domenica 14 dicembre 2014

Lacci - Domenico Starnone




Lacci si apre con una lettera che una moglie abbandonata scrive al marito e padre dei suoi figli, una lettera amara dove la donna riversa tutto il suo dolore di donna tradita, che vede infranto il suo progetto di una vita serena. Devo confessare che queste prime pagine del romanzo mi avevano totalmente sviato: temevo fortemente di trovarmi a leggere l'ennesimo libro che scandaglia il vasto campo delle frustrazioni dell'uomo, maschio contemporaneo costretto tra la vita famigliare e la voglia di realizzarsi e godere della propria libertà. La lettera è un crescendo di disperazione e rabbia, mette a nudo tutte le debolezze e le colpe dell'uomo, il punto di vista femminile è smaccatamente unidirezionale. Nel resto del romanzo le prospettive cominciano però progressivamente a mutare. Si scopre che la lettera non ha segnato la fine del rapporto di coppia, i due protagonisti sono invecchiati insieme; ma un evento inaspettato e destabilizzante scompaginerà nuovamente le carte e inesorabile riaffiorerà un livido passato. Tuttavia, a questa nuova rievocazione del passato, nel procedere della narrazione è stato aggiunto qualcosa; quella lettera che ha aperto il romanzo comincia ad acquisire un significato diverso. Il lettore è entrato nelle profonde dinamiche della coppia, o meglio della famiglia, ed è pronto, giusto in tempo leggendo le ultime pagine, a rimettere in discussione tutto ciò che è accaduto. I lacci, evocati concretamente in un tenero e malinconico episodio del romanzo, acquisiscono sempre più un valore simbolico, diventano i compromessi e vincoli intricati che sostengono faticosamente una famiglia.

Il romanzo non ha bisogno di grandi analisi o spiegazioni; è breve, compatto, suddiviso in tre diverse sezioni in ognuna della quale cambia il punto di vista (il padre, la madre, la figlia). Lacci emana un senso di solidità e compiutezza, non c'è una parola fuori posto; Starnone ha indovinato lo stile perfetto per questo tipo di storia: sobrio, fluido. È un romanzo serio, perché con serietà e delicatezza vanno affrontati dei legami affettivi che stringono le persone per la vita, tra marito e moglie, tra genitori e figli. È infatti molto significativo e riuscito l'aver affidato l'ultima sezione del romanzo alle voci dei due figli della coppia: proprio perché hanno vissuto di riflesso il contrasto e la riunione dei genitori, possono fornirne una visione del tutto nuova e più profonda. Il finale, inaspettato, completa il romanzo perfezionando quel senso di amarezza che delicatamente increspa tutta la narrazione.

D. Starnone, Lacci, Einaudi 2014,
pp. 138.
Starnone è riuscito a non incarnare forzatamente nessun personaggio: non c'è una prospettiva, o se volete una ragione, più giusta delle altre. Questo distacco ha, a mio parere, aiutato molto a rendere questo romanzo qualcosa di più interessante, forse di meno facile, del solito lavoro simil-autobiografico su temi simili.

In fondo in Lacci non c'è niente di innovativo e si rimane sempre in una dimensione minima, intima; anche i suoi personaggi sono del tutto comuni. C'è il tema della paternità e della realizzazione personale, del compromesso che ognuno deve accettare, della famiglia e del tradimento. Ma è il modo in cui si affronta tutto questo ad avermi convinto: in questo caso è decisamente l'autore a fare la differenza, Starnone ha classe, ha una prosa tradizionale e raffinata, e soprattutto non scivola mai nell'autocompiacimento narrativo. Non soffoca ciò che sta narrando ma lo valorizza. Si mantiene una certa pacatezza e franchezza che non portano mai a banalizzare o a caricare inutilmente i personaggi. Non c'è, insomma, nulla che distragga dalla storia narrata nella sua versione essenziale. E questo aiuta molto il romanzo, che riesce davvero a lasciare una traccia sottile di commozione nel lettore.


Lacci merita di essere preso in considerazione perché è un romanzo che non fa annunci, non sbandiera innovazioni o sperimentalismi, ma è costruito riga dopo riga con cura e concretezza. Domenico Starnone, insomma, ha scritto un romanzo dignitoso, onesto e coinvolgente dal punto di vista emotivo. Di libri così, ogni tanto, se ne sente proprio la necessità.


mercoledì 3 dicembre 2014

Collezione novembre 2014




Mese ricco! Dopo un periodo di relativa carestia, per la gioia della mia tesi questo mese sono riuscito a dedicarmi alla lettura con più costanza, tra autori francesi e autori italiani, all'insegna della contemporaneità!



