giovedì 31 dicembre 2015

Un anno di libri [2015]





Come è stato questo 2015 di libri? Invece di proporre le solite liste top&flop, ho pensato a un modo di procedere più elastico. Eccolo!


L'incompreso è quel libro che necessita assolutamente di una rilettura, un libro che non è affatto male, che ti piace, ma se qualcuno ti dovesse chiedere qualcosa in merito, non sapresti spiccicare mezza parola in proposito. Quest'anno di incompresi ce ne sarebbero stati tanti, ma ho scelto Il libro delle parabole. Romanzo d'amore di Per Olov Enquist. Essendo il romanzo incompreso, direi di andare oltre senza ulteriori commenti. Comunque è bello, giuro!


Il classico dell'anno. I classici, antichi, moderni e contemporanei sono sempre numerosi nelle mie letture. Scegliere un classico che rappresenti al meglio la categoria non è affatto facile, punto però su La vita agra di Luciano Bianciardi. Ho scelto questo romanzo perché fa un po' parte della missione di questo blog il riscoprire, o meglio, il ripercorrere la letteratura italiana in cerca di autori e testi di valore, per allargare il mio personale canone degli autori che vale la pena approfondire. Insomma, non ci sono solo Calvino, Pavese e Gadda. Bianciardi mi ha colpito particolarmente per la scrittura, attualissima e potente, oltre che per il tema trattato.


Svariati titoli si contendono l'ambita coroncina di libro più deludente dell'anno. Il libro più deludente non è necessariamente il peggiore, ma quello su sui si ha investito molto, che si ha desiderato a lungo, per poi rimanerci molto male. Chi l'avrà spuntata? Vizio di forma di Thomas Pynchon. Sarebbe dovuto essere il mio battesimo con il padre del postmodernismo. Spinto dall'imminente uscita del film e dal fatto che questo romanzo venisse presentato come uno dei più divertenti, caleidoscopici e 'abbordabili' dell'autore, ero davvero bendisposto verso Vizio di forma. Peccato che il mio interesse, e la mia capacità di capirci qualcosa, si siano definitivamente arenati dopo cento pagine. Tra uno sbadiglio e l'altro ho fatto finta di leggerlo fino alla fine, giusto per non lasciare che il fantasma di questo libro mi perseguitasse oltre. Il problema è che adesso ho seri dubbi se affrontare nuovamente Pynchon.


Mai 'na gioia. Armiamoci di fazzoletti e leggiamo Amatissima di Toni Morrison. Il romanzo è splendido, di grande impatto emotivo, in alcune pagine di una tristezza straziante. Del resto si parla di schiavitù e dei segni, sia fisici che morali, che questa lascia su uomini e donne. Amatissima è sicuramente tra i più bei libri che ho letto quest'anno, non solo per un discorso emotivo.


Il libro più illuminante. Questa categoria nasce per mettere in risalto quei libri che hanno la capacità di far riflettere, ampliare gli orizzonti mentali, incuriosire verso temi che non si pensava potessero mai suscitare un interesse. Con estrema sicurezza, in questa categoria, voglio segnalare Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli. Interessante, scritto in modo chiaro ma anche accattivante. Rovelli dimostra di avere una sensibilità umanistica ai problemi che le nuove frontiere della scienza pongono. Ho ampiamente lodato questo libro in questa recensione.


Il libro più brutto dell'anno. Inutile negarlo, questa è la categoria più succulenta e spassosa. Quest'anno non sono di certo mancati i titoli che avrebbero potuto degnamente occupare questo trono. Ma c'è un romanzo che mi dà particolare soddisfazione citare adesso: Gli Scaduti. Sono grato a Lidia Ravera per aver pubblicato questa crosta di libro perché scriverne la recensione è stato immensamente liberatorio. Del libro non salvo nulla, non posso nemmeno dire frasi fatte come ''carta sprecata'', ''mi ci aggiusto le gambe del tavolo'', perché fortunatamente l'ho letto in digitale. Se vi volete fare male, leggete la mia recensione.


Per la categoria autore dell'anno voglio segnalare lo scrittore che più mi ha incuriosito, di cui mi è rimasta di più la voglia di leggere altro. Ho scelto di citare Miriam Toews e Per Olov Enquist . La scrittrice canadese mi ha convinto con I miei piccoli dispiaceri, tra i romanzi più belli che ho letto. Del romanzo della Toews ho scritto e da poco pubblicato una recensione. Enquist è l'autore del libro incompreso dell'anno; proprio per il particolarissimo modo di strutturare il suo romanzo, credo che valga la pena approfondire con altri testi, che so essere già apprezzati da molti lettori.


Il libro più bello. Non ero sicuro di voler inserire questa categoria, proprio perché trovo difficile eleggere un libro come il migliore dell'anno. Mi serviva però un luogo dove segnalare un libro che mi ha colpito per vari motivi, che non saprei però distinguere uno per uno. Si tratta di The Fishermen di Chigozie Obioma. Del romanzo pubblicherò a breve una recensione, per ora voglio sottolineare l'ottima impressione di insieme che mi ha restituito il libro. Ha una storia forte, ben strutturata, uno stile riconoscibile, svariati livelli di lettura. Un bellissimo romanzo.


Il libro più magnetico. È difficile scollarsi dalle mani un libro come Perfidia di James Ellroy, uno dei maestri della narrativa americana. Il romanzo ha la presa di un thriller ma anche un'impronta decisamente letteraria. Nonostante la mole, è un piacere seguire le intricate e sporche indagini raccontate con maestria in Perfidia.


