venerdì 26 settembre 2014

Il mio Premio Campiello 2014




Dato che a questo giro mi sono ritrovato ad aver letto tre dei romanzi del Premio Campiello, mi sembra giusto fare un po' il punto della situazione, come ho già fatto per il Premio Strega. Anche in questo caso valgono le premesse che ho già fatto per l'articolo analogo sullo Strega: fondamentalmente del premio in sé non mi importa più di tanto, non sono un lettore che si fionda a comprare tutti i vincitori dei concorsi letterari; trovo più interessante capire che genere di libri arrivano a questi premi e che immagine del panorama letterario italiano trasmettono. È innegabile infatti che, come lo Strega all'inizio dell'estate, anche il Campiello monopolizzi l'attenzione in questi mesi, in attesa delle nuove uscite autunnali.


Scopro le carte. Non ho letto tutti e cinque i romanzi e non ho la presunzione di scrivere facendo finta di averli letti, non è nel mio stile e lo trovo molto fastidioso. Al massimo potrei dirvi perché non mi hanno incuriosito, ma niente di più. Mauro Corona, qui con La voce degli uomini freddi, non l'ho mai letto; diciamo che quando mi capita di vederlo in qualche programma televisivo cambio volentieri canale e mi ha sempre dato l'impressione di far parte di quei autori monotematici e un po' saputelli. Mettiamoci anche che l'argomento montagna non è proprio nelle mie corde.

Di Le vite di monsù Desiderio di Fausta Garavini ho proprio avuto difficoltà a farmi un'idea, ad ogni modo non mi attira il tema; ammetto di essere molto diffidente verso i romanzi storici di questo tipo. Inoltre, se proprio vogliamo essere cattivi, quando si vedono queste cinquine con quattro uomini e un donna, il sentore di quota rosa è difficile da ignorare (per altro un discorso molto simile si può fare per lo Strega di quest'anno con la candidatura della Cilento...).


IL primo libro che ho letto è stato Roderick Duddle di Michele Mari

→ QUI la mia recensione.

Aspettavo questo romanzo da molto tempo. Il fatto che sia stato selezionato per il Campiello è stata una piacevole sorpresa, ma il valore di Michele Mari e del suo romanzo non ha di certo bisogno di un premio. È un romanzo piacevolissimo, inusuale e sorprendente. Mari è uno dei migliori scrittori italiani e con questo romanzo lo ha confermato. L'autore segue un percorso creativo unico dove la fantasia e il gioco letterario sono a altissimi livelli, ha un modo di intendere il romanzo e di essere scrittore profondamente diversi da chiunque altro. Per me è il romanzo migliore in cinquina, senza alcun dubbio.




La gemella h di Giorgio Falco è il romanzo più chiacchierato di quest'anno.

QUI la mia recensione.

Lodi sperticate un po' ovunque, ma anche una critica pungente di Franco Cordelli che ha sollevato un vespaio di polemiche che hanno poi investito tutti gli autori italiani contemporanei. Sicuramente è un romanzo interessante e ambizioso, con dei punti di pregio, e si era già fatto notare prima della selezione del Campiello. E' un romanzo per niente provinciale che prova ad ampliare gli orizzonti dei temi e degli argomenti che di solito si trattano nei libri 'impegnati' italiani, chiusi nella storia nostrana. Non è però del tutto privo di difetti, alcuni dei quali decisamente fastidiosi. Nella cinquina di un premio nazionale un libro così ci sta perfettamente: alimenta il dibattito, fa tornare la voglia di parlare di libri e di scrittura, di andare a spulciare fra le righe del testo, invece di perdersi magari nei soliti discorsi salottieri sui mali dell'editoria (che piacciono tanto a chi i libri, in fondo, non li legge).




Pochi giorni prima della premiazione mi sono trovato a leggere anche Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana, che, ma dai, ha vinto il Campiello 2014.

QUI la mia recensione.

Sono stato molto molto severo nei confronti di questo libro, e non potete dire che l'ho fatto perché fa figo avere un parere controcorrente: la recensione infatti è uscita prima che avesse vinto il premio, quando lo stesso Fontana poteva forse solo sognarselo di avere il successo (ammettiamolo, poco pronosticato) che ha avuto. Per farla breve il motivo per cui non ritengo questo un buon romanzo, e assolutamente non trovo che sia significativo premiare questo romanzo, è che Morte di un uomo felice è drammaticamente troppo troppo tradizionale e senza carattere. Ha tutte le caratteristiche per far presa su un pubblico ampio e generico ma quel che resta dopo la lettura è davvero poco. Fontana porta a casa un romanzo senza sforzo creativo, senza stile (nel senso più ampio del termine). Se mi permettete, l'ho trovato un romanzo facile, fin troppo. Giudizio troppo snob? Può essere.


