lunedì 24 novembre 2014

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank - Nathan Englander




Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Anne Frank è la più recente raccolta di racconti di Nathan Englander, un promettente scrittore americano che è già riuscito ad entrare, proprio con questo lavoro, nella selezione finale del Pulitzer 2011. In questa raccolta si affronta variamente la questione ebraica, anche da punti di vista desueti, toccando certamente il tema dell'olocausto, ma non solo. Ciò che rende molto interessante e credibile il racconto è l'esperienza diretta del protagonista che traspare, sia pur mediata da personaggi e situazioni letterari; Englander è cresciuto infatti a New York in una famiglia ebrea, ha anche vissuto una parte della sua vita in Israele dove ha conosciuto tutte le difficoltà e le contraddizioni dello stato ebraico. Queste molteplici prospettive si sentono tutte e prendono corpo nei vari racconti.

Forse il maggiore pregio della raccolta è proprio la varietà non solo tematica ma anche stilistica: ogni racconto ha caratteristiche uniche, si spinge in una direzione diversa all'interno della vasta sfera della cultura ebraica, cultura che non può prescindere dalla sua storia di dolore che raggiunse il culmine nel XX secolo, ma che non può essere nemmeno ridotta solo a questo. Englander restituisce alle sue radici culturali la loro vitalità e la complessità; non manca di evidenziare anche tutte le contraddizioni, alle volte l'incompatibilità, tra precetti religiosi e la vita contemporanea improntata su modelli occidentali. Englander riesce bene a svincolarsi dall'esigenza, secondo me letterariamente nefasta, di tratteggiare la storia completa e unidirezionale di un popolo, per offrire invece, attraverso i suoi personaggi, delle schegge di vita. Questi racconti per fortuna non sono un pretesto per una lezioncina sul mondo ebraico!

Il progetto d questa raccolta è molto valido e interessante, il risultato non è però sempre esaltate: non tutti i racconti sono coinvolgenti e riusciti allo stesso modo.

N. Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di
Anne Frank
, Einaudi 2012, pp. 208.
Il racconto più convincente è sicuramente il primo che dà il nome anche alla raccolta. In Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank si rielabora l'incubo della persecuzione nazista ancora vivissimo, attraverso il filtro struggente del gioco: in caso di un nuovo olocausto da chi ti faresti proteggere? Di chi ti potresti fidare? Ma non solo, il racconto mette in luce anche le problematiche di più stringente contemporaneità per la comunità ebraica: l'educazione. Englander torna con insistenza sul tema dell'educazione ebraica, con forte enfasi sui divieti che essa impone. Nel racconto si contrappongono due famiglie: da una parte l'ortodossia ebraica di una famiglia che ha scelto di vivere in Israele, dall'altra una famiglia ebrea americana più aperta alle contaminazioni con il mondo non ebraico. Le opinioni si intrecciano, nessuna prevale; nei silenzi, nei discorsi che cadono a metà c'è molto delle atmosfere di Carver. Englander tesse senza toni perentori, addirittura con una gustosa vena di sarcasmo, una riflessione sul senso di appartenenza di un individuo a una comunità, a una storia, a una cultura.

Nel racconto Le due colline Englander elabora una sorta di mito di fondazione di un villaggio israeliano: un'epica moderna condensata nel breve spazio di un racconto. È davvero particolare e suggestiva la scelta di raccontare con la cadenza del mito, della leggenda, la storia di due famiglie: stanziatesi in una terra ostile nel vicinissimo, almeno per noi europei, 1973, che dettero vita a quella che negli anni 2000 sarebbe diventata una prospera cittadina. Non mancano elementi che si avvicinano al realismo magico: azioni del passato hanno ripercussioni inaspettate nel presente, l'aleggiare come di maledizioni che si abbattono sulle generazioni che si susseguono; si fa inoltre forte il valore simbolico della parola, delle promesse. Sarà anche altissimo il prezzo pagato per la fondazione del villaggio su un territorio occupato e strappato al popolo palestinese. Un racconto sul passato che affonda nel mito, di cui rimane sempre traccia nel destino di un popolo; ma anche una riflessione sul tema dell'occupazione e del possesso. Il racconto è promettente, anche se, a mio parere, manca di coesione e incisività in alcuni suoi passaggi.

Englander sconvolge nuovamente la sua scrittura in Peep Show. Il tema di fondo è ancora l'educazione, ma questa volta l'atmosfera si fa surreale e le contraddizioni interiori del personaggio si trasformano in incubi e dialoghi allucinati sul tema della sessualità. Allen, il protagonista, quasi casualmente si ritrova ad essere spettatore di un peep show, uno spogliarello a gettoni; ma l'atmosfera erotica ben presto lascia spazio ad una giostra di visioni sconcertanti dei rabbini, che lo hanno educato secondo i rigidi principi ebraici, e della madre. Il racconto è piuttosto breve ma ben congegnato, la materia onirica e vorticosa del teso è ben gestita da Englander, è utilizzata con bravura senza forzature fastidiose.