Sulla scia dell'assegnazione del Nobel ho conosciuto, come credo molti, Patrick Modiano. Di solito non corro a leggermi gli autori che vincono i premi letterari, ma in questo caso ci sono state convergenze particolari: mi piaceva l'idea di leggere un autore francese contemporaneo, le sue tematiche mi sembravano accattivanti, i libri sono molto brevi quindi un tentativo si poteva facilmente fare. In Dora Bruder l'autore ricostruisce, con massima dedizione, per quanto lo permettono i pochi documenti a disposizione, la vita di una ragazzina ebrea che vive nella Parigi occupata. Modiano inserisce poi elementi autobiografici o della propria storia famigliare, che dialogano con la storia principale. Sullo sfondo c'è una struggente Parigi, ridotta nella sua essenziale natura di città fatta di strade, incroci, nomi di vie, luoghi che sono rimasti immutati nel tempo; ma anche luoghi che hanno cambiato radicalmente faccia rendendo pressoché vano l'esercizio di memoria, che Modiano tenta nel raccontare la sua storia e quella dei suoi protagonisti. Non posso dire che questo libro mi abbia colpito particolarmente, avevo aspettative molo diverse, non mi attendevo infatti uno stile di scrittura così asciutto, quasi asettico in alcuni passaggi. Una componente emozionale però c'è, agisce con discrezione, e mi ha fatto almeno un po' apprezzare il romanzo.


Non contento, di Modiano ho anche letto Un pedigree. In questo caso la componente autobiografica copre l'intero testo. Devo dire che non mi ha detto proprio niente questo vorticoso resoconto della giovinezza dell'autore, sballottato di qua e di là dai genitori, personaggi alquanto bizzarri e anaffettivi. Non che non ci sia anche in questo caso qualcosa di letterariamente valido: il romanzo è fondamentalmente costituito da una serie di incontri, di ritratti dei vari amici e conoscenti dei genitori che frequentano le case in cui visse il giovane Modiano; un ambiente frenetico e folle. Questi incontri, ad esempio, mi hanno vagamente ricordato le atmosfere di Zazie nel metrò di Queneau. Però questo non mi è bastato, non mi ha convinto.


Non ho mai letto così tanti libri con in copertina un paio di scarpe! Ho letto infatti La sposa, raccolta di racconti di Mauro Covacich, di questo libro ne parlerò presto approfonditamente. Per ora dico che avevo molte aspettative perché avevo già potuto apprezzare il potenziale di quest'autore; ma queste aspettative sono andate in gran parte deluse. Sono racconti dalla struttura un po' troppo rozza, scontata. Mi aspettavo davvero di meglio perché le storie narrate, storie spesso tratte dalla quotidianità dell'autore o da fatti di cronaca più o meno noti, non sono poi così interessanti, salvo qualche eccezione.


Il secondo romanzo con tanto di calzature in copertina è Lacci, l'ultimo lavoro di Domenico Starnone. Un bel libro, davvero ben fatto e convincente. Al centro di Lacci ci sono i legami, che possono essere di volta in volta fragilissimi o asfissiati, ma sempre intricati, che tengono insieme una famiglia. Una lettura che mi ha emotivamente coinvolto e che mi ha colpito anche da un punto di vista più strettamente letterario. Anche di questo ne parlerò presto, quindi non mi dilungo oltre.




Gli ultimi due romanzi letti appartengono all'autrice italiana più chiacchierata del momento: Elena Ferrante. Non c'è modo qui di addentrarsi troppo nell'universo narrativo creato da questa misteriosa autrice, sicuramente però con L'amica geniale e il secondo romanzo, Storia del nuovo cognome, siamo di fronte a un bell'esempio di scrittura matura e raffinata, unita ad una trama e dei personaggi coinvolgenti.
I romanzi del ciclo napoletano della Ferrante seguono la vita di due amiche, il destino delle quali continua ad intrecciarsi tra momenti positivi e negativi; pur prendendo strade diverse Lenù e Lila saranno unite da un legame indissolubile fatto di profondo affetto ma anche competizione e incomprensioni. Se cercate una lettura che vi tenga incollati, la Ferrante fa assolutamente al caso vostro. Personalmente sono soddisfatto di questi primi due romanzi, non mi sento però di gridare al miracolo, alla resurrezione della letteratura italiana. Sicuramente siamo a livelli di eccellenza, sia pur nel solco di un genere piuttosto tradizionale.


lunedì 24 novembre 2014

Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank - Nathan Englander




Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Anne Frank è la più recente raccolta di racconti di Nathan Englander, un promettente scrittore americano che è già riuscito ad entrare, proprio con questo lavoro, nella selezione finale del Pulitzer 2011. In questa raccolta si affronta variamente la questione ebraica, anche da punti di vista desueti, toccando certamente il tema dell'olocausto, ma non solo. Ciò che rende molto interessante e credibile il racconto è l'esperienza diretta del protagonista che traspare, sia pur mediata da personaggi e situazioni letterari; Englander è cresciuto infatti a New York in una famiglia ebrea, ha anche vissuto una parte della sua vita in Israele dove ha conosciuto tutte le difficoltà e le contraddizioni dello stato ebraico. Queste molteplici prospettive si sentono tutte e prendono corpo nei vari racconti.

