venerdì 18 aprile 2014

Il padre infedele - Antonio Scurati





Il padre infedele è un romanzo che rientra perfettamente, decisamente troppo, nei canoni di una determinata e riconoscibilissima produzione letteraria italiana contemporanea. Chiusi tra le mura domestiche, molti autori si concentrano su esperienze minime del quotidiano, su temi sociali ed esistenziali contemporanei. Certamente non può essere di per sé un male, però ogni tanto si sente la nostalgia di romanzi più audaci, più immaginifici, se vogliamo anche più artificiali. Non trovate? Il padre infedele non è di certo un romanzo coraggioso, resta comodo comodo in un solco già tracciato.

Glauco Revelli è il protagonista e il narratore. L'uomo ripercorre alcuni momenti della sua vita, in particolare della sua vita sentimentale e famigliare, dall'incontro con la sua futura moglie alla nascita e i primi anni di sua figlia. Il romanzo mette al centro il tema della paternità. Si concentra sugli effetti che essa ha sul protagonista, costretto a ridisegnare la sua vita e rivalutarne le direzioni. Glauco è inoltre un quarantenne e ambizioso chef sempre all'inseguimento della consacrazione, della prima stella Michelin.

Ne Il padre infedele si toccano dei temi tutto sommato comuni, direi quasi quotidiani. Tra questi al centro c'è la paternità e la costruzione di una famiglia, vissuta in parte come un tradimento della propria identità. La nascita di una figlia comporta poi nuove responsabilità, porta il protagonista a un continuo sguardo verso il futuro. Glauco è un uomo che si domanda legittimamente quale eredità e quale ricordo stia lasciando. Trovano spazio anche problemi più contingenti, come la difficoltà di una vita di coppia soddisfacente: dovrà affrontare la crisi post parto della compagna. Si riaffacciano conseguentemente degli impulsi erotici molto violenti. Questi demoni riaffiorano in capitoli appositi che scandiscono regolarmente il romanzo. Ai problemi della sfera privata fa anche da contorno la mancata realizzazione in campo lavorativo. Più in generale il tutto porta a una riflessione su una generazione di uomini ormai maturi che vivono nella più totale confusione di obiettivi. Tra apparenze e disillusioni si consumano intere esistenze nell'inerzia o nella frustrazione.

Come si può facilmente intuire più che di una trama si può parlare di uno spaccato di vita nel quale affiorano prepotentemente vari temi. Questi sarebbero anche importanti e buoni materiali per un romanzo, anche se piuttosto tradizionali e inflazionati.

Il centro focale è Glauco. Trovo questo il vero, e forse l'unico, punto di forza del romanzo. Adesso mi spiego. L'uso della prima persona e di una prospettiva così stretta e personale permette al romanzo di non risultare troppo pedante. È il punto di vista di Glauco, con le sue storture ed esagerazioni. Non mi pare che si suggerisca un paradigma. Giustamente è stata adottata una forma che ha la franchezza e l'intimità di un diario, il personaggio è libero di esprimere tutto di sé senza giudizio, dal suo eros violento e dominante alle difficoltà nel ruolo di padre. L'effetto è quello di un testo scritto direttamente dal personaggio. Ci sono poi riflessioni generazionali, a tratti sociologiche, che trovo abbastanza valide. Anche queste scaturiscono dalle delusioni e dalla sensibilità del protagonista e non da una voce esterna e sentenziosa dell'autore. Purtroppo questo è l'unico punto di forza del romanzo, per il resto Il padre infedele è molto deludente.

A. Scurati, Il padre infedele,
Bompiani 2013.

Ciò che potrebbe potenzialmente essere interessante si rivela molto poco incisivo. Scurati corre inoltre spesso il rischio di sconfinare nella parodia e nell'esagerazione. Non ho trovato una grande sensibilità nel saper dosare e variare l'intensità dei vari episodi narrati. Ad esempio, un viaggio in macchina con la figlioletta frignante ha per assurdo lo stesso peso e la stessa centralità di un momento, per me decisamente più importante e delicato, come la crisi post parto della moglie. Quest'esasperazione di ogni episodio, che fanno parte della quotidianità per ogni genitore e in ogni famiglia, è fuori luogo. Stanca e disorienta inutilmente il lettore. Il rischio è di trattare aneddoti vari con una drammaticità talmente esagerata da risultare una parodia, come quei comici che con i loro monologhi ridicolizzano vari aspetti della vita quotidiana. Ecco allora tutto il repertorio a cui attinge Scurati: dagli esercizi preparto alle mode pedagogiche più disparate, dalla ninnananna all'isteria consumista per i prodotti per bambini, non mancano nemmeno le notti insonni dei genitori.

