continuo conflitto tra libertà individuale e il vincolo degli affetti. Pur continuando personalmente a nutrire qualche diffidenza verso questo continuo ripiegarsi sulla sfera famigliare (cadere nel già detto o nel banale è un attimo), gli autori di questo incontro hanno dimostrato, almeno a parole, come sia possibile comunque affrontare questi temi con profondità e consapevolezza. Di questo avevo già potuto sperimentare con la lettura di Lacci di Domenico Starnone, un romanzo che mi aveva positivamente colpito, di cui trovate qui alcune mie impressioni. Oltre a Starnone, mi ha sicuramente incuriosito Valeria Parrella, da poco in libreria con i racconti di Troppa importanza all'amore. Ho la sensazione che la Parrella sia un'autrice che definirei scafata, di quelle che sanno bene cosa scrivere e cosa non scrivere per far presa sul lettore. Vedremo.


Chiudo con la poesia raccontata di Roberto Vecchioni nell'evento – spettacolo Odi et amo. Amori e addii nel mondo classico. Nello spettacolo si propongono passi e poesie d'amore dei più celebri poeti greci e latini, da Saffo a Orazio, passando per la tragedia greca, la poesia alessandrina e quella neoterica di Catullo. Da buon classicista parto spesso prevenuto per questo genere di operazioni sul classico che cercano principalmente l'impatto emotivo che questi versi indubbiamente hanno ancora oggi. Capita spesso che i testi siano snaturati, decontestualizzandoli totalmente o rivestendoli di un'aura romantica melensa e appiccicosa. Vecchioni è stato invece molto abile nel mantenere il giusto equilibrio tra un'inevitabile semplificazione e il rispetto per dei testi che appartengono a una cultura diversissima dalla nostra, in cui l'amore aveva delle regole e veniva percepito in modi alle volte distanti dalla nostra sensibilità. Vecchioni ha messo le sue capacità di interprete al servizio dei testi, con ritmo, espressività e naturale commozione. Interessante anche la selezione dei testi: non solo le liriche più famose ma anche qualcosa di più inusuale, come ad esempio gli esilaranti e sconci epigrammi ellenistici accostati a liriche di estrema delicatezza. Quest'incontro è stato un bell'esempio di come si possa e si debba attingere dalla letteratura classica, senza paura, con grande curiosità e passione.


A margine mi tocca dire che questo spettacolo è in parte il pretesto per promuovere l'ultimo romanzo di Vecchioni, che in qualche modo utilizza anche questi echi del mondo classico. Il mercante di luce però, mi riferiscono fonti autorevoli, sembra essere una vera ciofeca. Ma sì, lo perdoniamo Vecchioni, sa già fare bene tante cose!

venerdì 15 maggio 2015

Il genio dell'abbandono - Wanda Marasco





Ambientato principalmente a Napoli tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, Il genio dell'abbandono è il ritratto che si fa romanzo di un importante artista dell'epoca, Vincenzo Gemito.

Rompendo un po' lo schema tipico delle recensioni di questo blog, occorre prima di tutto prendere in considerazione l'elemento più forte del romanzo: la lingua. Wanda Marasco costruisce il romanzo a partire da un sapiente e molto credibile recupero del napoletano dell'epoca, che contamina l'italiano regalando grande espressività al racconto e consistenza ai suoi protagonisti. L'uso del dialetto non è mai decorativo o accessorio, ma è a mio parere addirittura strutturale per l'intero romanzo: gli eventi, i pensieri, i personaggi sono scolpiti con questa lingua, e la lingua è sedimento di una cultura popolare, di una filosofia di vita e una realtà precisa. Da questo punto di vista la Marasco a ricollocato lo stile e la lingua all'interno degli elementi portanti del romanzo, non credo semplicemente per una maggiore aderenza alla realtà, quindi per un esasperato realismo, ma soprattutto per poter comunicare qualcosa del personaggio Gemito che sarebbe stato impossibile da rendere diversamente. Del resto Vincenzo Gemito è molto lontano dall'immagine dell'artista etereo di alta levatura culturale. Come emerge dalla sua vita, la sua ispirazione artistica nasce dall'osservazione della realtà, unita a una conoscenza dei grandi modelli della scultura (dalla scultura classica a Michelangelo) appresa non di certo sui libri ma dall'esperienza di bottega. La lingua è l'elemento del romanzo che catalizza maggiormente l'attenzione del lettore, questo, a mio parere, potrebbe in alcune occasioni essere un problema: la sua forza ammaliatrice distrae dal contenuto del romanzo, che non è sempre così interessante, bene esposto e originale. Si avverte un certo disequilibrio tra gli strumenti della Marasco e il risultato finale, il romanzo in sé.

