domenica 20 luglio 2014

Enon - Paul Harding



P. Harding, Enon.


Trovo che incappare in un libro insipido sia decisamente peggio che incappare in un libro brutto. Chiarisco: per libro brutto intendo ad esempio un romanzo scritto con poca cura, con una struttura infelice o farraginosa, zeppo di luoghi comuni, pretenzioso e tante altre cose. Sono comunque quei libri che ti fanno infuriare, che suscitano reazioni forti e riflessioni bollenti. Ci sono poi i libri insipidi, romanzi o racconti che siano, che sguazzano placidi nel “già detto”, non hanno motivo di essere, tirano avanti tot pagine, portano a casa una storia senza guizzi e si fanno dimenticare in pochi istanti. Enon è una storia di facile consumo, di emozioni predigerite. Paul Harding con Enon è riuscito a scrivere un romanzo brutto e pure insipido!

Prima di iniziare mi tolgo subito dall'impaccio. Enon fa parte di un ciclo assieme al primo romanzo dell'autore, con cui ha vinto il Pulitzer nel 2010. Il romanzo è però perfettamente autosufficiente e non si percepisce affatto che “manca un pezzo” dato che il primo libro è ambientato in una generazione precedente. Non mi faccio scrupoli quindi a parlarne, ecco. Peraltro le debolezze del romanzo si sentono a prescindere dalla storia che narra: riguardano la costruzione degli episodi, la coesione del testo e il senso generale di ciò che si sta leggendo.

Al centro di Enon c'è il dolore di un padre che nelle primissime pagine del libro scopre che la figlia Kate è morta in un incidente stradale. Il matrimonio con la madre di Kate va in frantumi e l'uomo si trova da solo ad affrontare il lutto in una casa affollata di ricordi.

Il romanzo è fondamentalmente tutto qui, Harding si affida totalmente ad una struttura molto essenziale. In teoria il romanzo dovrebbe reggersi grazie alla costruzione del dolore e del senso di vuoto nel personaggio; di fatto non si assiste ad un progetto di recupero, non c'è una vera dinamica del lutto almeno fino alle ultimissime pagine. Ho preferito parlare di dinamica e ho evitato volutamente l'espressione “elaborazione del lutto” perché mi sembra giusto limitarmi a delle considerazioni letterarie e rimanere nell'orizzonte del romanzo, senza tirare in ballo di altre discipline. Quello che voglio dire è che nel romanzo manca una dinamica interna che dia senso alla serie di episodi proposti, che illumini il tema del dolore da punti di vista diversi.

Il fatto che non si arrivi ad un superamento del dolore avrebbe potuto essere un taglio interessante se non fosse gestito così grossolanamente. In Enon si vedono tutti i limiti di una struttura banale e ripetitiva come motore dell'azione. Nella stragrande maggioranza degli episodi avviene questo: il protagonista, solo e disperato, osserva un oggetto o ha un ricordo che lo riporta immediatamente a pensare alla figlia morta. Questi ricordi sono sempre introdotti da espressioni tipo “mi ricordò che”, “mi fece venire in mente quella volta che mia figlia...” e così via. È davvero purtroppo tutto qui, non c'è alcun tipo di cura, di sottile evoluzione che dia organicità al romanzo.

P. Harding, Enon, Neri Pozza 2013, pp. 232.
Secondo Hardin evidentemente la rievocazione di questi piccoli momenti di felicità o di intima vita famigliare dovrebbero da soli creare la giusta empatia con il lettore e dare senso al romanzo. Per me non è così. Io trovo che questo scrittore non riesca affatto a manipolare con cura e sensibilità questi piccoli frammenti di vita. Non si va oltre la banale descrizione di eventi banali. I sentimenti del padre protagonista rimangono solo parole su una pagina di un libro da scorrere velocemente. Il risultato è una galleria di scialbi quadretti, un album di famiglia che può far intenerire solo chi ha effettivamente vissuto quei momenti.

Mi sono quasi sentito preso in giro per tutte le volte che il padre e sente il bisogno di specificare che sua figlia è morta in un incidente. Evidentemente lo stesso Harding ha corso il rischio di dimenticarsi di cosa parlasse il suo libro durante la stesura.

