sabato 18 ottobre 2014

Tutte le feste di domani - Veronica Raimo




Veronica Raimo. Tutte le feste di domani,
Rizzoli, 2013, 306 pp.
Tutte le feste di domani è il secondo romanzo di Veronica Raimo. Una prova narrativa molto solida. È un romanzo dal rodaggio lento, richiede una certa pazienza, non bisogna aspettarsi grandi colpi di scena o svolte brusche. Questo potrebbe indispettire qualche lettore, ma vi invito ad andare avanti. La Raimo costruisce il suo romanzo mettendo al centro i suoi personaggi, svelandoli poco a poco. L'esigenza del lettore non è tanto scoprire lo svolgimento della trama, ma è piuttosto completare i ritratti. Proprio l'alchimia tra di essi e la loro lontananza da qualsiasi canone e stereotipo sono la vera forza del romanzo. La lentezza della narrazione ci vuole tutta per poter mettere in luce al meglio i personaggi in tutta la loro spigolosità.

Di che storia si sta parlando? Siamo negli anni 80, si narra l'incontro e i primi turbolenti anni di matrimonio di Alberta, una brillante e stravagante ex studentessa universitaria, e Flavio, professore di estetica proveniente da una famiglia borghese romana. Ecco a voi i coniugi Falsini!

Il romanzo ruota attorno ad Alberta, donna dalla personalità forte e complessa. Starle vicino è una vera sfida per chiunque. Diciamolo fuori dai denti, è una grandissima stronza. O almeno così verrebbe da definirla a una prima occhiata. È proprio questo il suo fascino indiscutibile! Alberta è ingombrante, si impone avidamente per tutto il romanzo, che a stento la contiene. Qualsiasi cosa faccia o non faccia si è spinti sempre a seguirla in ogni follia o colpo di testa. Alberta è una giovane donna di grande intelligenza e cultura ma priva di qualsiasi ambizione e direzione, il matrimonio col professor Falsini le permette una vita agiata e oziosa, una dimensione borghese apparentemente in contrapposizione con i suoi ideali. L'aspetto più disturbante, ma molto piacevole, è che è una totale impenitente e i suoi pensieri sembrano impenetrabili. Fino in fondo al romanzo non si fa inquadrare completamente, né dai lettori né dagli altri personaggi. Originale, fuori dagli schemi, capace ci grandi emozioni, un personaggio letterario contemporaneo perfetto.

In questo romanzo non c'è la ricerca di nessuna redenzione, non è un romanzo di formazione, non c'è una linea morale. C'è verità e complessità nei rapporti umani, nei desideri e nelle aspirazioni di ciascuno dei personaggi. Non ci sono buoni e cattivi. Alberta è scorretta verso il marito ma è lei in tutto e per tutto. Il matrimonio dei Falsini è, secondo l'idea convenzionale, impossibile e distruttivo, eppure esiste e in qualche modo funziona.

Veronica Raimo ha una scrittura tesa e molto concreta. Ha la giusta freddezza verso ciò che sta narrando. Avrebbe potuto essere anche più asciutta e diretta. Ho apprezzato molto la costruzione della narrazione che è ricca di episodi toccati da un gustoso destino ironico, di eventi repentini e spiazzanti. Alberta è una stronza, certo, ma una stronza a cui ogni tanto le cose vanno male, diventa una figura quasi comica. Ho il sospetto che ci sia molto di Veronica Raimo in Alberta. Si poteva probabilmente osare ancora di più, vincere in maniera più efficace molte altre convenzioni, ma siamo già sulla buona strada.

Un'ultima cosa, mi ha colpito in positivo l'ambientazione, assolutamente necessaria, in un contesto borghese ma di alto profilo culturale. Siamo invasi da libri generazionali, su persone emarginate, poveracci in cerca di riscatto o su i disagi più svariati. Finalmente una prospettiva diversa e intelligente, gestita molto bene e senza disagi dalla Raimo. Credo che sia molto difficile rendere con credibilità i pensieri e le scelte di personaggi così strutturati.