Forse il maggiore pregio della raccolta è proprio la varietà non solo tematica ma anche stilistica: ogni racconto ha caratteristiche uniche, si spinge in una direzione diversa all'interno della vasta sfera della cultura ebraica, cultura che non può prescindere dalla sua storia di dolore che raggiunse il culmine nel XX secolo, ma che non può essere nemmeno ridotta solo a questo. Englander restituisce alle sue radici culturali la loro vitalità e la complessità; non manca di evidenziare anche tutte le contraddizioni, alle volte l'incompatibilità, tra precetti religiosi e la vita contemporanea improntata su modelli occidentali. Englander riesce bene a svincolarsi dall'esigenza, secondo me letterariamente nefasta, di tratteggiare la storia completa e unidirezionale di un popolo, per offrire invece, attraverso i suoi personaggi, delle schegge di vita. Questi racconti per fortuna non sono un pretesto per una lezioncina sul mondo ebraico!

Il progetto d questa raccolta è molto valido e interessante, il risultato non è però sempre esaltate: non tutti i racconti sono coinvolgenti e riusciti allo stesso modo.

N. Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di
Anne Frank
, Einaudi 2012, pp. 208.
Il racconto più convincente è sicuramente il primo che dà il nome anche alla raccolta. In Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank si rielabora l'incubo della persecuzione nazista ancora vivissimo, attraverso il filtro struggente del gioco: in caso di un nuovo olocausto da chi ti faresti proteggere? Di chi ti potresti fidare? Ma non solo, il racconto mette in luce anche le problematiche di più stringente contemporaneità per la comunità ebraica: l'educazione. Englander torna con insistenza sul tema dell'educazione ebraica, con forte enfasi sui divieti che essa impone. Nel racconto si contrappongono due famiglie: da una parte l'ortodossia ebraica di una famiglia che ha scelto di vivere in Israele, dall'altra una famiglia ebrea americana più aperta alle contaminazioni con il mondo non ebraico. Le opinioni si intrecciano, nessuna prevale; nei silenzi, nei discorsi che cadono a metà c'è molto delle atmosfere di Carver. Englander tesse senza toni perentori, addirittura con una gustosa vena di sarcasmo, una riflessione sul senso di appartenenza di un individuo a una comunità, a una storia, a una cultura.

Nel racconto Le due colline Englander elabora una sorta di mito di fondazione di un villaggio israeliano: un'epica moderna condensata nel breve spazio di un racconto. È davvero particolare e suggestiva la scelta di raccontare con la cadenza del mito, della leggenda, la storia di due famiglie: stanziatesi in una terra ostile nel vicinissimo, almeno per noi europei, 1973, che dettero vita a quella che negli anni 2000 sarebbe diventata una prospera cittadina. Non mancano elementi che si avvicinano al realismo magico: azioni del passato hanno ripercussioni inaspettate nel presente, l'aleggiare come di maledizioni che si abbattono sulle generazioni che si susseguono; si fa inoltre forte il valore simbolico della parola, delle promesse. Sarà anche altissimo il prezzo pagato per la fondazione del villaggio su un territorio occupato e strappato al popolo palestinese. Un racconto sul passato che affonda nel mito, di cui rimane sempre traccia nel destino di un popolo; ma anche una riflessione sul tema dell'occupazione e del possesso. Il racconto è promettente, anche se, a mio parere, manca di coesione e incisività in alcuni suoi passaggi.

Englander sconvolge nuovamente la sua scrittura in Peep Show. Il tema di fondo è ancora l'educazione, ma questa volta l'atmosfera si fa surreale e le contraddizioni interiori del personaggio si trasformano in incubi e dialoghi allucinati sul tema della sessualità. Allen, il protagonista, quasi casualmente si ritrova ad essere spettatore di un peep show, uno spogliarello a gettoni; ma l'atmosfera erotica ben presto lascia spazio ad una giostra di visioni sconcertanti dei rabbini, che lo hanno educato secondo i rigidi principi ebraici, e della madre. Il racconto è piuttosto breve ma ben congegnato, la materia onirica e vorticosa del teso è ben gestita da Englander, è utilizzata con bravura senza forzature fastidiose.

Mi sono concentrato su questi tre racconti perché mi sembra esemplifichino bene tutte le potenzialità e le sfumature di questa raccolta di racconti. Tra gli altri testi ce ne sono sicuramente un paio di dimenticabili, magari dove Engalnder sperimenta qualche altro stile e atmosfera senza riuscirci pienamente. È il caso del racconto che è come costruito a scatole cinesi in cui l'autore, impegnato nel suo tour di promozione in librerie sempre più deserte, si trova faccia a faccia con un suo lettore la cui presenza a tutti gli incontri ha un che di demoniaco. Qui l'atmosfera si fa quasi kafkiana ma l'effetto è più soporifero che inquietante. Abbastanza buoni, soprattutto per le riflessioni che portano con sé, sono Arrivano i Bloom e Camp Sundown, dove il tema centrale è quello del sentimento di vendetta e rivalsa. Ho trovato poi assolutamente insignificanti gli altri racconti che ruotano sempre attorno al tema della memoria ma senza lasciare il segno.