Mi sembra che Harding ad un certo punto provi a dare un taglio più preciso al romanzo, infatti nella seconda metà il protagonista ha una serie di allucinazioni o degli incubi che si intensificano per l'abuso di psicofarmaci; il romanzo sembra uscire finalmente dall'album dei ricordi per entrare a fondo nel dramma. Il risultato è tuttavia, a mio avviso, catastrofico. Anche in questo caso riscontro la pochissima sensibilità dell'autore che non sa scegliere immagini appropriate ed evocative. Ogni tanto cade addirittura nel comico e nel grottesco, come quando il protagonista immagina che la polvere del caffè che mette nella macchinetta siano le ceneri della figlia! O quando sogna di scheletri che praticamente fanno snowboard con le proprie tombe! Ma perché?! Naturalmente anche un'immaginazione distorta e grottesca potrebbe rientrare nel profilo di una mente sconvolta dal dolore e dalla dipendenza, ma questo tema non è mai approfondito. Ho quindi il sospetto, che è più una certezza, che si tratti piuttosto di cattivo gusto. Purtroppo questo aspetto più interessante del romanzo, la dimensione onirica e disturbata, viene trattato superficialmente, in modo davvero poco significativo.

Ci sarebbero molte altre considerazioni negative da fare: dialoghi senza senso, aggettivi a caso, inutili ripetizioni, luoghi comuni, passaggi e spiegazioni buttate lì, ambientazione e contorno sociale/rapporti umani del tutto assenti (e pensare che il titolo è il nome della cittadina dove vive il protagonista!). Lasciamo perdere il capitolo finale posticcio e vagamente dolciastro: la degna conclusione di un romanzo piatto e insulso.



giovedì 3 luglio 2014

Il mio Premio Strega 2014


E così siamo arrivati alla grande giornata dello Strega 2014. Quest'anno, un po' per caso e un po' per la solita curiosità verso questo chiacchieratissimo evento, ci sono caduto dentro con tutte le scarpe. Alla fine della fiera mi sono ritrovato ad aver letto, già da mesi a dire il vero, ben tre libri tra quelli che poi sono entrati in cinquina. Fiuto? Masochismo? Tutte e due le cose.




Adesso però non vorrei fare il solito articolo, il famigerato toto-strega, o lanciare una filippica contro il premio, le case editrici, le votazioni e tutti questi discorsi. La verità è che del premio in sé non me ne frega un'emerita mazza. Lo seguo con lo stesso spirito con cui mi sparo le serate di Sanremo e tutto il corollario salottiero dei giorni prima e dopo. Diciamo che a me va bene così com'è: un brutto spettacolo finto-culturale, che regala sempre dei momenti spassosi e delle polemiche succose in cui ci sguazzo senza ritegno! Ma queste cose preferisco tenerle per me.

Volevo invece fare il punto della situazione, a freddo, al netto delle polemiche e dei discorsoni del tipo 'se ti piace quello allora sei così, se ti piace quell'altro allora sei cosà'. Ma per favore! SENZA dire chi potrebbe vincere, chi dovrebbe vincere, chi dovrebbe perdere. Non ha senso, sarebbe un giochino e niente più. È chiaro che i romanzi che arrivano in fondo godono di una visibilità d'eccezione, quindi è abbastanza interessante capire che cosa effettivamente si è scelto di mettere in vetrina, di mettere in risalto e di esporre al dibattito che inevitabilmente si crea attorno. E tutto questo sotto la responsabilità delle case editrici, che scelgono di farsi rappresentare da un determinato autore.

Insomma, che cosa MI rimarrà dello Strega di quest'anno?

Prima di tutto preciso che non ho letto tutti e cinque i romanzi. Mi manca Non dirmi che hai paura di Catozella. Questo libro l'ho spesso incrociato in biblioteca, già in tempi non sospetti. Da quel che so la forza del romanzo risiede pressoché totalmente nella tragicità della storia vera narrata; la mia perplessità sta nel fatto che di solito questo genere di libri tende a sacrificare molto la componente letteraria alla ricerca di un realismo a tutti i costi, quasi documentaristico. Per questo motivo non mi ha attirato più di tanto. La cosa positiva è che la storia narrata ha un sapore internazionale, che di solito manca negli autori italiani. Non escludo di leggerlo più avanti.

Lisario o il piacere infinito delle donne è il romanzo di Antonella Cilento. Di solito dopo questa frase si aggiunge sempre “l'unica donna della cinquina”. È proprio necessario specificarlo tutte le volte? È un valore aggiunto per il romanzo? Comunque, il romanzo non l'ho letto e mi è difficile farmi un'idea. Io passo.




Il primissimo libro che ho letto a gennaio è stato Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo.

QUI la mia recensione.

