martedì 24 giugno 2014

Andorra - Peter Cameron


P. Cameron, Andorra.


Peter Cameron è uno di quei scrittori americani che in Italia sono arrivati a rate, quando già avevano alle spalle varie pubblicazioni nel loro paese. Esce solo quest'anno in Italia Andorra, romanzo pubblicato in America nel 1997. Per intenderci Andorra è stato scritto molto prima di Un giorno questo dolore ti sarà utile e Coral Glynn che sono i due titoli che sento più nominare. Dopo questa breve e inutile storia editoriale passo a dirvi di che cosa si parla.

Andorra è un romanzo costruito sull'illusione in cui Cameron fa scivolare i propri lettori. Questa può risultare una frase criptica, ma tenetela a mente perché davvero non potrò dirvi molto di più, per non rovinarvi il libro. Si apre come una storia di riscatto, Alex fugge da una realtà per lui insostenibile a seguito di un grave trauma e decide di ricominciare a vivere ad Andorra: un piccolo stato, una piccola comunità, clima rilassato e privo di ogni frenesia o nevrosi. Un terrazzo inondato di luce e lambito dal mare, avete capito bene, dal mare. Non trovate qualcosa di strano? Vi devo spiegare proprio tutto? Sembra un dettaglio da poco, in verità ha un valore molto più preciso e funzionale per il romanzo. Perché quando arriverete alla fine … BAM! Capirete tutto. 



Il romanzo è costruito su una serie di incontri del protagonista con vari personaggi, tutti con qualcosa che non torna, troppo romanzeschi e poco spontanei, ma proprio per questo di grande fascino. C'è un'anziana signora ex proprietaria di un hotel e amante della lettura, una famiglia benestante e raffinata dominata da una matrona piena di energia, una coppia apparentemente male assortita. Tutti sembrano in fuga da qualcosa, si sa poco del loro passato. Mostrano un surreale attaccamento per questo nuovo arrivato. Alex verrà sospettato addirittura di omicidio, questo sconvolgerà la sua nuova vita che sembra appena assestarsi. Il romanzo non si trasforma però mai in un giallo, il sospetto è invece un'ombra che scompare e riappare con grande maestria.

P. Cameron, Andorra, Adelphi 2014, pp. 236
Andorra è un romanzo molto asciutto, non si presta a indagini psicologiche, non scava nel passato di queste figure né del protagonista, non è nemmeno un testo descrittivo o di atmosfera. Cameron crea un romanzo nel senso più specifico del termine: un meccanismo narrativo di finzione. L'autore dispone i personaggi, stabilisce gli incontri, organizza con precisione chirurgica ogni ingranaggio. Il lettore percepisce chiaramente dall'inizio alla fine la mano dell'autore. Si ha la perfetta coscienza di leggere un romanzo, si gioca con il senso di artificiosità, senza rincorrere costantemente la verosimiglianza ma non cedendo mai veramente all'onirico o psicologico. Tutto ciò che accade è plausibile. Questo gioco però ad un certo punto precipita e Cameron risveglia bruscamene il lettore scompaginandogli ogni certezza, ma solo alla fine, all'ultimo paragrafo.

Ho trovato questo romanzo molto ben costruito. Cameron ha un piglio deciso, punta dritto al suo obiettivo senza distrazioni o concessioni al lezioso e al superfluo. Mi ricorda vagamente Antonio Tabucchi per l'aria mediterranea di certe impressioni paesaggistiche, per questo gioco di incontri particolari o per il senso di inquietudine e di mistero. I personaggi sono il punto di forza del romanzo, tante voci diverse e originali, perfette per mettere in luce le fini increspature nella figura che il protagonista vuole costruirsi.