Il bilancio complessivo è piuttosto difficile da tracciare. Si percepisce chiaramente quanto Englander sia attento a cogliere spunti e direzioni da tanti scrittori americani contemporanei e non (da Carver a Philip Roth). Questo rende la sua scrittura fresca, contemporanea e matura. La materia che ha affrontato non è sicuramente delle più facili ma ha saputo comunque muoversi bene, anche con una buona dose di ironia e dissacrazione. Riesce inoltre a sfruttare le dimensioni ridotte del racconto dove è possibile fare anche esperimenti stilistici e formali senza stancare troppo il lettore. Ogni tanto tutti questi ingredienti non si sono amalgamati alla perfezione, forse Englander ha voluto strafare, non tutte le variazioni di registro sono andate a buon termine; è un peccato che vi siano dei racconti che proprio non sembrano avere una direzione o una struttura all'altezza degli altri. Englander è un autore che forse con il tempo potrà rivelarsi anche più interessante, sicuramente con Di cosa stiamo parlando quando parliamo di Anne Frank ha dimostrato di avere ben chiaro quale sia il ricco bacino di esperienze e storie dal quale attingere.


domenica 9 novembre 2014

Il tempo materiale - Giorgio Vasta




Il tempo materiale

Appena ho finito di leggere Il tempo materiale ho avuto la sensazione di essermi imbattuto in un testo importante, che avrei impiegato molto tempo per metabolizzarlo. Questo romanzo è un monolite opaco che per più di metà percorso in qualche modo respinge il lettore, resiste ad ogni analisi o considerazione. Come a volte capita con i migliori romanzi, ogni tentativo di frammentare e riordinare le tematiche e i motivi sottesi è destinato a fallire, proprio perché ogni elemento è perfettamente fuso con un altro. 

Quando ho cominciato a leggere Il tempo materiale ho avuto un piccolo sussulto. Siamo a Palermo, siamo nel 1978, si parla di Moro e della Brigate Rosse, i protagonisti sono dei ragazzini. Temevo fortemente che si trattasse dell'ennesimo romanzo autobiografico o generazionale. E invece non è niente di tutto questo.

Vasta concentra la sua attenzione su un periodo di tempo piuttosto ristretto, si parla di un'estate, in cui si assiste ad una tragica e mostruosa metamorfosi dei tre ragazzini protagonisti, di cui uno è il narratore. I tre frequentano le scuole medie a Palermo, nessuno di loro ha grossi problemi in famiglia o a scuola, eppure dimostrano degli interessi molto strani per la loro età, vengono infatti fatalmente attratti dagli eventi tragici che scuotono l'Italia dell'epoca: il terrorismo, il sequestro e l'omicidio di Moro. Subiscono l'infatuazione delle Brigate Rosse che conoscono attraverso i giornali, in particolare subiscono l'effetto dirompente della lingua usata dal terrorismo: così potente, sferzante e vitale, lontana dalle lingua compassata borghese del loro ambiente e della scuola. Ma assieme alla lingua penetrano anche le idee che essa veicola, idee di violenza e di azione spregiudicata, una rivoluzione ad ogni costo a cui tutti possono aderire, anche dei bambini.

Nella prima metà del romanzo si vedono quindi questi tre ragazzini che giocano alle Brigate Rosse, c'è però da subito qualcosa che non va, un senso di disagio che spinge il lettore a proseguire, a sospettare che ci sia qualcosa di più profondo. Vasta gioca sul tema dell'innocenza infantile accostata all'ossessione per la rivoluzione, che i protagonisti coltivano giorno per giorno. Un lucidissimo progetto. Collezionano stralci dei giornali, studiano le tecniche di lotta delle Brigate, modellano il loro corpo, inventano anche loro un linguaggio, abituano le loro menti al calcolo e al freddo bilancio di ciò che è utile alla causa. Il lettore ad un certo punto si trova spiazzato. Cosa è rimasto del gioco? Sono veramente dei bambini? Fin dove si spingeranno? Qui sta la bravura di Giorgio Vasta: il romanzo porta con estrema gradualità il lettore alla consapevolezza piena di ciò che sta succedendo, e l'effetto finale è dirompente. I tre, con lucida volontà, si calano in una spirale di distruzione e morte dalle conseguenze devastanti, difficili da sopportare anche per il lettore più insensibile.

G. Vasta, Il tempo materiale, Minimum Fax 2008, pp. 313.
In verità sarebbe forviante parlare solo di questa terribile escalation perché Il tempo materiale ha un protagonista ben preciso, il suo nome di battaglia è  Nimbo. Tutti e tre i ragazzini sono diversi e vengono diversamente contaminati dal progetto brigatista. Tra i tre la figura di Nimbo spicca perché su di lui si addensano altri temi del romanzo. Nimbo è in potenza la voce più disillusa, non si lascia totalmente abbagliare dal idealismo utopico e amorale del progetto, ha una sua identità che in parte lotta per sottrarsi alla causa. Rispetto ai suoi compagni conserva una traccia di umanità, a tenerlo ancorato alla realtà c'è l'attrazione per una bambina. Quest'infatuazione sarà uno dei fili conduttori del romanzo. In Nimbo c'è una scintilla di maturità o di naturale disincanto  che lo potrebbero salvare.