Un libro un mondo. Ci sono libri che affascinano principalmente per le atmosfere che riescono a creare e la capacità di trasportare il lettore in un mondo del tutto diverso. Il romanzo storico Io Claudio di Robert Graves rientra perfettamente nel genere. Grazie a un sapiente uso delle fonti, Graves ricostruisce, senza eccessive pedanterie, il delicato momento di passaggio dal principato augusteo all'impero. Il romanzo è molto piacevole e accurato. Potrei addirittura azzardare a menzionare in questa categoria gli Annali di Tacito, che non sono di certo privi di stile e capacità di rendere, a tinte fosche, l'ascesa e il declino della dinastia giulio-claudia.


Poi si potrebbe citare il libro più noioso, il più lento, quello più abbandonato e ripreso; ma così facendo finirei per nominarli tutti. Ogni lettura ha una sua storia, funziona così. Buoni propositi per l'anno prossimo? Non ne sono capace.


Non mi resta che augurarvi per questo nuovo anno

TANTE CARE COS!

mercoledì 30 dicembre 2015

Collezione dicembre 2015




Non c'è cosa più bella di cominciare il nuovo anno con nuove letture, buttandosi prima alle spalle tutti quei libri incominciati ere geologiche fa, che aspettavano pazienti sul comodino. Non sono affatto libri brutti e noiosi, ma per qualche motivo me li trascinavo da un po'.


Tutti i fuochi il fuoco è una raccolta di racconti di Julio Cortàzar, i testi sono molto diversi fra loro per ambientazione e tematiche, la varietà è notevole e piacevole. Cortàzar usa meccanismi narrativi dove l'artificio letterario è volutamente evidente: testi costruiti ciclicamente, per accostamenti e iterazioni. I racconti hanno sempre qualche elemento surreale che li fanno sembrare delle fiabe senza tempo. Non sono male, con il tempo li ho rivalutati. Mi hanno ricordato vagamene Buzzati, forze c'è qualcosa anche di Cechov.



L'infinito viaggiare di Claudio Magris. Vale la pena anche solamente leggere la prefazione, un bel saggio sul tema del viaggio fondamentale per capire meglio l'intera opera. Il libro ha stazionato un bel po' in casa, perché, proprio per il suo carattere fortemente riflessivo, quasi meditativo, si presta a una lettura lenta. Magris crea, attraverso brevi testi, un itinerario che si muove da Ovest a Est, che tocca vari luoghi speciali, luoghi abitati da minoranze, culture che resistono. L'autore non solo dispiega la sua enorme conoscenza storica, letteraria e culturale, ma anche uno stile raffinato e complesso, molto appagante. Richiede grande concentrazione, che non sempre ho avuto.



Un altra raccolta di testi eterogenei è Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace. Questa raccolta è uscita dopo il successo di Infinite Jest, e, in effetti, si possono apprezzare molti punti di contatto con il capolavoro dell'autore: scrittura torrenziale, le celebri note, spaccati sui comportamenti isterici nella contemporaneità. I testi (non sono propriamente tutti racconti) non sono tutti dello stesso livello, ma ci sono passi di grandissima intensità.



Incominciate in primavera, ho finito pochi giorni fa le Argonautiche di Apollonio Rodio: il poema alessandrino sull'impresa di Giasone e gli Argonauti per recuperare il vello d'oro, il poema di Medea. Ho trovato molto interessante leggere un testo epico che, rispetto ai più celebri poemi omerici, è molto più raffinato e snello, non solo nella mole, ma anche perché purificato da tutto l'apparato formulare e la stratificazione del testo epico più antico. Apollodoro è un autore che stimola la curiosità del lettore, che gestisce sapientemente la materia con personalità e originalità. Potrebbe essere una lettura fattibile anche per chi non ha basi classiche, magari dopo aver ripassato a grandi linee il mito alla base del poema.


Restando in tema di classici latini e greci, ho concluso anche la lettura degli Annali di Tacito. Questo libro dello storico latino, specialmente in alcuni passaggi, potrebbe competere per incisività e sensibilità stilistica con testi molto più recenti e accattivanti. Soprattutto nell'ultima parte, che riguarda i principati di Claudio e Nerone, è davvero incredibile come, con poche frasi, riesca a restituire il clima dell'epoca ed esprimere un giudizio storiografico cristallino.



Libri piccoli! Il resto del mese è stato saggiamente impiegato a rimpinguare la mia biblioteca ideale dell'anno leggendo libri piccoli, veloci, da una sera e via. Libri piccoli non vuol dire chiaramente libri stupidi. Libri piccoli, piccole recensioni.



Può essere interessante un libro che parla di un vecchio pescatore trascinato notte e giorno da un pesce che non riesce a vedere? Certamente! Hemingway ne ha fatto un capolavoro: Il vecchio e il mare. Uno splendido breve romanzo di grande equilibrio tra liricità e descrizione realistica.



Il Sogno di Scipione è un piccolo concentrato di cultura antica. Al di là dei singoli temi e delle dottrine con cui Cicerone costruisce in sogno una teoria dell'anima e una visone dell'universo, è nel suo insieme che si coglie quanto fosse articolata la preparazione culturale di un intellettuale romano. Il testo fa parte di un'opera più vasta, la Repubblica, ma è possibile tranquillamente leggere solamente questo sogno, che ha avuto una fortuna immensa dal Medioevo a oggi ed è sicuramente uno dei vertici della letteratura latina.