Un merito dalla Marasco è quello di aver cercato, almeno inizialmente, di allontanarsi dal solito romanzo storico – biografico che segue la vita del protagonista dalla nascita alla morte. L'espediente più interessante è sicuramente stato quello di far cominciare il romanzo con l'episodio della fuga di Vincenzo Gemito dalla clinica psichiatrica dove era stato ricoverato dalla sua famiglia dopo una serie di accessi d'ira. La scelta è funzionale nel mettere in evidenza lo stretto legame tra ispirazione artistica e la follia: Gemito appare fin dall'inizio del romanzo come un personaggio tormentato, un artista che ha conosciuto la fama e il rispetto per il suo lavoro, ma anche la disperazione della miseria e uno smarrimento interiore che lo segna fin dalla nascita. Gemito è un orfano, un figlio di nessuno, e in questa condizione sembra risiedere il germe della sua pazzia ma anche del suo talento. Il genio dell'abbandono, un nume, un destino che lo accompagna, lo trascina tra gli alti e bassi della vita.

W. Marasco, Il genio dell'abbandono,
Neri Pozza 2015, 352 pagine.
Una volta scappato dal manicomio, dunque, Gemito torna a casa, si rinchiude. In questo assoluto isolamento domestico, Gemito riprende confidenza con il suo mestiere, con il disegno e la scultura, realizza un suo autoritratto. E questo autoritratto non può che essere il romanzo stesso che da quel punto in avanti ripercorre la vita di Vincenzo Gemito fin dai primi drammatici momenti dell'abbandono. Questa soluzione narrativa per introdurre un'analisi retrospettiva del personaggio è molto interessante, tuttavia da qui in avanti il romanzo si svolge in modo piuttosto tradizionale e lineare. Wanda Marasco ha sicuramente svolto un lavoro di documentazione accurato sia su Gemito che sul periodo storico, tutto questo materiale è stato inserito nel testo, non senza qualche forzatura e, soprattutto, ridondanza. Abbondano i personaggi secondari, alla ricerca di una ricostruzione biografica alle volte troppo pedante. In altre occasioni, invece, la Marasco accelera e compendia gli avvenimenti con risultati che hanno più il sapore di una cronaca che di un romanzo. L'ellissi è una pratica purtroppo poco frequentata dalla scrittrice: si sarebbero infatti potuti isolare alcuni episodi, trovando il modo di raccordarli tra loro più efficacemente.

Piuttosto riuscita è invece la scelta di inserire della narrazione delle parti in prima persona dove è lo stesso Gemito ad analizzare e raccontare la sua vita; in questi l'uso del dialetto si fa più vivo e sistematico, sono tra le pagine più intense del libro. L'impressione generale non è però delle più convincenti: da una parte c'è un tentativo di non ridurre il romanzo a una biografia esatta, dall'altra i mezzi utilizzati per ottenere questo non sempre sono efficaci e spesso si ricade proprio in quel tipo di narrazione. Il romanzo della Marasco purtroppo verrà ricordato non come Il genio dell'abbandono ma come Il romanzo su Vincenzo Gemito. Credo che sia abbastanza evidente la differenza.

Entrando nel merito del contenuto del romanzo, al di là sella sua struttura e delle qualità di scrittura della sua autrice, non si può non chiedersi che idea dell'arte e dell'essere artista emerga da un libro che ha significativamente il titolo Il genio dell'abbandono, che allude a una sorta di destino, di marchio che caratterizza Gemito come uomo e come artista. Il binomio arte e follia, con tutta una serie di ambiguità e luoghi comuni, non è propriamente tra i temi più originali, anche dovendo riconoscere che nel caso di Gemito è un dato biografico autentico e imprescindibile. L'insistenza che nel romanzo c'è su una sorta di predestinazione di Gemito, o peggio che l'abbandono sia stato il trauma dal quale è nato il genio dell'artista, mi sembra però un'interpretazione dell'essere artista davvero troppo banale e romanzata, anche per stare in un romanzo.  