Ciò che dovrebbe fare da contorno diventa invece materia forte del romanzo, sgretolandone il progetto. Credo che il tema della paternità che si voleva esaminare fosse di ben altro spessore. Questo del resto ne Il padre infedele talvolta emerge, ad esempio evidenziando l'anomalia contemporanea di avere figli sempre più tardi, quasi come un capriccio più che per un'esigenza. Nulla risulta sufficientemente incisivo o memorabile. Nulla riesce a staccarsi fino in fondo dalla patina da confessione intimista, ciò che c'è di interessante purtroppo si perde in dettagli di poco conto.

A questo senso di confusione e distacco contribuisce moltissimo lo stile e le scelte linguistiche utilizzate da Scurati. C'è molta ricercatezza per i termini usati, spesso molto carichi, quasi a voler rendere epico ciò che invece è banale e quotidiano. Non mancano le citazioni e i riferimenti colti. Scurati appronta una narrazione piuttosto elegante e ricca, alle volte oscura e ampollosa. Adesso, a me certo non spaventa la complessità e non credo che necessariamente un romanzo contemporaneo debba essere accessibile e scorrevole, anzi, apprezzo anche chi osa uno stile più aspro. Il problema è che in questo caso quest'esagerazione retorica e concettosa è una patina che non valorizza per niente il testo, non penetra a fondo, non è funzionale. Anzi, accentua quell'idea di parodia ed esagerazione che tanto penalizza il romanzo. Non è possibile che ogni momento ne Il padre infedele abbia la stessa intensità stilistica, lo stesso ritmo drammatico. È fuori luogo e alla lunga noioso perché non è un virtuosismo stilistico ben congegnato e vivace.

Certo, si potrebbe pensare che questo stile rifletta la scrittura e il pensiero di Glauco e non di Scurati. Però in questo caso il gioco tra scrittore e narratore, cuoco laureato in filosofia, avrebbe dovuto essere più scoperto. Magari adottando fino in fondo una struttura da diario? In ogni caso, se fosse anche una pura confessione intimista, non mi pare sufficientemente coinvolgente. Se invece Il padre infedele avesse voluto veicolare temi ed esperienze di più ampia portata, non credo ci sia riuscito.

Insomma, tante parole per dire una cosa semplicissima: Il padre infedele non mi ha lasciato molto, letto e presto dimenticato. Mi sembra il classico libro a tema biografico-esistenziale come ce ne sono tanti, senza nessun guizzo particolare, ma con una presunzione stilistica esagerata. La scelta di valorizzare dei temi molto comuni con una tensione drammatica molto elevata non ha pagato per niente. Non c'è niente di così innovativo. Anzi, spero vivamente che non fosse nelle intenzioni di Scurati di inseguire un'analisi generazionale, perché mi stanno cominciando a stufare.

Riuscirà Glauco alla fine a trovare un certo equilibrio? Questo lo valuterete se vorrete arrivare alla fine. A proposito, l'epilogo l'ho trovato eccessivamente cinematografico e stucchevole.

domenica 6 aprile 2014

Collezione marzo 2014




Vi capita mai di sentire di aver letto dei libri nel momento sbagliato e nel modo sbagliato? Questo mese ho provato spesso questa sensazione con romanzi di indubbio valore, che però mi sono scivolati addosso senza lasciare grandi segni. Sarà la primavera, che nel mio caso è sinonimo di allergia a tutto, forse anche alla letteratura! Tra una grande delusione e qualche lettura piacevole e valida, vediamo cosa ho letto...


Comincio con Augustus di John Williams. Un romanzo ben scritto ma non eccezionale, indicato soprattutto a chi voglia godere di una particolare ambientazione romana senza avere grandi conoscenze di quel periodo storico. Ne ho parlato abbondantemente → QUI.





Un altro autore conosciuto dall'universo mondo di cui ho avuto modo di leggere qualcosina è Ian McEwan con Chesil Beach. Si tratta di un romanzo moto breve ma decisamente ben congegnato. In un continuo passaggio tra passato e presente si mette in luce la natura dei due giovani sposi e la complessità della loro relazione sentimentale, apparentemente idilliaca. Colpisce soprattutto la ricchezza di sfumature nel descrivere e mettere a confronto le idee dei protagonisti, le loro inibizioni, le loro emozioni, grazie a un efficace gioco tra il detto e il non detto, tra memoria e presente. Chesil Beach va letto con una certa calma, non richiede di schierarsi con uno dei due protagonisti, la ragione non risiede da nessuna parte. La logica e il senso di convenienza si sgretolano di fronte alla necessità di Edward e Florence di vivere fino in fondo la propria individualità. Sia per i temi, che per la splendida scrittura musicale di McEwan, questo piccolo romanzo è assolutamente consigliato.


