venerdì 24 gennaio 2014

Il desiderio di essere come TUTTI - Francesco Piccolo






Allora, c'è Berlinguer, Bertinotti, Berlusconi, la sinistra italiana e Francesco Piccolo ... no non è una barzelletta ma è un ROMANZO, e lo dico con forza, è un romanzo! Ebbe sì, si possono scrivere romanzi che parlino di tutte queste cose; e tutte queste cose hanno a che fare con la felicità, il senso di una vita, la nostra coscienza.

È evidente a qualsiasi lettore come negli ultimi tempi la realtà sia (ri)entrata prepotentemente nella narrativa. Al romanzo si richiede sempre più (ma è poi giusto?) di giudicarla e rispecchiarla, più che indagarla. Curiosamente però, di fronte ad un romanzo che parla di storia italiana, di Berlusconi, di comunismo e attivismo politico, c'è chi si ritrae. C'è una certa ipocrisia, come se la politica non possa essere materia per un romanzo, che è invece luogo della vita privata e intima. Al massimo questo libro si può ridurre a un saggio giornalistico, di parte, ad uso e consumo dei lettori di sinistra. In fondo libri su Berlusconi ne scrivono continuamente, no?

Per me questo libro merita lettori più attenti.

Francesco Piccolo ripercorre alcune tappe fondamentali della sua vita, della sua vita da comunista, da cittadino di un'Italia in evoluzione tra gli anni 70, 80 e 90. Ciò che si nota subito è che grande spazio è dedicato alla narrazione dei fatti salienti, politici e non solo, specie intorno al partito comunista, alla figura di Berlinguer e all'atteggiamento della sinistra Italiana anche in rapporto alla discesa in campo di Berlusconi. Nel romanzo vengono poi inglobati con sapienza e intelligenza materiali eterogenei come: citazioni di articoli di giornale, riferimenti a film e a racconti (Carver, Dürrenmatt). Questi aspetti hanno portato molto lettori a non considerare questo libro come un vero e proprio romanzo. Ma è veramente così?

Non sono d'accordo con molte voci critiche che in questo libro non ci sia un vero sviluppo narrativo e che sia in fondo solo un saggio di storia politica e sociale o un reportage giornalistico. Devo ammettere che anch'io per gran parte della lettura ho sospettato questo, tuttavia, ragionando a freddo, mi sono ricreduto. Ora cercherò di spiegarvi perché, sperando di non partire troppo per la tangente!

Piccolo ha tentato infatti di relativizzare l'esposizione dei fatti storici che puntellano l'architettura del romanzo, cioè di filtrarla attraverso l'ottica soggettiva del protagonista e narratore. Ogni evento acquista un significato particolare proprio perché viene letto anche come una tappa autobiografica. Trovo quindi piuttosto ingiustificata l'accusa di aver applicato un giudizio storico distorto o incompleto, dal momento che, giustamente, della dimensione del romanzo sono proprie la soggettività e la distorsione della realtà attraverso le idee e le percezioni di un personaggio.

Veniamo all'indizio più interessante del fatto che siamo di fronte ad un romanzo: c'è un sottile tema che percorre sotterraneo l'intero testo; tema che ha illustri predecessori, per altro in parte dichiarati da Piccolo nel testo stesso. Accanto alla passione politica e a un desiderio crescente di agire e capire, sul protagonista si insinua un'opposta tendenza e l'inquietudine di un individuo che non vuole e non può ridursi alla sua immagine pubblica.

E se vi va male e siete come me capre in materia, almeno potrete sfruttare l'occasione per un piccolo ripasso di storia! … ma quante sorprese da questo Piccolo! Quante soddisfazioni! Quante cose che si imparano con i libri! (...)
Ci troviamo di fronte alla progressiva consunzione del partito comunista, per Piccolo sempre più arroccato ed esiliato all'opposizione (duri e puri!), ad una sinistra impotente e all'ascesa di Berlusconi che suscita un vero terremoto non solo politico ma anche culturale. Cresce la confusione e il desiderio, ogni tanto, di chiudersi la porta alle spalle, tagliare fuori il mondo, trovare una parziale felicità e appagamento. Questo desiderio è innato nel protagonista, ma si scontra fin da ragazzino con l'intransigenza dell'ideologia. Si nota già quando non riesce integrarsi con i ragazzi compagni di partito non avendo voluto rinunciare ad amicizie ed usi da loro etichettati come borghesi.

Questa è la domanda: è possibile ed è giusto essere felici (o provare ad esserlo) anche quando intorno a noi c'è infelicità, di cui magari siamo corresponsabili, perché non ci impegniamo totalmente per cambiare le cose?
Attenzione però, non c'è nessuna chiusura, non si voltano le spalle a ciò che succede fuori dalla propria vita privata, anzi, è un invito a trovare un equilibrio tra le diverse esigenze di un uomo. Un dilemma di alto profilo civile.