Come? Non ho ancora scritto che Fontana è un autore giovanissimo, una dei più giovani vincitori del Campiello? Non ho ancora scritto che il suo romanzo parla di un periodo storico in cui addirittura lui non era neanche nato? Ma è proprio un genio questo Fontana! Fontana ha già scritto mille mila romanzi, deve essere bravo davvero allora! Ecco, se non ho scritto nulla di tutto ciò, c'è un motivo.

Premetto che non ho nulla contro Fontana, sembra pure una bella personcina, per carità; ma tutto quello che penso nasce esclusivamente dalla lettura del suo romanzo, lettura che non so quanti giornalisti hanno fatto prima di scrivere gli articoli che sono usciti dopo la sua vittoria al Campiello.

Questo per dire che ho trovato insopportabili la stragrande maggioranza degli articoli, anche di autorevoli giornali, per i quali la giovane età dell'autore è l'unico elemento di interesse, anzi, direi di merito. Giorgio Fontana si è meritato il Campiello perché è giovane, perché è umile, perché lavora come informatico e scrive per passione, perché parla di cose che non appartengono alla sua generazione, perché ha già pubblicato molti romanzi. Morire se vi fosse qualcuno che sia sceso nei dettagli, che avesse cercato di motivare l'entusiasmo per questo insperato successo al Campiello evidenziando elementi del romanzo stesso!

Adesso, io non sono un vecchio babbione, sono anche più giovane di Giorgio Fontana; ma a me tutte queste considerazioni mi sembrano un mucchio di cretinate. Io credo fermamente che l'età di un autore, così come il sesso e tanti altri aspetti, non possano essere considerati dei valori aggiunti significativi. Novità, merito e gioventù non sono sinonimi. Al massimo può far piacere assegnare un premio a un autore giovane perché questo potrebbe essere un incentivo al suo lavoro, ma credo che prima di tutto e di ogni affermazione, si debba inevitabilmente partire dal romanzo e solo dal romanzo.

A maggior ragione in questo caso: nell'opera di Fontana non c'è nulla di 'giovane', cioè non c'è nulla di innovativo. Fontana in questo romanzo giochicchia nel già detto e già fatto. Se continua così temo che presto diventerà uno di quei autori mediocri e fastidiosamente prolifici, sempre pronti, magari sotto Natale, a mandar fuori il loro nuovissimo libro, che di nuovissimo non ha niente. Del fatto che poi abbia già scritto molti romanzi, non mi va neppure di commentarlo per quanto è un'osservazione cretina. 

Fontana, svegliati. Usa questa popolarità per fare qualcosa di meno gigione.


Insomma, cosa mi è restato di questo Campiello?

Sicuramente un bellissimo libro che ha saputo veramente intrattenermi come non succedeva da tempo: Rodercik Duddle. Nel bene o nel male sono comunque state letture che mi hanno fatto ragionare, che sono potenziali oggetti di dibattito e confronto tra lettori, e questo è positivo. In questo senso la selezione del Campiello mi è parsa più interessante di quella dello Strega, anche se il risultato finale non è stato poi tanto diverso.





sabato 13 settembre 2014

Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana



Morte di un uomo felice


Morte di un uomo felice si apre con una parola pesante: vendetta. Nello specifico la vendetta che vuole un bambino che ha appena perso il padre, politico democristiano nella Milano degli anni Ottanta, in un attentato organizzato da una cellula terroristica legata alle Br. A cercare di dare risposta a questo appello di vendetta c'è il magistrato Giacomo Colnaghi, protagonista del romanzo: uomo con una profonda e sincera fede, riflessivo, sofferente per questa stagione di terrore che non accenna a finire. Colnaghi, come ci si attende, è un uomo di stato integerrimo; ma allo stesso tempo vive un certo dissidio tra il ruolo che deve coprire quotidianamente e i suoi ideali. Colnaghi in fondo comprende l'esigenza di cambiamento e di protesta, purtroppo macchiata dall'omicidio e la violenza delle frange più estreme. La vicenda che vede protagonista Giacomo viene ogni tanto interrotta da alcuni capitoli dedicati a suo padre, che aderì alla resistenza e morì durante una missione quando Giacomo e sua sorella erano molto piccoli.