Si legge in una giornata, difficilmente lo lascerete stagionare sul comodino! Il romanzo è sostanzialmente riuscito e valido. Non ho letto altro di Peter Cameron quindi non so valutare questo libro nell'ottica della sua produzione. Sono sempre soddisfatto quando trovo un libro scritto veramente bene e uno scrittore generoso, che vuole narrare per narrare e non per esporre una tesi o compiere un'indagine. Se devo trovare un difetto direi che il finale, se si sta un po' attenti, non è poi così a sorpresa come si potrebbe pensare. Inoltre la chiusura del romanzo è davvero molto molto brusca, ma tutto sommato è giusto così.


sabato 14 giugno 2014

Roderick Duddle - Michele Mari


M. Mari, Roderick Duddle, Einaudi 2014, pp. 496


Michele Mari ancora una volta ha creato un romanzo fuori dal tempo, unico. La stragrande maggioranza di quello che si scrive oggi attinge da un contesto storico-sociale reale, spesso dalla contemporaneità; descrive problematiche, isterismi, ideologie, condanna o compatisce, denuncia o disegna impietosamente. La fantasia è relegata quasi totalmente alla letteratura di genere che purtroppo è troppo spesso rinchiusa a schemi e modelli molto stretti e ripetitivi. Mari invece recupera un'idea di romanzo agli antipodi, una storia fantastica squisitamente letteraria, avventurosa e avvincente. Il miglior modo di leggere Roderick Duddle è lasciarsi trasportare dagli avvenimenti. Insomma, invoco il tanto abusato piacere della lettura!

Roderick è il bambino protagonista della vicenda, involontariamente al centro di un groviglio di interessi che ruotano attorno a un'ingente eredità. Roderick risulta infatti essere l'ultimo discendente, ad eccezione della nonna malata, della ricca famiglia dei Pemberton. Il bambino è però cresciuto all'Oca rossa, un locale malfamato e un bordello, e non sa assolutamente nulla dei suoi illustri natali. L'unico oggetto che lo ricollega alla sua vera identità e che permette di accedere all'eredità è un medaglione ereditato dalla madre. C'è un problema, Roderick non è assolutamente a conoscenza della sua posizione, il protagonista di questo romanzo rimarrà a lungo all'oscuro del suo destino. A ostacolare Roderick e il naturale lieto fine che vedrebbe un bambino orfano diventare un piccolo lord, ci sono però una pletora di personaggi loschi e loschissimi, pronti a mettere le mani con ogni mezzo su almeno un pezzettino di quel patrimonio.

Con grande dispendio di energia ho creato per voi uno schema completo e accuratissimo che possa illustrare al meglio la trama:



Non state capendo nulla? Bene! Se no ci siete arrivati da soli sappiate che quello schema è chiaramente finto, era gusto perché volevo rendere meglio l'idea e perché una sera non avevo un tubo da fare.

La verità è che qualsiasi tentativo di definire la trama del libro è piuttosto controproducente e inutile. Non perché la trama sia confusa, anzi! Mari ha realizzato un intreccio straordinariamente complesso, volutamente artificioso e denso; nel complesso trasmette però un'idea di leggerezza e un senso di disimpegno molto piacevoli. Una trama perfettamente a fuoco, cristallina. È un libro di circa cinquecento pagine ma vi assicuro che in ogni piccolo capitolo il percorso narrativo devia e si contorce senza momenti stagnanti. In Roderick Duddle la trama è centrale, sembra un'ovvietà ma non lo è affatto. Mari è abilissimo nel costruire, montare e ricostruire strutture narrative ardite ma anche agili, così che la fantasia del lettore possa davvero volare in alto.

Trovo anche perfettamente complementare la geografia minima entro la quale avviene gran parte della vicenda, che in fondo ha un valore infinitesimale, coinvolge gli interessi di pochi in una piccola comunità. Qui risiede un punto di forza del romanzo: non c'è l'appiglio alla grande storia, non ci sono conseguenze che vanno oltre le sorti dei personaggi coinvolti. La sensazione del lettore è che questa storia nasca dal nulla, da un'inezia, e che si ingigantisca poi sempre di più catturando inspiegabilmente il suo interesse. Non credo sia affatto facile ottenere questo effetto, cioè far sì che il lettore smetta di pensare al perché stia leggendo quel romanzo, solleticare un piacere fine a se stesso.