Mi sono concentrato su questi tre racconti perché mi sembra esemplifichino bene tutte le potenzialità e le sfumature di questa raccolta di racconti. Tra gli altri testi ce ne sono sicuramente un paio di dimenticabili, magari dove Engalnder sperimenta qualche altro stile e atmosfera senza riuscirci pienamente. È il caso del racconto che è come costruito a scatole cinesi in cui l'autore, impegnato nel suo tour di promozione in librerie sempre più deserte, si trova faccia a faccia con un suo lettore la cui presenza a tutti gli incontri ha un che di demoniaco. Qui l'atmosfera si fa quasi kafkiana ma l'effetto è più soporifero che inquietante. Abbastanza buoni, soprattutto per le riflessioni che portano con sé, sono Arrivano i Bloom e Camp Sundown, dove il tema centrale è quello del sentimento di vendetta e rivalsa. Ho trovato poi assolutamente insignificanti gli altri racconti che ruotano sempre attorno al tema della memoria ma senza lasciare il segno.


Il bilancio complessivo è piuttosto difficile da tracciare. Si percepisce chiaramente quanto Englander sia attento a cogliere spunti e direzioni da tanti scrittori americani contemporanei e non (da Carver a Philip Roth). Questo rende la sua scrittura fresca, contemporanea e matura. La materia che ha affrontato non è sicuramente delle più facili ma ha saputo comunque muoversi bene, anche con una buona dose di ironia e dissacrazione. Riesce inoltre a sfruttare le dimensioni ridotte del racconto dove è possibile fare anche esperimenti stilistici e formali senza stancare troppo il lettore. Ogni tanto tutti questi ingredienti non si sono amalgamati alla perfezione, forse Englander ha voluto strafare, non tutte le variazioni di registro sono andate a buon termine; è un peccato che vi siano dei racconti che proprio non sembrano avere una direzione o una struttura all'altezza degli altri. Englander è un autore che forse con il tempo potrà rivelarsi anche più interessante, sicuramente con Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Anne Frank ha dimostrato di avere ben chiaro quale sia il ricco bacino di esperienze e storie dal quale attingere.


domenica 9 novembre 2014

Il tempo materiale - Giorgio Vasta




Il tempo materiale

Appena ho finito di leggere Il tempo materiale ho avuto la sensazione di essermi imbattuto in un testo importante, che avrei impiegato molto tempo per metabolizzarlo. Questo romanzo è un monolite opaco che per più di metà percorso in qualche modo respinge il lettore, resiste ad ogni analisi o considerazione. Come a volte capita con i migliori romanzi, ogni tentativo di frammentare e riordinare le tematiche e i motivi sottesi è destinato a fallire, proprio perché ogni elemento è perfettamente fuso con un altro. 

Quando ho cominciato a leggere Il tempo materiale ho avuto un piccolo sussulto. Siamo a Palermo, siamo nel 1978, si parla di Moro e della Brigate Rosse, i protagonisti sono dei ragazzini. Temevo fortemente che si trattasse dell'ennesimo romanzo autobiografico o generazionale. E invece non è niente di tutto questo.

Vasta concentra la sua attenzione su un periodo di tempo piuttosto ristretto, si parla di un'estate, in cui si assiste ad una tragica e mostruosa metamorfosi dei tre ragazzini protagonisti, di cui uno è il narratore. I tre frequentano le scuole medie a Palermo, nessuno di loro ha grossi problemi in famiglia o a scuola, eppure dimostrano degli interessi molto strani per la loro età, vengono infatti fatalmente attratti dagli eventi tragici che scuotono l'Italia dell'epoca: il terrorismo, il sequestro e l'omicidio di Moro. Subiscono l'infatuazione delle Brigate Rosse che conoscono attraverso i giornali, in particolare subiscono l'effetto dirompente della lingua usata dal terrorismo: così potente, sferzante e vitale, lontana dalle lingua compassata borghese del loro ambiente e della scuola. Ma assieme alla lingua penetrano anche le idee che essa veicola, idee di violenza e di azione spregiudicata, una rivoluzione ad ogni costo a cui tutti possono aderire, anche dei bambini.