Il romanzo, come spero di aver dimostrato in questo riassunto molto compatto, mette sul fuoco tantissimi elementi e sviluppi potenziali. Già questo è abbastanza strano per un romanzo piuttosto breve; ma il problema fondamentale è che alla densità di spunti narrativi non corrisponde un romanzo sostanzioso, anzi! Inizialmente si ha la sensazione che al centro di Morte di un uomo felice ci sia l'indagine a seguito dell'attentato, in verità questa pista si rivela solo un labile pretesto narrativo volto a catturare nelle prime pagine l'attenzione del lettore. Non è poi portato avanti con coerenza e recisione, non c'è indagine, Colnaghi e la sua squadra fondamentalmente non fanno niente, sono figurine statiche che riflettono dei massimi sistemi e il caso si risolve senza una benché minimo traccia di acume investigativo. E pensare che è la stessa sinossi parla di inchiesta complessa e articolata! Specchietto per le allodole per garantirsi quattro lettori in più, traditi dal formato del romanzo Sellerio: piccoletto, smilzo, dall'inconfondibile copertina blu scuro, che fa tanto Montalbano (commento troppo cattivo?).

G. Fontana, Morte di un uomo felice,
Sellerio 2014, pp. 261.
Forse allora il vero cuore del romanzo è l'ambientazione storica, quindi una riflessione, uno squarcio, su un momento delicato e oscuro della storia italiana. Giorgio Fontana non dimostra di avere l'abilità necessaria per poter creare un'atmosfera storica convincente, figuriamoci per fornire una chiave di lettura originale e di peso. Il romanzo è costellato da piccoli riferimenti all'epoca storica in cui è ambientato: il cantante in voga del momento, il fatto di cronaca, qualche oggetto iconico del periodo e così via. Tutti questi dettagli risultano però incoerenti e assolutamente insufficienti per restituire la giusta atmosfera; Fontana ha sicuramente fatto le sue ricerche ma questo non basta. Che dire poi degli innumerevoli episodi in cui l'autore sente il bisogno di segnalare, peggio di un navigatore satellitare, gli spostamenti dei personaggi elencando lunghe serie di nomi di vie? Non si conferisce realismo e verisimiglianza al romanzo ricostruendo una piantina di Milano!

L'unico elemento che potrebbe avere un qualche valore è l'accostamento tra il presente di Colnaghi e le vicende del padre partigiano. E' chiaro come questo sia un campo molto scivoloso: si vuole forse suggerire un confronto sul tema della lotta tra queste due epoche? Si vuole rilevare le differenze, smantellando l'uso retorico dei brigatisti della parola partigiano? Tutte domande lecite e importanti. Peccato che nulla di tutto questo venga portato fino in fondo nel romanzo. Mi sorge il dubbio, ma si sa che sono perfido e malizioso, che questo pescare dalla storia italiana, specie richiamando la letteratura resistenziale, sia piuttosto un'operazione finalizzata a blindare il romanzo su temi che nessuno oserebbe mai criticare, temi su cui creare facile consenso e sicuro interesse. Si sa, ci sono argomenti che funzionano sempre. Anche senza voler pensare male, i flashback nella storia del padre sono scialbi e trascurabili.

Resta allora un'ultima possibilità di interpretazione del romanzo: ancora una volta mi viene in aiuto la sinossi ricordandomi la profonda inquietudine del protagonista. In effetti la piega introspettiva sembra essere più persistente e coerente in tutto il romanzo. Non è del tutto trascurabile il modo con cui viene descritto il conflitto interiore tra Colnaghi come uomo profondamente cattolico e magistrato, quindi personificazione della giustizia e del potere, e il Colnaghi più aperto al cambiamento. Il grande limite di Giorgio Fontana è che non riesce fino in fondo a far incarnare questo dissidio nel personaggio: a ben guardare tutti i personaggi discutono moltissimo di cosa sono, da che parte stanno, in cosa credono, della loro idea di giustizia, applicano di continuo etichette politiche e ideologiche. Ma cosa penetra di tutte queste parole nei loro gesti e nei loro pensieri? Molto poco. Limitandoci anche solo al protagonista, il risultato è un personaggio del tutto dimenticabile, senza sostanza.