Appare sempre più evidente che il tema di fondo del romanzo non è il terrorismo o la violenza di quell'epoca storica, capace di traviare anche gli innocenti; non c'è solo questo! È molto forte il tema del contagio delle idee e della forza eversiva del linguaggio. Il tema del contagio è martellante per tutto il romanzo: il bambino protagonista è infatti curiosamente attratto dal contagio, dalla malattia, dal trasferimento anche fisico di un male da un oggetto a una persona o da una persona ad un altra persona; da qui i suoi sforzi per incarnare l'infezione, farla propria. Il tempo materiale è il romanzo del male e dell'odio intesi come malattia e infezione, ma anche dell'infezione come amore e passione.

La storia del romanzo è supportata in modo perfetto dallo stile di Giorgio Vasta. Una scrittura dura, tesa. Ogni parola è soppesata e precisa, insostituibile. Vasta ha un approccio quasi chirurgico nell'elaborare la materia del suo romanzo, si percepisce tutta la cura e l'attenzione a mettere in luce dettagli precisi e a lasciarne nell'ombra altri. Non mancano immagini di forte impatto, descrizioni visionarie, una scrittura che sa essere sia essenziale che espressiva ed esplosiva. Non si cerca la descrizione realistica a tutti i costi della realtà sociale e storica in cui si svolgono i fatti, emergono solo gli elementi utili e significativi. Il picco stilistico si raggiunge quando il protagonista vive delle vere e proprie allucinazioni, dei dialoghi impossibili con oggetti e animali, con i fantasmi che gradualmente si impadroniscono della sua mente sempre più corrotta.

L'impressione generale che lascia questo romanzo è notevole. Vasta ha la grande capacità di far scivolare il lettore nel gorgo da lui creato, e il lettore stesso diventa protagonista e complice azionando il meccanismo che dà vita al romanzo. L'inconsapevolezza e l'innocenza del lettore entra in crisi di fronte a quanto sta succedendo, e non è più possibile tornare indietro.


domenica 2 novembre 2014

Collezione ottobre 2014




Ottobre mese del terrore arancione di Halloween, dell'ebola e di Don Chisciotte...ecco, io non sono stato contagiato da nessuna di queste tre cose.


Che non abbia letto niente a tema Halloween è normale, difficilmente faccio questo tipo di associazioni e poi no saprei proprio da che parte prendere; invece mi ero finalmente deciso a cominciare il Don Chisciotte, che fin dall'inizio dell'anno volevo inserire tra le mie letture di questo 2014. Dopo un periodo di libri sopodeprimenti cercavo qualcosa di più godurioso e scanzonato; così un bella sera, erano le due di notte circa, mi sono detto: “Perché non leggere Cervantes?”. Maledetto me per questa scelta. Mi dispiace, io non ce la posso fare con questo romanzo. Parto col dire che ho probabilmente l'edizione più scrausa sulla faccia della terra: pagine fitte fitte, carattere 2, inchiostro spotacciato qua e là, intere pagine sbiaditine, pagine storte. Insomma, un inferno. Eppure io ho cercato di tenere duro e, nonostante le difficoltà, sono arrivato a fatica a metà romanzo, yee! Adesso però ho intenzione di abbandonarlo senza rimpianti: capisco l'importanza di questo capolavoro assoluto della letteratura moderna mondiale, ma per ora non fa per me. I primi episodi, le prime avventure di Don Chisciotte e Sancho Panza sono anche piacevoli, poi la tiritera si ripete sempre uguale: sempre gli stessi meccanismi, le stesse situazioni e gli stessi equivoci. Mi ha proprio sfinito. Comunque abbandonarlo a metà non è un'operazione del tutto cretina perché è proprio Cervantes a dividere in due le avventure di Don Chisciotte; per ora lo metto via ma non escludo di finirlo e metterci un giorno una bella pietra sopra, perché lasciare le cose così a metà mi sta sui nervi!


Ho finalmente concluso, dopo mesi e mesi, i Nove racconti di Salinger. Volevo proprio vedere che effetto mi avrebbe fatto Salinger a distanza di dieci anni da quando ho letto, come credo la maggior parte dei liceali italiani, Il giovane Holden; mi ricordo che quel romanzo mi aveva lasciato un po' interdetto, da una parte l'avevo odiato profondamente, dall'altra mi aveva messo di fronte a qualcosa di talmente lontano da me che mi aveva disturbato e affascinato. Con i racconti si è praticamente ripetuta la stessa scena. Salinger è un maestro nel tratteggiare i suoi personaggi e le loro esistenze, che nascondono spesso un livido o un rancore, un irrequietezza di fondo che vibra nelle pagine di questi racconti; non a caso i soggetti preferiti sono i ragazzini adolescenti e i reduci di guerra. Salinger ha una tecnica narrativa davvero eccellente: è diretto e antiretorico, sa essere graffiante ma anche esprimere un forte senso di dolorosa compassione. Leggendo Salinger si sente tutta l'influenza che ha potuto esercitare sulla narrativa contemporanea americana e non solo. Resta però qualcosa che mi sfugge, che non mi cattura fino in fondo. Da rileggere, magari spezzettando di meno la lettura.