Nella prima metà del romanzo si vedono quindi questi tre ragazzini che giocano alle Brigate Rosse, c'è però da subito qualcosa che non va, un senso di disagio che spinge il lettore a proseguire, a sospettare che ci sia qualcosa di più profondo. Vasta gioca sul tema dell'innocenza infantile accostata all'ossessione per la rivoluzione, che i protagonisti coltivano giorno per giorno. Un lucidissimo progetto. Collezionano stralci dei giornali, studiano le tecniche di lotta delle Brigate, modellano il loro corpo, inventano anche loro un linguaggio, abituano le loro menti al calcolo e al freddo bilancio di ciò che è utile alla causa. Il lettore ad un certo punto si trova spiazzato. Cosa è rimasto del gioco? Sono veramente dei bambini? Fin dove si spingeranno? Qui sta la bravura di Giorgio Vasta: il romanzo porta con estrema gradualità il lettore alla consapevolezza piena di ciò che sta succedendo, e l'effetto finale è dirompente. I tre, con lucida volontà, si calano in una spirale di distruzione e morte dalle conseguenze devastanti, difficili da sopportare anche per il lettore più insensibile.

G. Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax 2008, pp. 313.
In verità sarebbe forviante parlare solo di questa terribile escalation perché Il tempo materiale ha un protagonista ben preciso, il suo nome di battaglia è  Nimbo. Tutti e tre i ragazzini sono diversi e vengono diversamente contaminati dal progetto brigatista. Tra i tre la figura di Nimbo spicca perché su di lui si addensano altri temi del romanzo. Nimbo è in potenza la voce più disillusa, non si lascia totalmente abbagliare dal idealismo utopico e amorale del progetto, ha una sua identità che in parte lotta per sottrarsi alla causa. Rispetto ai suoi compagni conserva una traccia di umanità, a tenerlo ancorato alla realtà c'è l'attrazione per una bambina. Quest'infatuazione sarà uno dei fili conduttori del romanzo. In Nimbo c'è una scintilla di maturità o di naturale disincanto  che lo potrebbero salvare.

Appare sempre più evidente che il tema di fondo del romanzo non è il terrorismo o la violenza di quell'epoca storica, capace di traviare anche gli innocenti; non c'è solo questo! È molto forte il tema del contagio delle idee e della forza eversiva del linguaggio. Il tema del contagio è martellante per tutto il romanzo: il bambino protagonista è infatti curiosamente attratto dal contagio, dalla malattia, dal trasferimento anche fisico di un male da un oggetto a una persona o da una persona ad un altra persona; da qui i suoi sforzi per incarnare l'infezione, farla propria. Il tempo materiale è il romanzo del male e dell'odio intesi come malattia e infezione, ma anche dell'infezione come amore e passione.

La storia del romanzo è supportata in modo perfetto dallo stile di Giorgio Vasta. Una scrittura dura, tesa. Ogni parola è soppesata e precisa, insostituibile. Vasta ha un approccio quasi chirurgico nell'elaborare la materia del suo romanzo, si percepisce tutta la cura e l'attenzione a mettere in luce dettagli precisi e a lasciarne nell'ombra altri. Non mancano immagini di forte impatto, descrizioni visionarie, una scrittura che sa essere sia essenziale che espressiva ed esplosiva. Non si cerca la descrizione realistica a tutti i costi della realtà sociale e storica in cui si svolgono i fatti, emergono solo gli elementi utili e significativi. Il picco stilistico si raggiunge quando il protagonista vive delle vere e proprie allucinazioni, dei dialoghi impossibili con oggetti e animali, con i fantasmi che gradualmente si impadroniscono della sua mente sempre più corrotta.

L'impressione generale che lascia questo romanzo è notevole. Vasta ha la grande capacità di far scivolare il lettore nel gorgo da lui creato, e il lettore stesso diventa protagonista e complice azionando il meccanismo che dà vita al romanzo. L'inconsapevolezza e l'innocenza del lettore entra in crisi di fronte a quanto sta succedendo, e non è più possibile tornare indietro.


domenica 2 novembre 2014

Collezione ottobre 2014




Ottobre mese del terrore arancione di Halloween, dell'ebola e di Don Chisciotte...ecco, io non sono stato contagiato da nessuna di queste tre cose.


Che non abbia letto niente a tema Halloween è normale, difficilmente faccio questo tipo di associazioni e poi no saprei proprio da che parte prendere; invece mi ero finalmente deciso a cominciare il Don Chisciotte, che fin dall'inizio dell'anno volevo inserire tra le mie letture di questo 2014. Dopo un periodo di libri sopodeprimenti cercavo qualcosa di più godurioso e scanzonato; così un bella sera, erano le due di notte circa, mi sono detto: “Perché non leggere Cervantes?”. Maledetto me per questa scelta. Mi dispiace, io non ce la posso fare con questo romanzo. Parto col dire che ho probabilmente l'edizione più scrausa sulla faccia della terra: pagine fitte fitte, carattere 2, inchiostro spotacciato qua e là, intere pagine sbiaditine, pagine storte. Insomma, un inferno. Eppure io ho cercato di tenere duro e, nonostante le difficoltà, sono arrivato a fatica a metà romanzo, yee! Adesso però ho intenzione di abbandonarlo senza rimpianti: capisco l'importanza di questo capolavoro assoluto della letteratura moderna mondiale, ma per ora non fa per me. I primi episodi, le prime avventure di Don Chisciotte e Sancho Panza sono anche piacevoli, poi la tiritera si ripete sempre uguale: sempre gli stessi meccanismi, le stesse situazioni e gli stessi equivoci. Mi ha proprio sfinito. Comunque abbandonarlo a metà non è un'operazione del tutto cretina perché è proprio Cervantes a dividere in due le avventure di Don Chisciotte; per ora lo metto via ma non escludo di finirlo e metterci un giorno una bella pietra sopra, perché lasciare le cose così a metà mi sta sui nervi!