Mari sfronda il romanzo da tutti gli orpelli della verosimiglianza: l'ambientazione storica non ha grande importanza, gli incontri tra i personaggi non hanno bisogno di lunghi preamboli, i tempi morti degli spostamenti e dei cambi di scenario vengono tagliati, l'autore interviene direttamente quando vuole spostare l'attenzione. A tutti questi espedienti noi lettori moderni non siamo molto abituati, Michele Mari è riuscito però a riproporli con efficacia.

Ciò che rende ancora più gustoso e affascinante Roderick Duddle è l'assenza di una morale assoluta e dolciastra. Come dicevo sopra, Roderick non è un tenero piccolo lord indifeso destinato a trionfare sui suoi nemici, almeno non necessariamente. Ogni personaggio, pur mostruoso ed efferato, suscita simpatia e curiosità. Il vero motore dell'azione è chiaramente la brama di ricchezza e potere, la sopraffazione di chi è debole; ogni personaggio 'cattivo' della storia risponde a questi impulsi diversamente. C'è il notaio che fa il proprio interesse modificando codicilli e scrutando tra le scartoffie, c'è la Badessa scaltra capace di architettare piani ambiziosi e scambi di persona, c'è l'oste violento e avido che ha però intime perversioni. C'è il Probo, il male silenzioso e senza scopo, il sicario mostruoso dal volto sfigurato. Michele Mari è affascinato dal male e dalla mostruosità in tutte le sue declinazioni fisiche e psichiche, senza giudizio o caricatura. È un piacere leggere di questi personaggi torbidi, di questi lupi come li definisce Mari, vedere i loro ritratti irresistibili definirsi nel corso del romanzo.


Per concludere, Roderick Duddle è un romanzo piacevole e dire piacevole non vuol dire sminuirlo, anzi. Piuttosto che finte riflessioni sociologiche, finte scritture alternative e pseudo sperimentali, preferisco mille volte Mari: la sua scrittura sicura e matura, la capacità di sfruttare i modelli e la tradizione senza cadere nella banalità o nel cliché, la maestria nell'unire giocosità e serietà, purezza e contaminazione.

mercoledì 4 giugno 2014

Collezione maggio 2014




Evviva il Maggio dei libri! … circa. Non è stato un mese molto proficuo, non mi posso definire totalmente soddisfatto delle letture di maggio. Qualcosa di buono o di molto buono c'è, ma mi sono anche arenato su dei romanzi che non finivano più! Comunque sono sopravvissuto e questo è il resoconto a suon di mini recensioni.


Il ragazzo selvatico è l'ultimo libro di Paolo Cognetti. Si tratta di una raccolta di racconti che si può anche leggere come fosse un testo unico, un diario. Si ripercorre una lunga estate trascorsa in montagna dall'autore, dopo un periodo difficile e una sorta di blocco dello scrittore. In genere per me questi libricini a tema autobiografico sono il Male, sono sottoprodotti di autori stanchi che devono pur far uscire qualcosa ogni tanto. Devo dire che in questo caso non ho avuto questa sensazione. Certo, io non accosterei questi racconti a Sofia si veste sempre di nero, il romanzo di Cognetti che ha entusiasmato praticamente tutti i suoi lettori. Sono però racconti dignitosi e sinceri dal solito e riconoscibile stile asciutto e la grande attenzione al dettaglio, sia visivo che emotivo. Cognetti riesce a far entrare il lettore nella sua dimensione intima senza morbosità, mantenendo comunque un filtro che renda questi racconti interessanti anche letterariamente. Mi piace anche come sia sviluppato il tema della montagna, senza troppi luoghi comuni triti e ritriti e soprattutto senza spocchia da montanaro 'so tutto io e voi che vivete in città siete delle merde'. Mettiamola così, lo consiglio a chi abbia letto già qualcosa dell'autore, altrimenti buttatevi su Sofia e sarete felici.