Sempre sul tema onirico, ho letto Sogni di sogni di Antonio Tabucchi. In questo piccolo libro l'autore immagina che autori a lui molto cari, di tutte le epoche, siano protagonisti di un sogno. In questi sogni spesso emergono caratteristiche della loro arte. Ci sono i sogni di Apuleio, Coleridge, Checov, Pessoa e molti altri. Questo libro non è tanto interessante per questi brevissimi testi, ma per il fatto che costituisce una sorta di canone di autori di riferimento, utili per conoscere meglio Tabucchi.


Ex voto è l'ultimo romanzo di Marcello Fois. L'autore non si discosta ai suoi soliti binari rappresentati dalla storia famigliare, il legame con la terra e la tradizione; c'è però anche il tentativo di proporre qualcosa di nuovo ambientando il romanzo in Australia. Su quest'opera pubblicherò presto una recensione, per ora dico solo che non è stato nulla di entusiasmante, ben al di sotto di altri romanzi dell'autore.



Arboreto salvatico è un libro che ho corteggiato a lungo. Mario Rigoni Stern propone una rassegna di tutti gli alberi che ha piantato in un suo appezzamento, con i quali cresciuto e che rappresentano la sua terra e la sua storia. In primo piano c'è la descrizione botanica delle varie specie arboree, senza fronzoli letterari; ogni albero evoca poi momenti della sua vita, episodi o riflessioni, ma niente di particolarmente significativo. L'aspetto descrittivo è nettamente predominante, ma non privo di fascino.

Thomas Mann con La morte a Venezia riesce a restituire perfettamente l'atmosfera della città di inizio Novecento, tra i miasmi portatori di malattia e sprazzi di luce e bellezza. È un romanzo breve di grande intensità, dove si mescola abilmente l'alto e il basso, la nobiltà dei sentimenti, capaci di elevare spiritualmente l'uomo, al riso amaro di una morte beffarda. Un capolavoro.




Gianni Celati, con Costumi degli italiani. Un eroe moderno, inaugura un ciclo di racconti tutti legati tra loro, toccando vari temi e aspetti storico-culturali propri della seconda metà del Novecento italiano. In questa prima raccolta i racconti hanno come protagonisti alcuni adolescenti che stanno cominciando a esplorare il mondo degli adulti: le differenze di classe, le convenzioni sociali, i rapporti con l'altro sesso, la realizzazione di sé. Come in altri lavori di Celati, è notevole la capacità affabulatoria, la costruzione di semplici ma efficaci sviluppi narrativi. 



sabato 12 dicembre 2015

I miei piccoli dispiaceri - Miriam Toews







Elf e Yoli sono due sorelle molto diverse tra loro, ma profondamente legate. Cresciute in una famiglia della comunità mennonita canadese, la loro vita da adulte prende strade molto diverse. Elf è geniale, ha un grandissimo talento naturale che l'ha portata a suonare il pianoforte nei più grandi teatri del mondo. Il suo genio si è espresso fin da bambina, semplice e naturale, apparentemente senza sforzo; la sua vita è costellata di successi, soldi, celebrità, passione. Yoli è la sorella più piccola, fin da piccola mostra devozione e curiosità per la sorella, ha una personalità più sfuocata, acerba. Yoli, anche da adulta, sembra non riuscire a scrollarsi di dosso questo senso di incompiutezza: la sua vita è un caos di ex mariti, figli, aspirazioni professionali frustrate. Yoli è una scrittrice, la testimone, la voce narrante di questo romanzo. La vita apparentemente perfetta di Elf nasconde però una fragilità inaspettata. I tentativi di suicidio di Elf sono al centro del romanzo, della vita delle due sorelle e dell'intera famiglia. Una famiglia di superstiti, infatti la tendenza al suicidio sembra tragicamente congenita.

Il tema del suicidio, anche quello spinoso del diritto ad una morte assistita anche per chi soffre di gravi forme di depressione, è trattato con una strepitosa miscela di ironia, sgomento e tenerezza. Tutto sembrerebbe portare I miei piccoli dispiaceri verso il romanzo dai toni tragici, ma non è così. Miriam Toews riesce invece a toccare una gamma di emozioni e registri davvero varia e sorprendente. Proprio in questo aspetto risiede la forza del romanzo. In I miei piccoli dispiaceri si coglie perfettamente come in tutte le piccole o grandi tragedie famigliari, fuori dalla finzione letteraria, il tragico lascia spesso il posto al comico. Il dolore non si manifesta sempre e solo come una patetica messinscena melodrammatica, ma attraversa fasi diverse, lascia spazio a momenti di distensione o viene occultato dalla concreta vita quotidiana, dalla vita che va avanti nelle sue piccole cose.

La stravaganza dei personaggi è un altro elemento chiave del romanzo. In primo luogo c'è l'alchimia tra le due sorelle, palpabile in ogni loro dialogo. Si alternano con vivacità battibecchi su inezie, litigi, momenti spassosi; ma è da questo confronto che si rivelano la fragilità più intime. Due sorelle, specchio l'una dell'altra. Indimenticabili sono anche i personaggi di contorno, soprattutto gli altri membri di questa sfortunata famiglia. Generazioni diverse di donne forti, capaci di resistere all'urto dei drammi della vita con un pizzico di follia, sono il collante di una famiglia incline all'autodistruzione. Nella stessa famiglia è come se ci fossero due eredità genetiche, incarnate dalle due sorelle Yoli ed Elf, l'una protegge l'altra distrugge, una è vita l'altra è morte. Ciò che sembra insito non nel singolo individuo, ma nella storia famigliare, trova in parte spiegazione nelle particolarissime caratteristiche della comunità mennonita. I mennoniti formano una comunità che si richiama ai valori primitivi della cristianità, hanno subito persecuzioni e migrazioni, hanno costruito uno stile di vita allo stesso tempo soffocante e temprante, tra la repressione di tutto ciò che è voluttuoso e la pratica costante della resistenza alle asperità della vita.