Conservo un buon ricordo sia per qualità di scrittura che per come è strutturato il romanzo. Certamente non è nulla di rivoluzionario, non ha cambiato il panorama della letteratura italiana. Tutto sommato è un romanzo dignitoso, secondo me molto più sottile di quel che si potrebbe pensare ad una prima lettura. Anche il fatto che Piccolo abbia scelto di mischiare al romanzo degli elementi più saggistici io non lo trovo affatto un difetto, anzi! Chi l'ha detto che non si possa fare in un romanzo? A onor del vero devo anche dire che sarebbe stato bello se Piccolo fosse uscito dall'autobiografismo e avesse anche curato di più l'armonizzazione tra le varie componenti del libro. Ridurre il tutto al solito romanzo autobiografico di un uomo di sinistra frustrato mi sembra francamente esagerato e frutto di un pregiudizio.


Il padre infedele di Antonio Scurati è stato uno dei romanzi peggiori che io abbia letto quest'anno.

QUI la mia invettiva recensione.

Tra i romanzi dello Strega che ho letto questo è decisamente il più scarso sia per tema che per come è scritto. Scurati ha scritto un libro per vincere lo Strega, si vede lontano un chilometro (è un libro da premio, avete presente?); ha adottato un finto stile elaborato ed espressivo usato in modo maldestro. La storia ha a che fare con temi contemporanei come la paternità (quanti libri sono usciti del genere negli ultimi anni?!?!), le frustrazioni della quotidianità e l'impossibilità di realizzarsi. Il problema è l'atteggiamento verso questi temi: è un romanzo arrogante e pretenzioso, vuole essere a tutti i costi un manifesto generazionale invece di accontentarsi di raccontare una storia. Io credo che di un libro così non me ne faccio veramente niente. Da dimenticare.


L'ultimo romanzo della cinquina è La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro.

QUI la mia recensione.

Io credo fermamente che questo romanzo sia una colossale occasione sprecata: nella sua idea di fondo avrebbe potuto essere un testo veramente innovativo e interessante, ma purtroppo si sono infiltrati degli elementi che hanno sgretolato il progetto. Potete rigirarlo come volete ma alla fine il romanzo non è molto distante da una sterminata produzione italiana in cui si raccontano episodi della vita del protagonista dalla nascita alla morte, il tutto farcito di elementi autobiografici malcelati dietro la finzione romanzesca. Anche questo è un romanzo con al centro il disagio di un uomo, un disagio esistenziale, c'è conflitto tra l'indole del protagonista e il mondo spietato che lo circonda. Io avrei da ridire anche da un punto di vista stilistico, assolutamente non l'ho trovato sperimentale o esplosivo (leggete Francesco Maino e ne riparliamo). Non è tuttavia un libro malvagio, capisco perfettamente perché possa piacere, e almeno ha alimentato un po' il dibattito. Peccato che abbia sacrificato i temi più interessanti e di ampio respiro con orpelli da romanzo della memoria, da album di famiglia. Non rimpiango di averlo letto, ci può stare.

Alla fine noto che, almeno per i tre romanzi che ho letto, non vi siano differenze paurose per i temi trattati. Siamo sempre più o meno nello stesso campo, quello che cambia è il contesto storico in cui si pesca, ma sono sempre storie di uomini in disarmonia con il mondo in cui vivono. Nessuno dei tre mi ha convinto pienamente e non ho trovato qualcosa di veramente e profondamente innovativo, nemmeno in Pecoraro.

Non ci si riesce a staccare dall'esperienza personale o comunque a rielaborarla seriamente in un contesto romanzesco. Io vorrei vedere allo Strega testi dove ci sia più spazio per l'invezione, la finzione letteraria, che non siano così appiattiti sulla realtà ma che la indaghino da prospettive oblique, diverse e inaspettate!

Che cosa mi è rimasto quindi dei libri di questo Strega 2014?

Purtroppo devo dire molto poco. Peccato.


Tanto so già che l'anno prossimo, volente o nolente, ci ricascherò, perché imparare dai propri errori ... MAI.


martedì 1 luglio 2014

Collezione giugno 2014




Con i libri letti a giugno sono arrivato al giro di boa di quest'anno di letture. Per ora mi sembra che proceda tutto abbastanza bene: mi guardo indietro e tutto sommato ho letto libri che mi hanno lasciato buoni ricordi. E giugno? Avrà contribuito? Ve lo dico subito.


Il primo romanzo che voglio citare è Roderick Duddle di Michele Mari. Un libro che ho tanto aspettato e non vedevo l'ora di leggere, dati i miei scoppiettanti precedenti con questo autore (qui trovate qualcosa). Roderick Duddle ha mantenuto le alte aspettative che avevo, è stato un vero piacere! Non vado oltre e vi spedisco subito alla recensione che ho scritto QUI. Oppure, ancora meglio, speditevi da soli in biblioteca o in libreria e dotatevi di questo libro.