Il romanzo del mese è stato senza dubbio Le onde di Virginia Woolf. Complesso, enigmatico, inafferrabile. Questo libro è costruito su sei protagonisti diversi che si conoscono fin da quando sono bambini, crescono insieme, prendono strade separate ma continuano ad essere legati da un filo invisibile che li porta a cercarsi, a incontrarsi, a fondersi l'uno con l'altro. La narrazione procede di sezione in sezione passando dai pensieri di un personaggio all'altro, il tutto intervallato da dei brevi capitoli lirici che segnano lo scorrere del tempo riproponendo l'immagine delle onde che pervade il romanzo. È chiaramente impossibile ingabbiare questo romanzo in poche righe di commento. Quello che maggiormente mi stupisce ogni volta che leggo la Woolf è l'estrema cura della sua prosa che, al contrario di quanto possa sembrare all'inizio, non è per niente affettata o manierista o decorativa. Attraverso questi sei protagonisti l'autrice riesce ad indagare tantissimi aspetti dell'animo umano, come un raggio di luce che attraversa un prisma e si scompone nei vari colori che compongono lo spettro del visibile. Ma c'è anche una forza unificante potente che rende il romanzo perfetto e completo: io trovo sempre di più che Virginia Woolf abbia la capacità di pietrificare ciò che normalmente è inafferrabile e di offrirlo ai suoi lettori come pochissimi scrittori hanno mai saputo fare. Tra i romanzi che ho letto è forse quello più ostico, lo consiglio ha chi ha già avuto modo di confrontarsi con l'autrice con Al faro o Mrs. Dalloway.



Tornando poi a una lettura più fresca, mi sono dedicato a Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, un'interessante raccolta di racconti dell'autore statunitense Nathan Englander. Tutto sommato mi sono sembrati dei testi abbastanza validi, non tutti, ma la maggior parte. C'è una certa originalità nel trattare temi molto importanti, anche per la letteratura, quali: l'olocausto, la questione israeliana e, più in profondità, i temi dell'identità, dell'appartenenza ad una cultura magari diversa da quella dominante nella realtà in cui si vive. Mi ha stupito anche la varietà di registri e generi che in una raccolta così snella l'autore è riuscito a sfoggiare con una certa sicurezza, anche se ogni tanto ha, a mio parere, esagerato un po'. Ad esempio ho trovato molto buono il piglio dissacratore con cui mette in discussione alcuni fondamenti dell'educazione ebraica contemporanea: una prospettiva che va oltre i temi della memoria e della persecuzione nazista, che comunque sono presenti e sono trattati in un modo innovativo e per niente scontato. Su questo libro ci tornerò presto con una recensione più approfondita.  


sabato 18 ottobre 2014

Tutte le feste di domani - Veronica Raimo




Veronica Raimo. Tutte le feste di domani,
Rizzoli, 2013, 306 pp.
Tutte le feste di domani è il secondo romanzo di Veronica Raimo. Una prova narrativa molto solida. È un romanzo dal rodaggio lento, richiede una certa pazienza, non bisogna aspettarsi grandi colpi di scena o svolte brusche. Questo potrebbe indispettire qualche lettore, ma vi invito ad andare avanti. La Raimo costruisce il suo romanzo mettendo al centro i suoi personaggi, svelandoli poco a poco. L'esigenza del lettore non è tanto scoprire lo svolgimento della trama, ma è piuttosto completare i ritratti. Proprio l'alchimia tra di essi e la loro lontananza da qualsiasi canone e stereotipo sono la vera forza del romanzo. La lentezza della narrazione ci vuole tutta per poter mettere in luce al meglio i personaggi in tutta la loro spigolosità.

Di che storia si sta parlando? Siamo negli anni 80, si narra l'incontro e i primi turbolenti anni di matrimonio di Alberta, una brillante e stravagante ex studentessa universitaria, e Flavio, professore di estetica proveniente da una famiglia borghese romana. Ecco a voi i coniugi Falsini!

Il romanzo ruota attorno ad Alberta, donna dalla personalità forte e complessa. Starle vicino è una vera sfida per chiunque. Diciamolo fuori dai denti, è una grandissima stronza. O almeno così verrebbe da definirla a una prima occhiata. È proprio questo il suo fascino indiscutibile! Alberta è ingombrante, si impone avidamente per tutto il romanzo, che a stento la contiene. Qualsiasi cosa faccia o non faccia si è spinti sempre a seguirla in ogni follia o colpo di testa. Alberta è una giovane donna di grande intelligenza e cultura ma priva di qualsiasi ambizione e direzione, il matrimonio col professor Falsini le permette una vita agiata e oziosa, una dimensione borghese apparentemente in contrapposizione con i suoi ideali. L'aspetto più disturbante, ma molto piacevole, è che è una totale impenitente e i suoi pensieri sembrano impenetrabili. Fino in fondo al romanzo non si fa inquadrare completamente, né dai lettori né dagli altri personaggi. Originale, fuori dagli schemi, capace ci grandi emozioni, un personaggio letterario contemporaneo perfetto.