La scrittura di Miriam Toews è brillante, non solo nei dialoghi tra le due sorelle. La vitalità e la varietà sono apprezzabili in tantissimi altri aspetti, a partire dal racconto che la narratrice, Yoli, fa della della sua vita caotica e buffa. I pensieri di Yoli si affastellano sulla pagina, saltano da un argomento all'altro, in un gioco vivace e mai noioso. Suscita anche una certa tenerezza leggere come questa donna, comprensibilmente impreparata di fronte al desiderio di morte della sorella, cerchi di escogitare delle soluzioni, a tratti con disarmante ingenuità. Con questo vortice di pensieri, spesso apparentemente poco focalizzati sul tema dominante, l'autrice riesce a trasmettere un forte senso di realtà, lontano da ogni tentativo di romanzare eccessivamente la vicenda.

Se proprio occorre trovare un piccolo difetto del romanzo, sta nel fatto che l'autrice abbia  forzato, in alcune occasioni, la verosimiglianza di alcuni episodi, per poter marcare l'eccentricità dei personaggi. Soprattutto nel finale, si gioca forse troppo sullo spirito anticonformista dei protagonisti, facendoli fare delle scelte poco credibili. Il gusto per l'eccentrico è fortemente presente anche nei dialoghi, nel modo di parlare e di pensare. L'effetto ricercato è quello di spiazzare il lettore con battute sferzanti e sopra le righe; ma questo, in alcuni casi, avviene discapito della fluidità della narrazione.


I miei piccoli dispiaceri è una lettura emozionante e piacevole. Incredibile come, al di là del tema delicato e drammatico, traspaia una forte positività. Più che sul tema del suicidio è un romanzo sul tema delle relazioni umane, sul senso di appartenenza ad una famiglia, sull'aiuto reciproco e la solidarietà incondizionata, anche nel dolore.


ooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo
I miei piccoli dispiaceri
Miriam Toews
traduzione di Maurizia Balmelli
Marcos y Marcos
2015
363 pagine






giovedì 3 dicembre 2015

Collezione novembre 2015






Ne Il dio dei sogni, Alexander McCall Smith recupera il mito celtico di Angus, la divinità preposta ai sogni. Con lo stile piano e terso caratteristico della narrazione mitica che si tramanda di bocca in bocca, di generazione in generazione, racconta la nascita del dio, la crescita e lo sviluppo dei suoi magici e graditi poteri. Quando Angus passa accanto agli uomini, i loro sogni diventano estremamente vividi, si mescolano con la realtà, sprigionando desideri e potenzialità di ognuno. Nei brevi racconti in cui è diviso questo libro, ogni tanto si abbandona l'atmosfera trasognata del mito per un'ambientazione contemporanea. Il mito si rispecchia nella realtà, nelle vite di tutti i giorni si rivive la storia di Angus, il dio dei sogni. Se il progetto sembra abbastanza interessante, in realtà i racconti non sono niente di memorabile. Menzione speciale alla splendida copertina, che, ammetto, è l'unico motivo che mi ha spinto a prendere in mano questo libro.



Ne Il grande male, un graphic novel, David B racconta la malattia del fratello, affetto fin dall'infanzia da gravi attacchi di epilessia. Attraverso i disegni di David B, dove si miscelano elementi reali a rappresentazioni simboliche, irrazionali e immaginifiche, l'autore testimonia il tormentato percorso del fratello, e di tutta la sua famiglia, alla ricerca di una guarigione. La malattia è rappresentata come una montagna da scalare, la cui età sembra però spostarsi sempre più in là. Si tocca anche il tema della rassegnazione, della malattia che prende il sopravvento. Grandissimo spazio è riservato alla continua ricerca di cure più o meno alternative, bizzarre. In maniera abbastanza imprevedibile il romanzo si spinge anche su temi esoterici, filosofici, lasciando alle volte interdetti, e annoiati. A parte alcuni momenti realmente angoscianti, a prevalere è un senso di monotona ripetizione di uno schema narrativo. È vero che questo graphic novel era originariamente diviso in volumi, ma questo non giustifica una povertà nella struttura narrativa.



I miei piccoli dispiaceri di Miriam Toews è un romanzo interessante e piacevole sotto molti punti di vista. Con uno stile non banale, con un modo così spigliato, pungente e coinvolgente di seguire i pensieri della protagonista narratrice, la Toews racconta una storia altrettanto originale. Elf è la sorella geniale ma tormentata, Yoli quella meno realizzata, apparentemente più caotica, ma più resistente. I tentativi di suicidio di Elf sono al centro del romanzo e della vita delle due sorelle e dell'intera famiglia. Una famiglia di superstiti, infatti la tendenza al suicidio sembra tragicamente congenita. Il tema del suicidio, anche quello spinoso del diritto ad una morte assistita anche per chi soffre di gravi forme di depressione, è trattato con una strepitosa miscela di ironia, sgomento e tenerezza. Un romanzo assolutamente consigliato.