Non a caso viene citato Milan Kundera dell'Insostenibile leggerezza dell'essere e de La lentezza dove il tema è molto presente, questo è il precedente illustre a cui ho accennato prima. La leggerezza per Kundera e la superficialità per Piccolo sono concetti molto difficili da spiegare, complessi e insidiosi.
Vi è infatti un lato positivo in questi termini perché legati al desiderio di libertà di ogni individuo, libertà da ogni forma di oppressione della propria identità, ogni etichetta, specialmente politica, che mortifica l'essere. Ma allo stesso tempo questa leggerezza e superficialità non sono facili da sopportare per un uomo che è consapevole di quanto portino ad una felicità e libertà effimere e relative.

La superficialità ha però anche una deriva veramente insidiosa se diventa l'unica realtà possibile. Nel romanzo è, ad esempio, l'attività di giornalista e scrittore a essere mortificata quando la critica feroce al berlusconismo diventa sempre più un atto dovuto, un distintivo. Si arriva a un'inquietante descrizione di un paese che, anche nella sua 'classe' intellettuale e politica, ha perso aderenza con la realtà trasformando la vitale partecipazione politica e l'opinione pubblica in uno stanco gioco a guardie e ladri.

Prima pagina de l’Unita del 14 Giugno 1984.
© Luigi Anzalone.
Nel protagonista cresce sempre più, specie con la maturità, un conflitto interiore tra un desiderio di integrità morale, di purezza, e la necessità di scendere a compromessi ed accettare le contraddizioni del tempo in cui si vive. L'autore acquista questa consapevolezza attraverso la storia del partito comunista, specie nella figura di Berlinguer, che diventa nel corso del romanzo un simbolo fondamentale. Ecco la descrizione della parabola dello storico segretario del partito comunista, potente come non mai in Italia in quel periodo: fautore del compromesso storico, poi spinto a una progressiva chiusura del partito, schiacciato su posizioni sempre più intransigenti, fino alla fine dei suoi giorni e al grande funerale di Piazza S. Giovanni.

Spero vivamente di aver dato un'idea convincente dei motivi per i quali ci troviamo di fronte ad un romanzo dai temi importanti ed estremamente contemporanei, trattati con cura e varietà. Sono i temi a reggere il romanzo, ancora più efficacemente del taglio autobiografico; temi che vengono efficacemente riassunti dalla suggestiva immagine ricorrente della mitica vicenda di Diana e Atteone, scolpita nella roccia nella Reggia di Caserta, presente nella memoria dell'autore fin da piccolo. Lascio a voi scoprire come …

Non posso però nascondere che questo romanzo ha una certa debolezza, specie nella prima metà: le sezioni dove Piccolo espone queste tappe della storia politica italiana sono estremamente interessanti, lucide e stimolanti, più deboli sono le parti specificamente autobiografiche. Nella prima parte del romanzo non c'è forse grande equilibrio e la compenetrazione tra sfera privata e storia non si realizza pienamente. Questo ha portato secondo me molti lettori a chiedersi legittimamente dove sia il romanzo in tutto ciò.

Potrebbe dare inizialmente l'impressione che le continue coincidenze tra i momenti più importanti e formativi del protagonista e la storia recente italiana siano troppo nette e artificiose. Piccolo sottolinea spesso come un dato evento abbia cambiato la sua percezione della realtà, forse troppi sono i momenti etichettati come importanti, fondamentali e decisivi; sono sottolineature che potrebbero avvicinare pericolosamente all'idea di un romanzo di formazione a tappe temporali, prospettiva poco interessante. Tuttavia nel finale si scongiura questo pericolo con una scrittura più ritmata ed emozionata che riesce anche a dare circolarità e completezza al romanzo.

Insomma, TUTTI a leggere Piccolo!




domenica 12 gennaio 2014

Livelli di vita – Julian Barnes


Non voglio proporre una recensione vera e propria per un semplice motivo: il libro non mi è piaciuto e l'ho rimosso in fretta, una lettura a mio parere piuttosto insignificante. Ma dato che è un'ultima uscita che ingolosisce molti, un'opinione in più non credo faccia male!

Livelli di vita è un trittico, tre sezioni differenti, forse tre racconti ? Non l'ho capito. I primi due trattano di alcuni pionieri dell'aria, uomini dell'Ottocento che a bordo di aerostati e cosine del genere, per la prima volta nella storia dell'uomo, hanno l'incredibile emozione di vedere il mondo da un prospettiva diversa. Vabbé, che il volo abbia infiniti connotati metaforici lo sapevano i Greci mille mila anni fa: il progresso, l'ambizione, il rischio di volare troppo in alto …

Il primo di questi racconti è una narrazione scarna, quasi saggistica, o meglio wikipedistica, della vita di personaggi veramente esistiti, come il militare inglese e esploratore Fred Barnaby, l'attrice Sarah Bernhardt. Più interessante il ritratto di Nadar, celebre fotografo (pioniere delle fotografie aeree appunto) e legato alla corrente impressionista. Con tutto questo materiale cosa è riuscito a fare Barnes? Niente! Un'esposizione, una ricerchina.