Morte di un uomo felice, da qualsiasi prospettiva si legga, nonché nella sua globalità, è un romanzo a mio parere senza carattere e trascurabile. Qui non si tratta di dover per forza incasellare Morte di un uomo felice in un genere, non è un problema un romanzo composito, ma l'opera di Fontana ammicca di qua e di là non portando a conclusione niente. Non ci sono particolari punti di pregio e nemmeno parti del tutto illeggibili: il risultato è un romanzo monotono e piatto. Di certo non aiuta la scrittura di Giorgio Fontana: eccessivamente ripetitiva, le frasi sono costruite secondo tre o quattro moduli ricorrenti, non c'è uno scarto nel ritmo, non c'è variazione, tutto scorre con la stessa velocità, ho trovato orrendo l'uso della punteggiatura. Una scrittura sciatta che si spaccia per sobria ed essenziale, ma che, non c'è niente da fare, è solo sciatta.


In conclusione direi che non ci sono grandi motivi per cui valga la pena procurarsi questo libro. Anzi, probabilmente l'unico motivo è la fascetta che ricorda che il romanzo è entrato nella cinquina dei finalisti del Campiello. Sconsigliato.


domenica 7 settembre 2014

La gemella H - Giorgio Falco





Giorgio Falco ha scritto un romanzo piuttosto difficile da inquadrare. È sicuramente interessante per i temi che tratta e per il taglio che l'autore dà alla vicenda; forse è più valido per le riflessioni che solleva più che per il testo in sé, che non ho trovato particolarmente coinvolgente. La gemella H ha anche, a mio parere, qualche difetto stilistico molto penalizzante.

Il romanzo segue le vicende di una famiglia tedesca, gli Hinner, tra gli anni Trenta e tutto il secondo Novecento. Inizialmente vivono in una tranquilla cittadina bavarese, lontana dal chiasso e dal fermento dell'ascesa al potere di Hitler; ma naturalmente non è una comunità estranea a quel che sta succedendo nel paese. Hans Hinner, il padre, è il protagonista dell'ascesa sociale della famiglia ed è forse il miglior personaggio del romanzo. Hans è molto ambizioso, ha un vero intuito per gli affari e per ottenere il massimo da ogni situazione; collabora a un giornale locale e si fa subito notare per la sua intraprendenza. Trasformando il giornale in un veicolo perfetto per la propaganda nazista, Hans ottiene il rispetto e il benessere economico che inseguiva da una vita. Le due figlie di Hans, gemelle, sono le protagoniste designate da Giorgio Falco, le narratrici principali del romanzo; in particolare è attraverso Hilde, la gemella più sensibile e inquieta, che si viene a conoscenza di questa prima parte della vita della famiglia Hinner. La compromissione definitiva di Hans Hinner, la macchia indelebile che ogni lettore avrà di fronte agli occhi durante la lettura del romanzo, avviene in questo contesto: gli Hinner, nella loro corsa per un posto al sole nella loro comunità, acquistano ad un prezzo irrisorio, quasi un esproprio, la bella casa di una famiglia di ebrei. Per la storia è l'inizio della persecuzione ebraica, per il romanzo è il punto di non ritorno: l'affermarsi di quella volontà di prevaricazione cosciente o incosciente che sia, ma anche l'emergere di un forte individualismo, della famiglia come unico orizzonte possibile entro il quale vivere, organismo da proteggere e crescere, chiuso al mondo.

Valeva la pena secondo me spendere qualche parola in più per questa prima parte del romanzo, il seguito infatti si sviluppa in modo piuttosto lineare e compatto. Le due gemelle si trasferiscono a Merano con la madre malata; con la caduta del Terzo Reich anche il padre raggiunge la famiglia ed è costretto a reinventarsi. In seguito le gemelle Hilde e Helga cresceranno a Milano per poi gestire con il padre un albergo sulla riviera romagnola.

Il romanzo procede come una delle tante saghe famigliari, almeno apparentemente. In verità il peso della storia, del contesto storico, si fa sentire. Durante la lettura ci si accorge che manca qualcosa, qualcosa di atteso e importante: manca da parte dei protagonisti un giudizio sul passato, addirittura qualcuno potrebbe sentire la mancanza del senso di colpa e, perché no, della vergogna. La famiglia Hinner è cresciuta e ha prosperato non solo grazie allo spirito di intraprendenza che la contraddistingue, ma più concretamente con il denaro della propaganda nazista. Poi, con oculati investimenti, il padre ha permesso a Hilde e Helga di condurre una vita del tutto tranquilla, magari banale e monotona, ma senza scossoni. Hilde e Helga non si chiedono mai del loro passato, non interrogano il padre, non giudicano e non esaminano; sicuramente Hilde rappresenta una voce più critica e tormentata rispetto alla sorella Helga, ma non è sufficientemente forte per portare a una qualche svolta.