Ho finalmente concluso, dopo mesi e mesi, i Nove racconti di Salinger. Volevo proprio vedere che effetto mi avrebbe fatto Salinger a distanza di dieci anni da quando ho letto, come credo la maggior parte dei liceali italiani, Il giovane Holden; mi ricordo che quel romanzo mi aveva lasciato un po' interdetto, da una parte l'avevo odiato profondamente, dall'altra mi aveva messo di fronte a qualcosa di talmente lontano da me che mi aveva disturbato e affascinato. Con i racconti si è praticamente ripetuta la stessa scena. Salinger è un maestro nel tratteggiare i suoi personaggi e le loro esistenze, che nascondono spesso un livido o un rancore, un irrequietezza di fondo che vibra nelle pagine di questi racconti; non a caso i soggetti preferiti sono i ragazzini adolescenti e i reduci di guerra. Salinger ha una tecnica narrativa davvero eccellente: è diretto e antiretorico, sa essere graffiante ma anche esprimere un forte senso di dolorosa compassione. Leggendo Salinger si sente tutta l'influenza che ha potuto esercitare sulla narrativa contemporanea americana e non solo. Resta però qualcosa che mi sfugge, che non mi cattura fino in fondo. Da rileggere, magari spezzettando di meno la lettura.


Il romanzo del mese è stato senza dubbio Le onde di Virginia Woolf. Complesso, enigmatico, inafferrabile. Questo libro è costruito su sei protagonisti diversi che si conoscono fin da quando sono bambini, crescono insieme, prendono strade separate ma continuano ad essere legati da un filo invisibile che li porta a cercarsi, a incontrarsi, a fondersi l'uno con l'altro. La narrazione procede di sezione in sezione passando dai pensieri di un personaggio all'altro, il tutto intervallato da dei brevi capitoli lirici che segnano lo scorrere del tempo riproponendo l'immagine delle onde che pervade il romanzo. È chiaramente impossibile ingabbiare questo romanzo in poche righe di commento. Quello che maggiormente mi stupisce ogni volta che leggo la Woolf è l'estrema cura della sua prosa che, al contrario di quanto possa sembrare all'inizio, non è per niente affettata o manierista o decorativa. Attraverso questi sei protagonisti l'autrice riesce ad indagare tantissimi aspetti dell'animo umano, come un raggio di luce che attraversa un prisma e si scompone nei vari colori che compongono lo spettro del visibile. Ma c'è anche una forza unificante potente che rende il romanzo perfetto e completo: io trovo sempre di più che Virginia Woolf abbia la capacità di pietrificare ciò che normalmente è inafferrabile e di offrirlo ai suoi lettori come pochissimi scrittori hanno mai saputo fare. Tra i romanzi che ho letto è forse quello più ostico, lo consiglio ha chi ha già avuto modo di confrontarsi con l'autrice con Al faro o Mrs. Dalloway.



Tornando poi a una lettura più fresca, mi sono dedicato a Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, un'interessante raccolta di racconti dell'autore statunitense Nathan Englander. Tutto sommato mi sono sembrati dei testi abbastanza validi, non tutti, ma la maggior parte. C'è una certa originalità nel trattare temi molto importanti, anche per la letteratura, quali: l'olocausto, la questione israeliana e, più in profondità, i temi dell'identità, dell'appartenenza ad una cultura magari diversa da quella dominante nella realtà in cui si vive. Mi ha stupito anche la varietà di registri e generi che in una raccolta così snella l'autore è riuscito a sfoggiare con una certa sicurezza, anche se ogni tanto ha, a mio parere, esagerato un po'. Ad esempio ho trovato molto buono il piglio dissacratore con cui mette in discussione alcuni fondamenti dell'educazione ebraica contemporanea: una prospettiva che va oltre i temi della memoria e della persecuzione nazista, che comunque sono presenti e sono trattati in un modo innovativo e per niente scontato. Su questo libro ci tornerò presto con una recensione più approfondita.