Parlando di facilità (e felicità) di scrittura ho letto Andorra di Peter Cameron. Questo romanzo è arrivato solo recentemente in Italia anche se in realtà è stato uno dei primi pubblicati dall'autore nel suo paese. Una narrazione solida e molto piacevole, a tratti sorprendente. È un romanzo dignitoso, senza grandi pretese, e va benissimo così! Ci vorrebbero molti più romanzi di questo tipo. Anche di Andorra vi propongo una presentazione più dettagliata QUI.




Come ogni mese, cerco anche di infilare qualche classico delle letteratura italiana, scelti più o meno a sentimento (o sono loro a scegliere me quando me li ritrovo in mano per caso?). A marzo è toccato per primo a Luigi Pirandello con Uno, nessuno e centomila. Dell'autore avevo letto al liceo 'Il fu Mattia Pascal' che mi aveva molto affascinato. Con questo romanzo non è purtroppo successa la stessa cosa, probabilmente ho proprio sbagliato il momento. Ho fatto l'errore di leggerlo in contemporanea a duemila altri libri quando invece merita maggiore attenzione. Non mi metterò di certo a farne un riassunto o robe del genere, sarebbe ridicolo, vorrei però rassicurare chi vorrebbe provare a leggere questo testo ma ne è un po' intimorito. Sicuramente ha una struttura molto particolare e poco confortevole: la divisione in capitoli e la suddivisione dei vari episodi che compongono l'indagine di Vitangelo Moscarda sulla sua identità può facilmente disorientare. È facile perdere il filo del discorso, soprattutto se si legge discontinuamente. Tuttavia Pirandello riesce a trattare argomenti molto complessi, come il tema dell'identità, con grande leggerezza e umorismo. Non ci propone un saggio sistematico e rigoroso di stampo filosofico! Direi che per una prima lettura ci si possa anche accontentare di gustare le situazioni assurde e rocambolesche in cui si caccia il protagonista, dalla scoperta dell'imperfezione del suo naso in poi. Da rileggere.


Un romanzo decisamente più accessibile ma altrettanto importante è La casa in collina di Cesare Pavese. Corrado è un professore torinese che sceglie di rifugiarsi in collina e di non partecipare, in seguito all'armistizio dell'8 settembre del 43, all'attività partigiana, Vivendo nel terrore dei rastrellamenti è costretto però a confrontarsi con chi invece ha scelto di agire, ha preso una posizione e lotta per i propri ideali a costo della vita. Pavese non realizza un affresco dettagliato sulla Resistenza, ma si concentra sulla reazione ad evento catastrofico come la guerra, specie la guerra civile, di un unico individuo. È un romanzo costruito su riflessioni e impressioni più che sugli eventi. Ciò che rende assolutamente atipico e originale questo romanzo è il protagonista che ricerca un suo equilibrio in un contesto devastato in cui, per una certa idealizzazione contemporanea, si richiederebbe invece eroismo e sacrificio. 'La casa in collina' è un romanzo che destabilizza e rimescola le carte, non ricalca un'immagine già consolidata del periodo storico, ma restituisce in pieno lo smarrimento di ogni uomo di fronte a eventi così drammatici. Assolutamente da leggere, magari accompagnato a qualche altro romanzo più propriamente resistenziale.


Arrivo ora al punto dolente, alla lettura più sciagurata di marzo. Ho letto Rumore bianco, classico americano scritto da Don Delillo. Allora, dico subito che con questo autore non riesco proprio a trovare un punto d'incontro. Ho letto in passato Cosmopolis e Punto Omega, due suoi romanzi più brevi, e mi hanno lasciato piuttosto indifferente, se non addirittura indispettito. Non contento ho voluto dare una terza possibilità optando per un suo romanzo più corposo.
Rumore bianco è costruito con una netta divisione tra una prima e una seconda parte. Nella prima si segue la vita quotidiana di un professore universitario specializzato in studi hitleriani e la sua eccentrica famiglia. Nella seconda parte, a seguito di un evento catastrofico, il professore e la sua famiglia devono affrontare l'angoscia e la paura della morte e cercheranno un modo per eliminarla.
Vedendo il riassunto sembrerebbe anche un romanzo interessante, dai tanti temi possibili. E invece no. È stata una lettura estenuante, ogni pagina che leggevo era come un mattone che si frapponeva tra me e DeLillo. Pur informandomi di qua e di là sulle sue intenzioni letterarie e stilistiche, non riesco proprio a non trovare lo stile di DeLillo eccessivamente manierista e finalizzato all'autocompiacimento. Va bene che in Rumore bianco si voglia mettere in evidenza come l'uomo americano sia immerso in un mare di input e informazioni spesso contraddittori, vuoti, ansiogeni, ma il rischio è che l'intero romanzo non sia altro che 'rumore bianco' puramente trascurabile. Dialoghi inconcludenti, vezzi descrittivi fastidiosi e privi di qualsiasi significato, struttura farraginosa. Sembra quasi un collage di episodi, frasi e immagini che presi singolarmente hanno un certo impatto ma che, scavando un po' sotto la superficie, sono … fuffa. Perché ad esempio il protagonista sia uno studioso di Hitler, e cosa questo comporti nell'economia del romanzo, è un dato non pervenuto (perché è strano e fa figo? Perché è 'scomodo'?), di dettagli simili se ne potrebbero citare a palate.