Se avevano puntato il dito, a caso, su una pagina della Bibbia, a caso, per scegliere un cognome, e questo dito era capitato sulla parola 'Genito', che significava nato, procreato, ora ci stava l'errore che fungeva da destino, perché 'Gemito' voleva dire dolore, e questo dolore, capolavoro del fato, non l'aveva forse seguito da sempre?

La descrizione degli anni passati da Gemito nella botteghe di altri artisti e, in generale, il contatto con i grandi modelli e maestri del passato, sono molto più interessanti. Non mancano poi riflessioni sull'arte più profonde, specie su quella particolare abilità di gemito di unire alla ripresa del classico la ricerca di realismo. A proposito, noto purtroppo, ma potrebbe essere davvero una sensazione molto personale, una poca attenzione all'opera dell'artista Gemito, alla sua descrizione e alla resa visiva e tattile. Le opere sono sempre vagamente descritte, spesso ridotte a didascalie museali senza materia o oggetti per committenti; la scrittura della Marasco non è in questo sufficientemente evocativa. Nessuno naturalmente pretende descrizioni accurate, non è il testo di un catalogo di una mostra, ma sottrarre all'opera di un artista, di uno scultore soprattutto, ogni tipo di consistenza materica, impoverisce molto il romanzo.

Molto intenso è invece il modo con cui l'autrice affronta le ripercussioni della personalità distruttiva e travolgente di Gemito, in particolare sulla famiglia e le donne che lo hanno accompagnato nella sua vita. Il genio come infezione e benedizione, miseria e grandezza.

Gemito manipolava arte, furore, malattia e vite degli altri. Vicienzo infettava a tutti i livelli.

La punta di originalità del romanzo risiede proprio nel descrivere gli effetti del genio sugli affetti e la famiglia, di indagare non solo ciò che la follia e il genio di Gemito abbiano provocato nella sua persona ma anche in ciò che lo circonda.


In conclusione, Il genio dell'abbandono è un romanzo che ha la grande fortuna di avere al centro un personaggio decisamente interessante ed enigmatico, una figura dalla sensibilità artistica già novecentesca ma ancora profondamente legato al XIX secolo, alla tradizione e a un canone estetico classico. Questo riesce a emergere a sprazzi dal romanzo, che tuttavia risulta in alcuni casi poco intrigante e confusionario. L'attenzione alla veste linguistica riservata dalla Marasco è meritoria ma rischia di sostituire, e in alcuni casi soffocare, la narrazione non sempre impeccabile.

domenica 3 maggio 2015

Collezione aprile 2015







Tra le letture del mese non posso non iniziare da un classico che finalmente mi sono degnato di leggere: I Malavoglia di Giovanni Verga. Ebbene sì, non l'avevo mai letto. Credo di aver fatto bene a lasciarlo stare per molti anni, richiede una certa maturità per essere apprezzato, e il mio pensiero vola a tutti gli studenti torturati con questo romanzo nelle scuole di ogni ordine e grado del nostro beneamato regno. Non è stata una lettura estremamente coinvolgente, mi ha catturato di più la tecnica narrativa, la costruzione del romanzo attraverso le voci dei suoi personaggi, i fili invisibili con cui l'autore manovra l'intera vicenda tra destino e responsabilità umana. Sicuramente tutto questo non è poco, anzi, basta e avanza per consigliare a tutti di provare a leggere I Malavoglia, ma mi aspettavo qualcosa che mi segnasse di più.


Un discorso analogo posso fare per L'isola del tesoro di Robert Luis Stevenson. Il romanzo è stato per generazioni una lettura obbligata per ogni bambino, io però non ho mai avuto l'occasione di leggerlo durante l'infanzia. Sarà che, dopo essermi sparato in quinta elementare la trilogia del Corsaro Nero di Emilio Salgari, avevo paura che qualche altro romanzo sul tema potesse rovinarmi quello splendido ricordo. Credo però di essere davvero arrivato fuori tempo massimo per la prima lettura dell'Isola del tesoro. Non che non mi sia piaciuto, ma mi aspettavo molto di più. Una mezza delusione soprattutto la parte centrale e finale, l'avventura vera e propria è davvero troppo stringata! Il personaggio di Long John Silver è comunque memorabile, per le sue ambiguità e il suo carisma.
Una piccola annotazione sulla lingua. Io ho letto il testo nella nuova traduzione di Massimo Bocchiola per Einaudi, ma credo che valga per ogni edizione integrale dell'opera: rispetto ai libri per ragazzi in circolazione oggi, probabilmente il libro di Stevenson è molto più ostico, c'è linguaggio specialistico, una patina storica precisa, in alcuni punti uno stile volutamente grottesco o comunque c'è un registro variabile. Proprio per questo è un libro che deve essere proposto a dei ragazzi, forse oggi troppo abituati a libri eccessivamente calibrati in ogni fascia di età, letteratura omogeneizzata. Un bambino non può sapere termini specifici marinareschi? Esistono bellissimi dizionari per ragazzi, esistono i genitori, esistono i maestri, esiste la fantasia che ti fa tranquillamente superare tutte queste difficoltà. Ancora oggi ricordo con grande emozione quando, tra le pagine del Corsaro Nero, mi imbattei in una creatura straordinaria descritta da Salgari, il lamantino, e credo tutt'ora di immaginarmelo così come me l'ero immaginato allora! Insomma, probabilmente per chi lo ha letto precocemente è un romanzo insostituibile, in quest'occasione per me non lo è stato. Finché siete in tempo leggetelo, o ficcatelo sotto il naso a fratellini, figli, nipoti o bambini a caso.