E con il primo racconto si spiega la fighissima (come sempre) copertina Einaudi, minimal!

Nella seconda parte ritornano due personaggi, Fred e Sarah. E leggiamo di questi due che flirtano a tutto spiano. E giù con i cliché della donna in cerca dell'avventura e dell'uomo vissuto e ombroso.
Un piccola perla in proposito:



Io sono, io sono, io sono. Ma vi sembra che un personaggio debba passare la maggio parte del tempo ad autodefinirsi? Dovrebbe essere compito dello scrittore far capire al lettore le caratteristiche del suo personaggio. Siamo all'ABC del manuale dello scrittore, ma per favore!
E qui concludo su questo dialogo degno di un harmony...

Veniamo al motivo della mia difficoltà a parlare di questo libro. La terza parte è infatti decisamente più emozionante, Barnes racconta il suo lutto dopo la perdita della moglie. Per carità, qui si toccano temi forti che non possono non sconvolgere. Non mi è sfuggito che Barnes cerchi di legare questo racconto-confessione con quelli precedenti, ma sono tentativi goffi e poco incisivi. Che sia io insensibile?

Il risultato finale è un libro raffazzonato, i legami non reggono e come un pallone aerostatico scappa via, si perde.

Davvero, non vale la pena leggerlo, orientatevi piuttosto su Il senso di una fine, che comunque non mi ha entusiasmato.


domenica 5 gennaio 2014

sabato 4 gennaio 2014

TOP FIVE & FLOP FIVE 2013



TOP FIVE

Quest'anno è stato ricco di soddisfazioni. Più guardo questa lista più credo di aver fatto un torto a qualcuno e vorrei modificarla! La difficoltà nasce anche dal fatto che questo è stato per me l'anno dei classici e, con grande piacere, soprattutto dei classici italiani. Non posso non citare Elio Vittorini, Primo Levi, Beppe Fenoglio, Gianni Celati, Carlo Emilio Gadda, Elsa Morante, Tabucchi, Calvino (per non parlare dei russi con Anna Karenina, I fratelli Karamazov). Un anno intenso a dir poco!
Veniamo alla classifica:



1) LA BOUTIQUE DEL MISTERO (e Il deserto dei Tartari) – DINO BUZZATI

→ anche nella realtà più monotona, scialba e immutabile si apre uno squarcio sul caos, l'imponderabile e l'irrazionale. E anche una goccia che risale le scale di un condominio è reale e possibile.











2) LA MACCHIA UMANA – PHILIP ROTH

→ avvolgente immersione nella vita di uno uomo, nell'ambiguità del suo destino, schiacciato tra le sue responsabilità e l'implacabile giudizio dell'opinione comune. Ha la forza di una tragedia greca.












3) CARGO e IL MONDO È POSTEGGIATO IN DISCESA – MATTEO GALIAZZO

→ perché regalare un sorriso e dimostrare una tale profondità e intelligenza, il tutto con un'agilità di scrittura assoluta, è un dono raro.














4) RACCONTI – ANTON CECHOV

→ distillato della narrativa dell'Ottocento, radici del romanzo del Novecento.












5) IL SOCCOMBENTE – THOMAS BERNHARD

→ un monologo fiume dal ritmo serrato, minuziosa ricostruzione di un fallimento e dell'incessante ricerca di ogni uomo della perfezione e della propria realizzazione.











**Menzione speciale) L'ARTE DEL ROMANZO – MILAN KUNDERA

→ un saggio che ha cambiato totalmente il mio approccio alla lettura e alla letteratura. Cos'è un romanzo? Dove ci sta portando l'arte del romanzo? Kundera ha le idee molto chiare …










FLOP FIVE

Che dire, pochi autori li avrei volentieri presi a testate, e tra questi i peggiori sono sicuramente:


1) RESISTERE NON SERVE A NIENTE – WALTER SITI

→ affresco italiano talmente schiacciato sulla realtà contemporanea da diventare già vecchio e superato mentre lo si sta leggendo. Senza un briciolo di universalità.











2) MOSCERINE – ANNA MARCHESINI

→ come NON si deve scrivere in italiano.















3) INFERNO – DAN BROWN


→ cercavo intrattenimento, non mi ha intrattenuto.













4) LA MAPPA DEL TEMPO – FELIX J. PALMA

→ noioso e ripetitivo collage di luoghi comuni sulla Londra vittoriana. L'abbiamo capito che Londra era brutta, sporca, pericolosa e abitata da isteriche macchiette, l'abbiamo capito.










5) LA BALLATA DELL'AMORE SALATO – ROBERTO PERRONE



→ insignificante, totalmente rimosso da quanto è banale. Classico romanzo all'italiana: un po' di seconda guerra mondiale, lui e lei che si amano fin da bambini, malattie varie, il tempo che passa, non ci sono più le mezze stagioni...