Probabilmente devo ancora trovare la chiave di lettura adeguata per mettere insieme questo puzzle che avrei volentieri evitato di fare. Ho deciso di concedergli ancora una possibilità e punto direttamente a leggere il suo capolavoro Underworld, ma questo avverrà probabilmente tra molto molto tempo, tipo tra vent'anni. Addio DeLillo, per ora riposa in pace.


martedì 1 aprile 2014

Dobbiamo disobbedire - Goffredo Parise




Parise, Dobbiamo disobbedire, Adelphi.
Di Goffredo Parise ho da poco letto i Sillabari. Potete trovare le mie impressioni QUI.

Sulla scia dei Sillabari ho letto anche un libricino che avevo da tempo adocchiato in libreria: Dobbiamo disobbedire. Questo raccoglie alcuni articoli della rubrica ''Parise risponde'', dove l'autore rispondeva appunto alle lettere dei lettori del Corriere della Sera tra il 1974 e il 1975. I temi trattati sono i più svariati.

Diciamo che questo volumetto potrebbe essere un antidoto efficace contro i troll della nostra era digitale. Anche Parise doveva infatti combattere con individui di ogni sorta che gli inviavano lettere più o meno accusatorie, oppure di una ingenuità e superficialità incredibili. Non ne viene fuori un quadro molto incoraggiate, soprattutto se si pensa che probabilmente nulla sia cambiato da allora. Siamo un popolo di pappagalli pronti a ripetere frasi fatte, non avere un pensiero proprio, ansiosi di essere classificati per ideologia, smaniosi di sapere da che parte uno sta?

Parise però affronta i temi obliquamente, come nei suoi racconti. Ci si aspetta magari una feroce invettiva, niente di più sbagliato. Risponde invece con serietà e accuratezza, non cade nella trappola alzando i toni, anche quando lo accusano di essere fascista o comunista a seconda dell'interlocutore! Propone ragionamenti distesi, a tratti ironici ma sempre incisivi, mai concilianti. Anche un ragazzino che gli chiede come intraprendere la professione del politico avrà la sua risposta, godibilissima e molto significativa anche per i nostri tempi.

Allo stesso tempo Dobbiamo disobbedire è un vaccino contro lo snobismo intellettuale. Parise difende la sua rubrica sul giornale in cui si prende la briga di rispondere a tutti, anche alle persone dal pensiero più semplice, magari ingenuo. Come nei Sillabari, si mette al centro la dignità di ogni individuo e il suo diritto di espressione, che è fondamento della democrazia.

Perché credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini italiani per un discorso pubblico (come pubblico è un giornale). E credo nella pedagogia insieme alla democrazia, perché non è possibile l'una senza l'altra.

L'interminabile pas de châle che i nostri governanti ballano da trent'anni con le parole è odioso. Esso è un segno stilistico tipicamente antidemocratico, ha lo stesso stile del loro potere (…) E tuttavia la loro danza di fantasmi non ha alcuna importanza perché la democrazia cammina per la sua strada.


[Goffredo Parise]

Senza scendere nei dettagli, tra i vari temi affrontati potrete leggere: il rapporto tra educazione e televisione, la salvaguardia del territorio italiano, la classe dirigente italiana, il rapporto con le ideologie. Si tratta di un libretto di una cinquantina di pagine, si fa prima a leggerlo, e Parise ha il dono della chiarezza.


Renato Gottuso, Lo scrittore Goffredo Parise visita a Pechino la fabbrica dei libretti rossi , 1970.


Cosa ha prodotto questo incontro tra uno scrittore e il suo pubblico di lettori? L'ultimo capitolo/contributo in Dobbiamo disobbedire è un pezzo di grande amarezza, ed è ciò che rimane dalla lettura di questo libro. 

Parise non trova interlocutori interessati ad una conversazione, la sua rubrica langue, nessuno sembra interessato a sfruttare l'occasione per un confronto sincero. Forse non esiste nemmeno una società italiana a cui rivolgersi. Una chiusura molto pessimista su un paese pericolosamente allo sbando, disinteressato all'esercizio della democrazia, asservito e obbediente.

Resta però il motto: dobbiamo disobbedire. E' vero che il pessimismo si insinua e sembra soffocare ogni iniziativa, ma il valore delle parole di Parise, la fede cieca nell'educazione e nell'esercizio della democrazia, non vengono affatto scalfite. Forse in questo pantano si può intravedere ancora qualche speranza, magari in qualche lettore.