Il tema della responsabilità, sia del singolo individuo che di un'intera comunità, è certamente centrale in gran parte della letteratura che ruota attorno allo stesso periodo storico. Giorgio Falco invece opera un taglio netto che fa virare il testo verso un prospettiva sicuramente insolita e potenzialmente sconcertante. Nella famiglia Hinner non si parla del passato, mai. In verità non solo nella famiglia protagonista del romanzo avviene questa rimozione, è un'intera generazione che cerca un nuovo punto di inizio: l'unica dimensione a cui rivolgersi è il presente, a ciò che si può avere e ottenere in un paese che è certamente distrutto ma anche ricchissimo di possibilità tutte da sfruttare. In questo orizzonte i tedeschi si trasformeranno presto, nell'immaginario comune, in turisti dai sandali e calzini bianchi, ricchi e bonari clienti che riempiono gli alberghi italiani, come quelli che nel romanzo soggiornano dagli Hinner.

Ne La gemella H si mostra tutta l'elasticità dell'uomo, la sua capacità, alle volte agghiacciante, di ricominciare e dimenticare, ripartire senza accorgersi dei cambiamenti in atto; tutto questo viene esasperato dalla ricerca del benessere a tutti i costi. Giorgio Falco sembra suggerire che proprio in quel contesto storico particolare, sotto i regimi totalitari nazi-fascisti, siano nati gli imperativi dell'epoca moderna del consumismo e dell'individualismo. Emblematico è l'episodio dell'acquisto della prima automobile della famiglia Hinner, non un semplice veicolo ma un simbolo:

Opel, in attesa di Mercedes. Sarebbe stupido porsi un limite, se neppure conosciamo il futuro. Il costo di una Mercedes potrebbe essere perfino basso, in rapporto al domani. Una nuova casa. Una nuova cucina. Una nuova macchina. Avremo tutto ciò che meritiamo, amore, anche se non ci credi.

Sempre alla macchina, qui che viaggia su un'autostrada è legato il tema del crescente individualismo:

L'asfalto seziona i boschi, gli alberi dalla Opel Olympia sono estranei, non sono più i tronchi e i rami visti in bicicletta dalle strade laterali prima della costruzione della bicicletta; sono una rappresentazione, tronchi e rami qualunque, che non indicano tanto un luogo quanto una tappa mentale.
...
L'autostrada vive attraverso il parabrezza e i finestrini, Hans Hinner riconosce le impronte delle gemelle, i corpi fusi degli ultimi insetti sopravvissuti all'estate. […] L'unione dei segni familiari e l'accumulazione del paesaggio divengono espressione del vero volto, il progetto per il traffico individuale di massa.

Tutte queste suggestioni, che scatenano inevitabilmente durante la lettura, non sono direttamente trattate da Giorgio Falco. L'autore, si potrebbe dire, si accontenta di offrire una narrazione dei fatti, senza giudizio e senza calare ciò che viene narrato in un dibattito o in una riflessione che vada oltre. È particolare quindi il rapporto che si crea tra La gemella H e il lettore, che è portato a riflettere su ciò che, per assurdo, nel romanzo non c'è. Direi che il romanzo ha quindi più livelli di lettura: non tutto è immediato ma ci sono elementi che acquistano valore nel tempo, una volta arrivati in fondo. Il rischio è probabilmente quello di sovrinterpretare ciò che di fatto nel romanzo non c'è, e in parte credo di averlo fatto anche io in questa recensione. Il romanzo resta, a mio avviso, troppo ambiguo tra la messinscena di una banale e alle volte malinconica quotidianità, e un intento narrativo più ambizioso e profondo.

G. Falco, La gemella h, Einaudi 2014, pp. 351.
La gemella H ha comunque il pregio di non fornire verità scontate e giudizi gratuiti: Giorgio Falco è un autore che mette veramente al centro la narrazione. Si nota una certa freddezza nello stile e nel modo di tratteggiare personaggi; questo non mi è dispiaciuto affatto. I personaggi, in particolare le due gemelle protagoniste, restano figure sfuggenti, senza volto, funzionali al narrato e basta. Anche il tema del doppio non viene portato all'estremo e gli sviluppi delle vite di Hilde e Helga non seguono strade opposte o totalmente divergenti: non c'è, per fortuna, una gemella ''buona'' e una ''cattiva''. Hilde è la voce diversa, ma quanto è veramente diversa?