Mentre sto scrivendo questo articolo mi sto accorgendo che questo mese ho letto ben quattro autori italiani ...vivi! Ma torniamo al resoconto. Un altro libro attesissimo finalmente giunto nelle mie mani è stato Unastoria, il graphicnovel di Gipi. Desideravo leggerlo da un sacco, ben prima che fosse tirato in ballo (e ben presto digerito) dal premio Strega. In questo libro si intrecciano le vicende di un uomo dei nostri giorni, uno scrittore afflitto da problemi psichici ad un passo dal baratro, e un soldato della Prima Guerra Mondiale. Gipi ha sicuramente talento nell'illustrare, con le parole e con i disegni, le forti emozioni dei personaggi e le atmosfere cariche di angoscia. Durante la narrazione Gipi riesce con grande sensibilità e bravura a far emergere dei temi e dei simboli che riescono a intrecciare le due linee temporali e creare un effetto davvero particolare. Un clima di attesa che tiene incollati fino all'ultima pagina. Unastoria è un libro che ho trovato piuttosto difficile da interiorizzare, ho dovuto rileggerlo un paio di volte e probabilmente non è ancora abbastanza. Mi rimane la sensazione che non sia un romanzo riuscito pienamente: è forse eccessivamente caotico e compresso. Occorreva uno sforzo maggiore nella sovrapposizione delle due linee narrative? Lo rileggerò. Notate che non ho detto una parola sul tema graphicnovel vs. romanzo? Se sia giusto o no paragonarli? Se sia femminile o maschile? Bene, sappiate che l'ho fatto apposta. Punto.


Vengo ora all'oggetto del mistero 2014, il romanzo che mi ha fatto più sudare in quest'ultimo periodo. Parlo de Il tempo materiale di Giorgio Vasta. È un romanzo piuttosto complesso che richiede una lettura attenta perché la sua bellezza risiede soprattutto in piccoli accorgimenti, piccoli scarti che capovolgono gradualmente la percezione di ciò che si sta leggendo. Il risultato è un romanzo magnetico, terribile e sconvolgente, anche se tutto ciò per la prima metà del libro non si sospetta nemmeno lontanamente. In breve ne Il tempo materiale si segue il pericoloso percorso di tre ragazzini palermitani della fine degli anni Settanta che vogliono emulare gli atti terroristi delle Brigate Rosse. Non voglio dirvi di più perché sto ancora cercando di riordinare le idee su questo romanzo, comunque lo consiglio assolutamente. Chissà, tra un po' potrebbe arrivare una recensione.


Ho letto anche una raccolta di racconti deliziosa. [Ma che schifo fa l'aggettivo 'delizioso'? È orripilante, sa di zia zitella piena di gatti, cuscini di pizzo e centrini sotto le tazze da tè. Non trovate? In ogni caso non mi viene in mente un modo migliore]. La vita non è in ordine alfabetico di Andrea Bajani è un libricino piccolo piccolo di racconti brevissimi sui temi più disparati, i racconti sono ordinati alfabeticamente. Questi raccontini non sono male. Bajani sa sfruttare molto bene le piccole cose, le storie minime della quotidianità famigliare, che diventano attraverso la sua scrittura emblematiche. Mi piace come sono stati centrati i racconti attorno ad un tema, mi piace come viene sfruttata la brevità senza l'effetto favola o paginetta di diario. In alcuni di questi testi traspare sottopelle un filo di inquietudine, inoltre ogni tanto entrano improvvisamente elementi irreali e immagini particolari che incrinano l'apparente realismo del racconto. Sono un po' indeciso se considerare questi racconti solo 'deliziosi' o qualcosa di più. Per questo vorrei prima leggere altro di Bajani, per vedere come se la cava in testi un po' più strutturati prima di sbilanciarmi.


L'ultimo romanzo che ho letto, preso totalmente a caso in biblioteca, è Enon di Paul Harding. Non ci siamo proprio, questo libro è la Noia. È vero che parla di un padre distrutto dalla perdita della figlia, quindi non mi aspettavo fuochi d'artificio, ma io trovo che in questo romanzo lo scrittore non riesca a suscitare nessun tipo di emozione; eppure con il libro precedente ha vinto il Pulitzer, mica è il primo che passa! Harding per me non ha sensibilità e capacità di gestire i diversi colori del lutto in modo che il libro possa essere interessante per il lettore. Enon è moscio, non ha nessuna dinamica interna, nessuna forza espressiva, procede piatto fino a un punto morto. Ci sono poi momenti al limite del ridicolo, personaggi da dimenticare e un modo di proporre i vari episodi davvero scarso e poco originale. Anche di questo romanzo prevedo di parlarne in un articolo apposito. Che gioia eh? Appunto, trovate la mia recensione QUI.