Per concludere, è un romanzo dignitoso. Comprendo che a qualcuno possa sembrare troppo lento e inconcludente, ma le sua particolarità per cui vale la pena un tentativo di lettura sono altre. Veronica Raimo è una scrittrice da tenere d'occhio, sono sicuro che ci darà molte sorprese in futuro!

martedì 7 ottobre 2014

Collezione settembre 2014




Settembre mese di classici! Sì, decisamente, in questo mese ho bandito le novità editoriali per dedicarmi a classici della letteratura, perché fa sempre bene, perché alla fine io torno sempre lì, tra i classici, che danno spesso più soddisfazione. Inoltre ho potuto sperimentare incredibilmente quella forza misteriosa che sono sicuro qualsiasi lettore ha provato almeno una volta: trovarsi a leggere inconsciamente, senza premeditazione, libri profondamente collegati tra loro. È sempre bello quando si riesce a creare dei percorsi tra le letture che si fanno, ed è altrettanto misterioso come questo avvenga anche quando non lo si ricerchi!


Lo confesso, ho un'autentica venerazione per Sciascia. Lo trovo uno scrittore raffinato ma al contempo estremamente concreto, la sua è una scrittura tesa e precisa che ancora oggi credo che dovrebbe essere presa a modello non solo dagli aspiranti narratori, ma anche dai giornalisti. Parlo di giornalisti non caso dato che La scomparsa di Majorana, pur essendo secondo me a tutti gli effetti un romanzo, è strutturato come un'inchiesta. Sciascia tenta di ricostruire la scomparsa del geniale fisico siciliano attraverso i documenti e le testimonianze, approdando ad una sconcertante verità. Sullo sfondo c'è il fermento del mondo scientifico per le nuovissime scoperte, c'è lo spettro della bomba atomica. Il tema della responsabilità, del limite della scienza sono il sottofondo segreto della vicenda personalissima e umana di Ettore Majorana. La scomparsa di Majorana è un romanzo brevissimo ma davvero appagante da tutti i punti di vista, un piccolo capolavoro che può sembrare all'inizio un po' ostico. Assolutamente da leggere.



A Dedalus o Ritratto dell'artista da giovane di James Joyce facevo la corte già da un po', finalmente mi sono convinto a leggerlo. Anche questo è un classico che non credo abbia bisogno di molte presentazioni, anche se non credo sia tra i classici più letti e conosciuti almeno in Italia. Nel romanzo seguiamo l'infanzia e la crescita interiore e intellettuale di un ragazzo che manifesta fin dalla più tenera età una spiccata sensibilità e una capacità immaginifica tipica di un'artista. Il percorso di formazione segue varie tappe, vari episodi della sua vita che lo plasmano nel bene o nel male. Non è un romanzo facile, per niente, non tanto per lo stile (niente a che vedere con l'Ulisse!) quanto per la presenza di sezioni abbastanza pesanti sulla politica irlandese di fine Ottocento, la dottrina cattolica, la scuola gesuita, la filosofia estetica medievale e così via. In verità tutte queste informazioni hanno un senso nella costruzione del romanzo; se si riesce a superare l'ostacolo di queste sezioni all'apparenza pedanti, si riuscirà anche ad apprezzare il valore di quest'opera. Poi ci sono delle pagine così piene di poesia e forza immaginativa e stilistica che da sole valgono il romanzo.



Il piacere di D'Annunzio l'avevo scampato come lettura al liceo, quindi ho pensato di rimediare. Ero molto molto diffidente verso questo romanzo ma devo dire che in parte mi sono ricreduto. D'Annunzio è certo sinonimo di esagerazione ed esuberanza anche narrativa, questo rende alle volte faticosa la lettura, tuttavia io mi aspettavo qualcosa di decisamente più stucchevole, invece non mi ha (quasi) mai dato quest'impressione! Il mondo raffinato in cui è immerso Andrea Sperelli è fatto di mondanità, chiacchiericcio, labili relazioni ma anche grandi passioni; tuttavia anche il protagonista de Il piacere è un artista e il protagonista dialoga con questo mondo, non è una semplice e, appunto, stucchevole descrizione della bella vita romana. Anche Andrea Sperelli, come il protagonista di Dedalus, ritrova nella poesia la sua vera natura. La poesia nasce da intuizioni visive, moti interiori e la descrizione del mondo esterno li riflettono e alimentano. Insomma, leggere Il piacere come una raffinata soap opera, come una storia d'amore esageratamente pompata, è davvero ingiusto, c'è molto altro. Come del resto non può essere solo ridotto ad un bell'esercizio descrittivo. I punti di contatto con Dedalus sono sorprendenti, non solo per il tema, cioè la ricerca di una propria arte e una riflessione costante sul bello, ma anche per la struttura dei due romanzi e per il viaggio di formazione che propongono. Un giro in internet ha confermato il legame tra D'Annunzio e Joyce (che lo considerava uno dei più grandi autori italiani). Mi piacerebbe approfondire...