In Marco Polo. La via della seta, Maro Tabilio affronta la coraggiosa sfida di immergersi nelle atmosfere del celebre viaggio del mercante veneziano. Non un adattamento o una riscrittura del Milione, ma un'opera dal taglio originale. In questo graphic novel si avvicendano materiali compositi: ampio spazio è naturalmente dedicato al viaggio, ma la narrazione e l'itinerario è interrotti da resoconti di sogni, e, soprattutto, da magnifiche mappe. Queste mappe hanno catturato la mia attenzione, non solo per la bellezza del disegno, ma per la particolare commistione di realtà e irrazionale, gioco infantile e simbolismo. Tutti questi materiali sono retti da una cornice narrativa in cui Marco Polo, in carcere a Genova, racconta la sua storia al compagno di cella, Rustichello da Pisa, che è stato davvero colui che ha materialmente steso il Milione, che in questo libro è una sorta di buffo cantastorie fanfarone. Marco Polo. La via della seta è, in un certo senso, quanto di più simile a uno scartafaccio immaginario che precede idealmente la stesura del Milione. Nulla da dire sul disegno, sulla capacità, ad esempio, di rendere efficacemente i silenzi, la desolazione, la paure del viaggio. Quello che non mi ha convinto fino in fondo è la tenuta complessiva dell'opera: priva di centro, ricchissima di spunti e direzioni, perde di tensione emotiva. Del tutto evitabili, a mio parere, alcuni indugi di carattere metaletterario e, in generale, un uso troppo autocompiaciuto di espressioni idiomatiche, allusioni colte o comunque di sapore didascalico. In conclusione, è un graphic novel ambizioso, non di immediata comprensione, da sfogliare con cura. Più un'opera da contemplare visivamente che una storia da gustare.



lunedì 2 novembre 2015

Collezione ottobre 2015




The Fishermen è il bellissimo romanzo di un autore nigeriano, Chigozie Obioma. Non ancora tradotto e pubblicato in Italia, era nella cinquina dei candidati al Man Booker Prize 20015. Mi farebbe molto piacere vedere questo romanzo anche nelle librerie italiane, perché ha davvero tutti gli elementi per essere una lettura coinvolgente e stimolante. In parte potrebbe essere riassunto come una storia famigliare drammatica dove il normale corso della vita, tutto sommato agiata e serena, precipita tragicamente nel sangue. Ci sono tutta una serie di elementi che fanno sì che il romanzo non sia riducibile a questo. Il romanzo è pervaso dalla tensione tra le diverse anime della nazione nigeriana, dove si vivono quotidianamente, e nell'interiorità di ogni personaggio, delle forti contraddizioni culturali. Da una parte c'è il razionale stile di vita occidentale, c'è anche una forte spiritualità cristiana, ma esiste, quasi a un livello inconscio, anche un indissolubile rapporto con la terra e le sue tradizioni ancestrali. È una storia di contaminazione, dove questa eredità culturale sommersa, riflessa in superstizioni, può danneggiare e incrinare il sogno di felicità, tutto modulato su canoni occidentali, della famiglia protagonista. Obioma si mostra eccezionale per la capacità di parlare del su paese senza mai risultare didascalico o folkloristico, A questo proposito è notevole la capacità di di destreggiarsi dell'autore tra i diversi modi di esprimersi dei personaggi in base al contesto: dall'inglese perfetto delle situazioni formali, alla lingua ibrida e contaminata della quotidianità, alle frasi di sapore formulare delle lingue autoctone. Per questi e per altri motivi The Fishermen è un romanzo assolutamente valido. Da leggere.


La raccolta di racconti Fortune smiles del premio Pulitzer Adam Johnson fa della varietà la sua più evidente caratteristica. I racconti hanno tutti un'ambientazione diversa nel tempo e nello spazio. Trovo che sia una scelta apprezzabile: non c'è rischio di annoiarsi e di percepire quel filo di monotonia, come capita alle volte leggendo raccolte di racconti. C'è qualcosa che lega i testi di questa raccolta? In generale, si potrebbe dire che sono storie di esperienze di vita al limite. Sono ambientate in contesti difficili come la Germania dell'Est, i giorni successivi ad un uragano, in esilio in un paese straniero. In altri racconti i personaggi devono affrontare momenti delicati e drammatici, spesso rappresentati dalla malattia. Alcuni di questi racconti sono tutto sommato trascurabili, soprattutto i primi. Altri esplorano meglio il modo di reagire dei vari personaggi in tali situazioni. Emerge come uno stesso evento, coinvolgendo più persone, può essere visto da diversi punti di vista. Così, ad esempio, nella malattia c'è la prospettiva del malato ma anche delle persone che gli sono accanto, nell'esilio c'è chi accetta la nuova condizione e chi no. Anche questo libro non è ancora stato tradotto in italiano, attualmente è candidato al National Book Award 2015. Non mi affretterei a leggerlo in inglese, c'è probabilmente di meglio.


Continua il recupero dei classici italiani del Novecento con Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Forse l'opera più conosciuta dell'autore, ambientata naturalmente a Ferrara, nel ventennio fascista. I Finzi-Contini sono una ricca e borghese famiglia ebrea ferrarese, che vive per questo un po' appartata dal resto della comunità ebraica. Bassani descrive con tenerezza ed eleganza la vita di questa famiglia, chiusa nella loro splendida villa, a ridosso dell'entrata in vigore delle leggi razziali e alla loro tragica estinzione. Proprio in questo contesto sempre più ricco di ombre e minacce, acquista un valore simbolico il fragile ed effimero sentimento giovanile tra il narratore e Micol Finzi-Contini. Di questo romanzo mi ha colpito sicuramente la prospettiva particolarissima su quel delicato momento storico: l'atmosfera luminosa, l'opulenza borghese, il capriccio dei sentimenti, sono tutti elementi che stridono fortemente con la tragedia imminente. Offrono però uno sguardo diverso, dall'interno, sulla comunità ebraica e l'ebraismo. Devo dire che per il resto il romanzo non mi ha convinto molto, e anche lo stile di scrittura un po' troppo classicheggiante non mi ha fatto amare molto questa lettura.


Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi è il bel libro che non ti aspetti. Il romanzo è il frutto dell'esperienza dello stesso Levi quando scontò un periodo di confino, nel 1935, in un piccolo paese della Lucania. L'aspetto più interessante del libro è che si tratta di un testo a metà strada tra il romanzo e il saggio, o meglio un romanzo che ingloba degli elementi del saggio. Una tendenza molto interessante anche della letteratura contemporanea. L'altra qualità per me importante è che Cristo si è fermato a Eboli non è il classico romanzo realista o neorealista sul Sud Italia, che mira principalmente a muovere un sentimento di compassione verso la miseria e la deprivazione di queste popolazioni. Levi ha invece una curiosità scientifica, antropologica, senza rinunciare anche a manifestare un trasporto emotivo e un sincero coinvolgimento verso la variegata umanità incontrata in questa immersione nel Sud Italia. Levi cerca di indagare le radici più profonde, precristiane, della cultura contadina, dimostrando che esiste un'inconciliabilità, ancora difficilmente superabile, tra questa realtà e la società del progresso, della città, di Roma (e del fascismo). Un testo fondamentale per riflettere sul divario tra Nord e Sud, e, in generale, sull'impossibilità di costruire una società, o una nazione, con l'imposizione e la violenza.


La lettura delle commedie di Aristofane è sempre, a mio parere, complicata. Ne I cavalieri, come in tutti gli altri suoi drammi, le vicende politiche e sociali contemporanee entrano così prepotentemente nel testo che, per poterlo comprendere a pieno, è necessaria una conoscenza molto precisa della storia greca, della cultura politica ateniese di V secolo. Per fortuna esistono edizioni come questa, curata da Guido Paduano, che prendono per mano il lettore fornendo note e saggi introduttivi esaurienti. L'arrogante e viscido servo Paflagone esercita un controllo totale sul vecchio padrone, di nome Popolo; due altri servi cercano quindi un modo per liberare il proprio padrone da questa cattiva influenza. Dietro la maschera di Paflagone è riconoscibile Cleone, leader politico ateniese passato alla storia per il suo irriducibile interventismo durante la Guerra del Peloponneso. Dal piano più domestico di una lotta tra servi, la commedia scivola sul piano politico, l'allegoria si sfalda e lascia sempre più scoperta la realtà. Come fare a spodestare Paflagone-Cleone, un demagogo corrotto? La risposta a cui arrivano i personaggi della commedia è paradossale: trovare qualcuno peggio di lui, un salsicciaio, che ottenga la fiducia del popolo ateniese. Come in altre commedie, Aristofane individua nella demagogia una dei mali più profondi della democrazia ateniese. Un approccio che non mi interessa particolarmente è quello di rilevare morbosamente quanto sia attuale un testo del genere, ma è indubbio che l'allegoria inscenata da Aristofane sia tutt'oggi proponibile. Tra le commedie di Aristofane che ho letto, questa è tra le meno indicate per chi volesse cominciare. Per potersela gustare, anche per le battute e le allusioni più immediate, occorre comunque un minimo di confidenza con il genere.

domenica 4 ottobre 2015

Collezione settembre 2015






Luce d'agosto è probabilmente uno dei romanzi più celebrati della letteratura americana, di uno degli autori più celebrati della letteratura americana, William Faulkner. Avrebbe dovuto essere la lettura del mese, perno delle mie giornate. Insomma, avevo puntato molto su questo romanzo. Non posso dire che non mi sia piaciuto ma non è nemmeno stata una rivelazione o un'esperienza così forte come molti altri lettori descrivono. È un romanzo a più voci, dalla costruzione complessa ma del tutto seguibile, ambientato nell'America del Sud all'epoca del proibizionismo e della segregazione razziale. Alla vicenda principale si collegano le storie dei vari personaggi coinvolti, in questo modo Faulkner riesce a indagare in profondità le cause più intime, e spesso oscure, tragiche, dell'agire dei protagonisti. Ad emergere è inevitabilmente anche il difficile contesto sociale, le forti contraddizioni interne. Xenofobia, questione razziale, rigore morale, desiderio di trasgressione, fervore religioso, desiderio di riscatto sociale, rabbia. Tutti questi elementi creano in ciascuno dei personaggi una miscela esplosiva. Certo, è un romanzo di grande spessore, a cui non si può dire niente di male. Purtroppo non mi ha coinvolto emotivamente come speravo; anche a livello stilistico mi ha impressionato solo sporadicamente.


Con Epepe, romanzo dell'autore ungherese Ferenc Karinthy, siamo invece in piena atmosfera kafkiana. Un professore di linguistica si trova, per errore, in una misteriosa città in cui non si parla nessuna lingua conosciuta e dove ogni tentativo di comunicazione sembra destinato a fallire. Il professore, intrappolato in un mondo che non riesce a decifrare, prova con tutti i suoi mezzi, e le sue conoscenze, a spezzare quest'incomunicabilità totale. Il romanzo, fin dalle prime pagine, riesce a evocare uno stato d'angoscia che accompagna il lettore fino alla fine, anche solo per il semplice meccanismo di immedesimazione che si crea. Oltre a questo, è anche la descrizione della città, e della sua vita frenetica apparentemente senza senso (sì, sotto sotto è Kafka anche questo), a prostrare il lettore. Che esito avranno i tentativi del professore di evadere da questo mondo? Riuscirà a stabilire un contatto con qualcuno? C'è una debole speranza? Questo lo lascio a voi. Non sono proprio sicuro che questo libro regga il confronto con Kafka, che probabilmente rimane per certi versi più radicale, ma è sicuramente un romanzo che offre ottimi spunti di riflessione e, allo stesso tempo, lascia una traccia emotiva nel lettore.