In questo romanzo non c'è la ricerca di nessuna redenzione, non è un romanzo di formazione, non c'è una linea morale. C'è verità e complessità nei rapporti umani, nei desideri e nelle aspirazioni di ciascuno dei personaggi. Non ci sono buoni e cattivi. Alberta è scorretta verso il marito ma è lei in tutto e per tutto. Il matrimonio dei Falsini è, secondo l'idea convenzionale, impossibile e distruttivo, eppure esiste e in qualche modo funziona.

Veronica Raimo ha una scrittura tesa e molto concreta. Ha la giusta freddezza verso ciò che sta narrando. Avrebbe potuto essere anche più asciutta e diretta. Ho apprezzato molto la costruzione della narrazione che è ricca di episodi toccati da un gustoso destino ironico, di eventi repentini e spiazzanti. Alberta è una stronza, certo, ma una stronza a cui ogni tanto le cose vanno male, diventa una figura quasi comica. Ho il sospetto che ci sia molto di Veronica Raimo in Alberta. Si poteva probabilmente osare ancora di più, vincere in maniera più efficace molte altre convenzioni, ma siamo già sulla buona strada.

Un'ultima cosa, mi ha colpito in positivo l'ambientazione, assolutamente necessaria, in un contesto borghese ma di alto profilo culturale. Siamo invasi da libri generazionali, su persone emarginate, poveracci in cerca di riscatto o su i disagi più svariati. Finalmente una prospettiva diversa e intelligente, gestita molto bene e senza disagi dalla Raimo. Credo che sia molto difficile rendere con credibilità i pensieri e le scelte di personaggi così strutturati.

Per concludere, è un romanzo dignitoso. Comprendo che a qualcuno possa sembrare troppo lento e inconcludente, ma le sua particolarità per cui vale la pena un tentativo di lettura sono altre. Veronica Raimo è una scrittrice da tenere d'occhio, sono sicuro che ci darà molte sorprese in futuro!

martedì 7 ottobre 2014

Collezione settembre 2014




Settembre mese di classici! Sì, decisamente, in questo mese ho bandito le novità editoriali per dedicarmi a classici della letteratura, perché fa sempre bene, perché alla fine io torno sempre lì, tra i classici, che danno spesso più soddisfazione. Inoltre ho potuto sperimentare incredibilmente quella forza misteriosa che sono sicuro qualsiasi lettore ha provato almeno una volta: trovarsi a leggere inconsciamente, senza premeditazione, libri profondamente collegati tra loro. È sempre bello quando si riesce a creare dei percorsi tra le letture che si fanno, ed è altrettanto misterioso come questo avvenga anche quando non lo si ricerchi!


Lo confesso, ho un'autentica venerazione per Sciascia. Lo trovo uno scrittore raffinato ma al contempo estremamente concreto, la sua è una scrittura tesa e precisa che ancora oggi credo che dovrebbe essere presa a modello non solo dagli aspiranti narratori, ma anche dai giornalisti. Parlo di giornalisti non caso dato che La scomparsa di Majorana, pur essendo secondo me a tutti gli effetti un romanzo, è strutturato come un'inchiesta. Sciascia tenta di ricostruire la scomparsa del geniale fisico siciliano attraverso i documenti e le testimonianze, approdando ad una sconcertante verità. Sullo sfondo c'è il fermento del mondo scientifico per le nuovissime scoperte, c'è lo spettro della bomba atomica. Il tema della responsabilità, del limite della scienza sono il sottofondo segreto della vicenda personalissima e umana di Ettore Majorana. La scomparsa di Majorana è un romanzo brevissimo ma davvero appagante da tutti i punti di vista, un piccolo capolavoro che può sembrare all'inizio un po' ostico. Assolutamente da leggere.



A Dedalus o Ritratto dell'artista da giovane di James Joyce facevo la corte già da un po', finalmente mi sono convinto a leggerlo. Anche questo è un classico che non credo abbia bisogno di molte presentazioni, anche se non credo sia tra i classici più letti e conosciuti almeno in Italia. Nel romanzo seguiamo l'infanzia e la crescita interiore e intellettuale di un ragazzo che manifesta fin dalla più tenera età una spiccata sensibilità e una capacità immaginifica tipica di un'artista. Il percorso di formazione segue varie tappe, vari episodi della sua vita che lo plasmano nel bene o nel male. Non è un romanzo facile, per niente, non tanto per lo stile (niente a che vedere con l'Ulisse!) quanto per la presenza di sezioni abbastanza pesanti sulla politica irlandese di fine Ottocento, la dottrina cattolica, la scuola gesuita, la filosofia estetica medievale e così via. In verità tutte queste informazioni hanno un senso nella costruzione del romanzo; se si riesce a superare l'ostacolo di queste sezioni all'apparenza pedanti, si riuscirà anche ad apprezzare il valore di quest'opera. Poi ci sono delle pagine così piene di poesia e forza immaginativa e stilistica che da sole valgono il romanzo.