Non so se capita solo a me, ma ci sono libri che proprio non capisco. Non capisco cosa sto leggendo, l'intreccio, i rapporti tra i personaggi. Mi è successo con Democracy di Joan Didion. Avevo aspettative altissime, non vedevo l'ora di far entrare la Didion nell'Olimpo dei miei scrittori preferiti. E invece no. Vagamente ho capito che è principalmente la storia di Inez, moglie di un senatore degli Stati Uniti, una donna dalla vita apparentemente perfetta che nasconde però tanta amarezza, nei rapporti con il marito, con la sua famiglia e i figli. Nella sua vita, costantemente sotto i riflettori, entra prepotentemente la politica e la storia americana dei travagliati anni 70. In verità di tutto questo ho capito molto poco, e questo è in parte colpa della scrittura della Didion che, con il piglio giornalistico che la contraddistingue anche nei suoi romanzi, infarcisce il racconto con nomi, cognomi, personaggi secondari, ricostruzioni, fatti e dettagli cronologici, ipotesi, testimonianze, interventi diretti dell'autrice. Trovo comunque interessante il modo in cui la Didion costruisce il romanzo: come un'inchiesta giornalistica in cui si aggiungono e sovrappongono sempre nuovi dettagli fino a completare il quadro; ma io non ho retto, richiede una concentrazione che io non ho avuto. La Didion avrà sicuramente altre occasioni.


Il libro di recente pubblicazione che ho letto questo mese è Il genio dell'abbandono di Wanda Marasco. Non vorrei dilungarmi qui perché credo di far uscire a breve un articolo apposito. Si tratta di un romanzo incentrato sull'artista italiano Vincenzo Gemito, vissuto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. I temi di massima sono quelli dell'ispirazione artistica, dell'essere artista e della stretta correlazione tra follia e genio. Il romanzo è poi notevole per il sapiente lavoro linguistico, con inserzioni di parole ed espressioni di dialetto napoletano, che sicuramente restituiscono un'atmosfera autentica e affascinante all'intera vicenda. Il romanzo non è male, ma ha, secondo me, anche molti difetti. Non brilla per originalità e non mi ha lasciato un granché.


Continua invece il mio recupero di Goffredo Parise, un autore che mi sta sorprendendo sempre di più. Il padrone è un romanzo assolutamente particolare, credo che nel panorama della letteratura italiana del Novecento si qualcosa di insolito. Il romanzo è un'amarissima riflessione o allegoria del lavoro dipendente, dell'azienda come sistema e come organizzazione sociale, come ragione di vita e perno dell'esistenza sia per i padroni che per i lavoratori. L'azienda disegnata da Parise ha come modello il Castello di Kafka. Tra gerarchie, uomini ridotti alle loro funzioni, luoghi desolati, il senso stesso del lavoro si dissolve. Non è più importante per cosa si lavora ma il lavoro stesso, la devozione verso l'azienda, verso un padrone che viene sempre più ad assumere i tratti di una divinità imperscrutabile. I personaggi di Parise sono fantasmi grotteschi, agiscono in modi inspiegabili e misteriosi; l'atmosfera è soffocante e carica di angoscia, il finale spietato. É un romanzo notevole e potente, Parise dimostra ancora una volta come la sua scrittura riesca a essere pacata e lucidissima. Riesce a rendere plausibile e reale ciò che invece ha in contorni di un incubo. Il padrone di Parise è assolutamente consigliato.