Quando posso cerco di recuperare qualche classico del Novecento italiano, tra i molti che devo ancora leggere o quelli di cui non ho che un ricordo sfuocato. In quest'ultimo gruppo rientra il caso de Il barone rampante, letto molti anni fa, che ora mi è capitato di riprendere in mano assieme a Il visconte dimezzato. Non mi metto a ricordarne la trama, soprattutto perché, avendo questi romanzi una natura fiabesca, trovo abbia poco senso anticipare anche minimi elementi, per non degradare il piacere della lettura. Vorrei però provare a dire perché sono dei romanzi che, nella loro semplicità, meritano di essere letti. Italo Calvino ci fa fare a noi lettori adulti uno sforzo di fantasia bellissimo: ci fa accettare, come bambini, ciò che è incredibile e inverosimile. Più che cercare significati reconditi, insegnamenti, credo che l'approccio più appagante, e non meno significativo, sia proprio l'abbandonarsi al testo. Solo in un secondo momento si possono poi lasciare affiorare dei dettagli che rivelino come, in fondo, questi romanzi si occupino di inquietudini dell'uomo moderno, del suo essere sempre diviso a metà, incompleto, del suo desiderio di libertà. Naturalmente concluderò a breve la trilogia degli antenati, ma ho il sospetto che il recupero di Calvino nei prossimi mesi non si limiterà a Il cavaliere inesistente.




sabato 5 settembre 2015

Collezione estate 2015







Tra i libri più attesi di quest'estate c'era senza dubbio Tempi glaciali, l'ultima inchiesta del commissario Adamsberg, della celebre autrice francese Fred Vargas. Per questo libro avevo grandi aspettative. Non sono un lettore di gialli ma il romanzo precedente, Nei boschi eterni, era riuscito magicamente a conquistarmi: ho amato la figura eccentrica del commissario Adamsberg, ma anche la scrittura leggera e allo stesso tempo raffinata della Vargas, i personaggi secondari ben curati e complessi, le atmosfere, le parti più comiche. Purtroppo in questo nuovo romanzo non ho trovato traccia di tutto ciò. Nel nuovo lavoro della Vargas, a parte il protagonista che non sembra aver perso smalto, il resto dei personaggi sono stati ridotti a comparse. Ho percepito sia nella scrittura che nell'atmosfera una pesantezza e una monotonia che non mi sono piaciuti per niente. La trama, il giallo vero e proprio, non è nulla di particolarmente ben strutturato. Un romanzo un po' buttato lì?


Dopo un anno alla perenne ricerca del libro prefetto, del romanzo che finalmente ti sveli il significato della vita, direi che ci si può concedere qualcosa di un po' meno pretenzioso, di leggero e spensierato. Affari di famiglia, scritto da Francesco Muzzopappa, racconta di un'anziana nobildonna che progetta il suo rapimento, cercando così di salvare il patrimonio, minacciato da un figlio imbecille e scialacquatore. Il personaggio della contessa Maria Vittoria del Pozzo della Cisterna è irresistibile; attraverso i suoi occhi e i suoi pensieri l'autore gioca con le convenzioni, e falsità e contraddizioni dell'alta società. Nella sua globalità il romanzo è sicuramente piacevole e divertente, quello che però proprio non mi convince è la trama poco brillante e un finale elementare, ma probabilmente questa ingenuità fa anche parte del genere. Il romanzo trova nella protagonista la vera ragione d'essere, forse troppo, il resto non è così curato. Niente di indimenticabile, ma il suo sporco lavoro di intrattenermi sotto l'ombrellone l'ha fatto bene.


Leggendo Mosca più balena ho voluto avvicinarmi a un'autrice, Valeria Parrella, di cui si sente parlare molto. Una scrittrice italiana che ama la forma del racconto era assolutamente da provare! Con un certo imbarazzo devo confessare che non ricordo proprio nulla di questa raccolta di racconti. Non mi hanno minimamente interessato dalla prima all'ultima pagina, tanto che ho fatto davvero tanta fatica a finire il libro. Potrebbe naturalmente essere che io avessi momentaneamente dimenticato il cervello da qualche parte, ma non ho proprio capito cosa dovrebbe esserci di tanto particolare e incisivo in questi testi, che hanno ricevuto fior fior di recensioni più che positive. Io ho percepito la Parrella come una scrittrice certamente già matura alla sua prima opera, ma più scaltra che brillante. L'autrice ha messo a punto una scrittura certamente contemporanea, che gioca con i chiaroscuri, con accostamenti alle volte arditi e una brutalità alle volte sconcertante; tutto questo però mi sembrato troppo artificioso. Mi ha davvero deluso.