Giorgio Falco ha portato avanti un'operazione di sottrazione abbastanza consapevole e ben eseguita, finalizzata a raggiungere l'essenza del soggetto narrato. Giustamente è una narrazione priva di epicità, molto efficace quando si mantiene sui toni medi e fluidi che si addicono all'atmosfera del romanzo. Il problema sorge quando Giorgio Falco prova ad impreziosire la sua prosa con virtuosismi, espressioni metaforiche e vari artifici che gli sfuggono totalmente di mano creando un effetto pessimo. L'autore non mi pare che abbia saputo servirsi ad arte dei mezzi espressivi con cui avrebbe voluto colorare il testo.

Occorre fare un passo indietro. L'autore dimostra fin dalle prime righe di volersi adeguare ad uno stile che non saprei meglio definire se non come di gusto internazionale contemporaneo. C'è una ricerca intensa della fluidità del testo, frasi secche e spesso icastiche, un procedere apparentemente sommesso in cui l'autore è sempre pronto a spiazzare con accostamenti stridenti e cambiamenti repentini, un gioco continuo dei punti di vista, varietà di tecniche narrative impiegate, un senso di tempo sospeso e molto spazio al non detto... potrei andare avanti a lungo ma spero di aver reso l'idea di che cosa intenda per gusto internazionale contemporaneo.

Ho trovato che però in alcuni casi Giorgio Falco abbia abusato di questi espedienti o comunque non abbia saputo valorizzare il suo testo, correndo spesso il rischio di mortificarlo. In particolare ho trovato fuori luogo alcune inserzioni gratuite e goffe di espressioni metaforiche senza senso, vuote e grossolane. La ricerca della frase ad effetto è insopportabile, soprattutto in un romanzo come questo dove si dovrebbe invece lavorare molto di cesello per mantenere quell'essenzialità che è il suo punto forte.
Per darvi un esempio, ecco come descrive le commesse delle Rinascente:

Siamo tutte giovani, alcune di noi non cercano solo clienti, tastano gli oggetti per assumerne il medesimo splendore: sorridono, un sorriso spinto a tal punto da essere in competizione della merce, la fotosintesi, il movimento dei pianeti.

Allo stesso modo c'è un abuso di elenchi sterminati che alle volte hanno un senso: permettono di catalogare la realtà, sminuirla e scomporla in una serie di oggetti o fatti di poco conto; ma in molti casi è piuttosto una zavorra stilistica, una sorta di marchio di fabbrica da applicare qua e là. Lo stesso discorso si può fare per le innumerevoli frasi nominali, puramente descrittive, dei flash statici su oggetti e persone; anche queste fanno molto scrittore contemporaneo, l'abbiamo capita, ma dopo un po' diventano scoccianti. Già dall'incipit ci si può fare un'idea:

È l'inizio, l'istante in cui ricordare significa cancellare i tentativi precedenti, fagocitati dall'immagine definitiva, che rivive l'esistenza e assorbe tutte le altre possibilità, anche le dimenticanze serbate nella memoria: erba del primo mattino, foglie responsabili della penombra, sagome sudate a mezzogiorno, volto di donna quando finisce di intonare una canzone, gocce di sangue sulla neve fresca, il giorno in cui, per la prima volta, tratteniamo il respiro di fronte a un cesto di mirtilli, le vene gonfie del collo, quelle delle tempie in rilievo, per immaginare la nostra morte da bambini.

Io lo trovo esagerato.


Si ringrazia TrentinoTrasporti per avermi gentilmente "offerto"
almeno un paio d'ore di lettura, utilissime per finire libro.
Per concludere direi che La gemella H è un romanzo sicuramente interessante e unico. Ha raccolto una valanga di recensioni e critiche positive ed è giusto così, sicuramente ha il merito di far lavorare molto il lettore offrendo spunti e interrogativi piuttosto importanti. Non posso però ignorare l'impressione generale che mi ha dato, al netto delle riflessioni sul tema. È un romanzo che non mi ha entusiasmato durante la lettura e non è riuscito a catturare pienamente la mia attenzione. L'obiettivo ambizioso non è stato per me totalmente raggiunto. A questo fallimento contribuiscono decisamente gli scivoloni stilistici, troppi e davvero grossolani, e in generale una scrittura che non sempre sa trovare una cifra efficace.