Il romanzo migliore che abbia letto in questo mese è senza dubbio Veronica di Mary Gaitskill. Questo romanzo meriterebbe una recensione tutta per sé, ma l'ho letto con una tale foga che riesco solo a comporre delle impressioni. Dovrei rileggerlo con più calma. Il romanzo riguarda la difficile e intensa vita di Alison, un modella americana che ha conosciuto un'effimera fama e la conseguente rovinosa caduta. In questa parabola le vicende di Alison si intrecciano con quelle di Veronica, una donna molto diversa e all'apparenza molto forte. Veronica ha però il destino degnato, è malata di AIDS. Come si può immaginare i temi trattati sono molto forti, ma sarebbe un errore presentare il romanzo solo per le tematiche, non è un testo di denuncia o sociale. La Gaitskill ha soprattutto una scrittura fantastica, forte e raffinata allo stesso tempo. Una scrittura tesa, precisa e cruda, perfetta per la storia narrata, a tratti poetica. È anche notevole il modo in cui è costruito il romanzo tra passato e presente, tutto è ben controllato ed efficace. Non c'è retorica, è tutto così dolorosamente autentico.


Come sempre mi sono fatto giustamente fregare dalla smania di leggere qualcuno dei papabili dello Strega. Questo mese è toccato a La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro. Dato che ne ho parlato abbondantemente in una recensione dedicata, non mi dilungo qui. Per i più sbrigativi dico solo che: il romanzo è stato nettamente sotto le mie aspettative e di così innovativo, come si legge un po' dappertutto, non ha poi così molto se non niente. Su, fatevi coraggio, leggete la mia recensione → QUI !




Ora vi parlo di un romanzo di cui avrei tanto voluto rimuovere anche il titolo dalla mia mente. Si tratta del romanzo La fragile costellazione della vita. Qualcuno di voi penserà che io sia un mostro, scrivere male di un libro TRISTE che parla di una bambina orfana in Cecenia, un paese afflitto dalla guerra e dalla repressione di un potere autoritario; un libro che parla delle drammatiche vicende di uomini e donne che vivono nella paura e nella privazione... Io non mi faccio tanti scrupoli, il libro è scritto male, è un polpettone sentimentalone e smaccatamente cinematografico: i personaggi recitano come se avessero un copione, l'alchimia tra loro è inesistente, descrizioni approssimative evidentemente frutto di quattro ricerche su Google, incapacità totale nel rendere l'atmosfera in cui dovrebbe essere avvolta la vicenda. Non mi ha suscitato nessun tipo di emozione, colpa tutta imputabile alla scrittura piatta e snervante di Anthony Marra. Bellissimo esempio del fatto che il tema o la 'storia forte' non facciano mai da soli il romanzo, mai. Poi, vogliamo parlare del titolo stucchevole e furbissimo finto-poetico? Vogliamo parlare della copertina che sembra fatta con Paint? Questo romanzo è altamente sconsigliato, una noia mortale.



L'ultimo breve romanzo che ho letto è Il pretendente americano di Mark Twain, recentemente pubblicato per la prima volta in traduzione italiana da Mattioli. È il mio primo Twain, quindi non voglio sbilanciarmi troppo. L'impressione che ho avuto è stata positiva. È un romanzo apparentemente molto semplice, con al centro scambi di identità e di ruoli e l'intreccio dei destini di un nobile rampollo inglese e un eccentrico sbruffone americano. In verità, pur essendo piuttosto breve, in questo romanzo c'è una grande varietà di temi, registri e generi: ci sono momenti più riflessivi su temi come il lavoro, le masse, i privilegi, la libertà, ci sono poi scene apertamente comiche, parodistiche. Non mancano episodi molto bizzarri che non mi sarei mai aspettato e personaggi davvero estremi, dalle idee strampalate. Il pretendente americano è un ibrido tra romanzo e un testo teatrale. Stupisce questo tono di giocosa leggerezza che lascia spazio alla critica sociale e a riflessioni sull'identità americana,  specialmente se penso che questo romanzo è del 1892!