In estate non può mancare qualcosa di bello lungo e coinvolgente, quest'anno il titolo che più si avvicina a questa tipologia è Io Claudio di Robert Graves. È un romanzo storico in cui Claudio, il futuro imperatore romano, narra le turbolente vicende degli ultimi anni del principato di Augusto e la complessa instaurazione della dinastia giulio-claudia con Tiberio, Caligola, e, infine, lo stesso Claudio. In verità il romanzo non copre l'intera vita di Claudio, ma solo la sua esistenza prima di diventare, in tarda età, imperatore. Esiste poi un seguito, che leggerò sicuramente. Per quello che ho potuto verificare, il romanzo è in linea di massima storicamente attendibile e si poggia sulle autorevoli testimonianze di autori antichi, primo fra tutti Tacito, tanto che alcuni passi del romanzo sembrano addirittura delle riscritture di altrettanti episodi degli Annali tacitiani. Naturalmente il testo di Graves risulta più accattivante della fonte latina, perché ha un'enfasi e una drammaticizzazione degli eventi molto più spiccate, essendo un romanzo e non un'opera storiografica. Ho trovato ottima la scelta di utilizzare lo stesso Claudio come narratore, fingendo che il romanzo non siano altro che le memorie private dell'imperatore. L'unico difetto è probabilmente la presenza di troppi episodi, francamente marginali, che certo dimostra l'attenzione dell'autore verso tutto il materiale antico a disposizione, ma rende alle volte la narrazione ridondante e dispersiva. Resta comunque un bel romanzo storico.


Non ci vogliamo far mancare anche un classico a tema marinaresco? Certo che no! Anche se definire La linea d'ombra di Joseph Conrad un romanzo marinaresco è davvero riduttivo. Conrad costruisce un romanzo molto denso ed allusivo, allegorico, che indaga uno dei momenti di passaggio più importanti nella vita di un uomo: l'ingresso dalla gioventù nell'età adulta. Il primo viaggio di un giovane comandante, ricco di imprevisti forse causati da una maledizione lanciata dal capitano precedente, si configura quasi come un viaggio iniziatico che comporta un profondo mutamento interiore. Il romanzo non è dei più semplici e richiede una certa concentrazione. Sono imperdibili alcuni squarci descrittivi immaginifici e la capacità di Conrad di rendere perfettamente quella tensione tra realtà e allusione simbolica che pervade il testo e lo rende speciale.


Almanacco del giorno prima, di Chiara Valerio, è uno dei romanzi italiani più sperimentali che ho letto ultimamente. Alessio Medrano fin da piccolo ha coltivato la passione per la matematica, Alessio trova però un'applicazione alle sue conoscenze alquanto particolare, forse discutibile: ha creato un pacchetto di investimenti acquisendo le polizze vita dei suoi clienti. In un certo senso è come se il suo profitto dipendesse dalla morte, dalla durata della vita dei suo clienti e dalla sua capacità di calcolarlo, con una freddezza quasi disumana. Per questo lavoro Alessio è perfetto, non solo per le sue conoscenze, ma per il suo carattere distaccato e imperturbabile. L'incontro con una fascinosa donna, gli farà conoscere un lato più sentmentale. Il romanzo è particolare non solo per le inserzioni, mai pedanti, di elementi tratti dal campo della matematica, ma sopratutto per la struttura frammentaria. La narrazione procede ad episodi, i ricordo dell'infanzia si alternano alle storie dei vari clienti di Medrano; la parte centrale del libro è addirittura costruita su una serie di pensieri frammentari ordinati secondo delle parole chiave ricorrenti. Una bella prova della Valerio, che ha davvero una tempra nello scrivere invidiabile. Ho però avuto la sensazione che questa frammentarietà e questa struttura in continua trasformazione, portino troppa ripetitività all'interno del romanzo che ad un certo punto mi è sembrato noioso e privo di forza. La Valerio mi è comunque sembrata un'autrice capace.


Sempre parlando di struttura a frammenti, ho letto Sembrava una felicità di Jenny Offill. Di questo romanzo ne ho sentito parlare molto bene; io l'ho trovato buono, ma niente di memorabile. Come ho accennato, il libro è costruito come un diario, o meglio una serie di annotazioni e riflessioni della protagonista su quello che le succede in famiglia, nella sua vita professionale e soprattutto, nella sua vita di coppia. Essenzialmente è la storia di una giovane donna ambiziosa che nel corso del tempo, compiendo determinate scelte, si trova a dover ridimensionare le proprie ambizioni lavorative per dedicarsi alla famiglia, tuttavia un evento destabilizza l'equilibro trovato e rimette in discussione tutto. La Offill ha sicuramente la capacità di trattare temi apparentemente banali, perché comuni e quotidiani, con disinvoltura e acutezza. L'idea di fondo non è certo tra le più originali, ma l'esplorazione del piccolo cosmo del quotidiano, delle leggi fondamentali che regolano i rapporti più intimi, è un territorio sempre della letteratura.



La sorpresa di queste letture estive è stata La vita agra di Luciano Bianciardi. Il titolo mi aveva un po' tratto in inganno, mi aspettavo il classico romanzo di pura descrizione di una condizione socio-economica, invece ho trovato un libro molto più complesso e ricco di significati. Il protagonista del romanzo si trova nella condizione di voler perseguire degli ideali, ideali rivoluzionari e di lotta ai soprusi dei padroni verso la classe proletaria, ma allo stesso tempo, per sopravvivere, deve adeguarsi ad uno stile di vita convenzionale. Il romanzo racconta questo dissidio e la disperata ricerca di un modo per evadere da una realtà sociale sempre più soffocante, in cui il consumo e la produzione sono i principi fondanti. La forza del romanzo è sopratutto nella scrittura trascinante di Bianciardi, di un'intensità fuori dal comune. Lo stile e i temi trattati hanno davvero permesso al romanzo di risultare tutt'oggi una lettura capace di lasciare il segno.