Il piacere di D'Annunzio l'avevo scampato come lettura al liceo, quindi ho pensato di rimediare. Ero molto molto diffidente verso questo romanzo ma devo dire che in parte mi sono ricreduto. D'Annunzio è certo sinonimo di esagerazione ed esuberanza anche narrativa, questo rende alle volte faticosa la lettura, tuttavia io mi aspettavo qualcosa di decisamente più stucchevole, invece non mi ha (quasi) mai dato quest'impressione! Il mondo raffinato in cui è immerso Andrea Sperelli è fatto di mondanità, chiacchiericcio, labili relazioni ma anche grandi passioni; tuttavia anche il protagonista de Il piacere è un artista e il protagonista dialoga con questo mondo, non è una semplice e, appunto, stucchevole descrizione della bella vita romana. Anche Andrea Sperelli, come il protagonista di Dedalus, ritrova nella poesia la sua vera natura. La poesia nasce da intuizioni visive, moti interiori e la descrizione del mondo esterno li riflettono e alimentano. Insomma, leggere Il piacere come una raffinata soap opera, come una storia d'amore esageratamente pompata, è davvero ingiusto, c'è molto altro. Come del resto non può essere solo ridotto ad un bell'esercizio descrittivo. I punti di contatto con Dedalus sono sorprendenti, non solo per il tema, cioè la ricerca di una propria arte e una riflessione costante sul bello, ma anche per la struttura dei due romanzi e per il viaggio di formazione che propongono. Un giro in internet ha confermato il legame tra D'Annunzio e Joyce (che lo considerava uno dei più grandi autori italiani). Mi piacerebbe approfondire...


venerdì 26 settembre 2014

Il mio Premio Campiello 2014




Dato che a questo giro mi sono ritrovato ad aver letto tre dei romanzi del Premio Campiello, mi sembra giusto fare un po' il punto della situazione, come ho già fatto per il Premio Strega. Anche in questo caso valgono le premesse che ho già fatto per l'articolo analogo sullo Strega: fondamentalmente del premio in sé non mi importa più di tanto, non sono un lettore che si fionda a comprare tutti i vincitori dei concorsi letterari; trovo più interessante capire che genere di libri arrivano a questi premi e che immagine del panorama letterario italiano trasmettono. È innegabile infatti che, come lo Strega all'inizio dell'estate, anche il Campiello monopolizzi l'attenzione in questi mesi, in attesa delle nuove uscite autunnali.


Scopro le carte. Non ho letto tutti e cinque i romanzi e non ho la presunzione di scrivere facendo finta di averli letti, non è nel mio stile e lo trovo molto fastidioso. Al massimo potrei dirvi perché non mi hanno incuriosito, ma niente di più. Mauro Corona, qui con La voce degli uomini freddi, non l'ho mai letto; diciamo che quando mi capita di vederlo in qualche programma televisivo cambio volentieri canale e mi ha sempre dato l'impressione di far parte di quei autori monotematici e un po' saputelli. Mettiamoci anche che l'argomento montagna non è proprio nelle mie corde.

Di Le vite di monsù Desiderio di Fausta Garavini ho proprio avuto difficoltà a farmi un'idea, ad ogni modo non mi attira il tema; ammetto di essere molto diffidente verso i romanzi storici di questo tipo. Inoltre, se proprio vogliamo essere cattivi, quando si vedono queste cinquine con quattro uomini e un donna, il sentore di quota rosa è difficile da ignorare (per altro un discorso molto simile si può fare per lo Strega di quest'anno con la candidatura della Cilento...).


IL primo libro che ho letto è stato Roderick Duddle di Michele Mari

→ QUI la mia recensione.

Aspettavo questo romanzo da molto tempo. Il fatto che sia stato selezionato per il Campiello è stata una piacevole sorpresa, ma il valore di Michele Mari e del suo romanzo non ha di certo bisogno di un premio. È un romanzo piacevolissimo, inusuale e sorprendente. Mari è uno dei migliori scrittori italiani e con questo romanzo lo ha confermato. L'autore segue un percorso creativo unico dove la fantasia e il gioco letterario sono a altissimi livelli, ha un modo di intendere il romanzo e di essere scrittore profondamente diversi da chiunque altro. Per me è il romanzo migliore in cinquina, senza alcun dubbio.




La gemella h di Giorgio Falco è il romanzo più chiacchierato di quest'anno.

QUI la mia recensione.

Lodi sperticate un po' ovunque, ma anche una critica pungente di Franco Cordelli che ha sollevato un vespaio di polemiche che hanno poi investito tutti gli autori italiani contemporanei. Sicuramente è un romanzo interessante e ambizioso, con dei punti di pregio, e si era già fatto notare prima della selezione del Campiello. E' un romanzo per niente provinciale che prova ad ampliare gli orizzonti dei temi e degli argomenti che di solito si trattano nei libri 'impegnati' italiani, chiusi nella storia nostrana. Non è però del tutto privo di difetti, alcuni dei quali decisamente fastidiosi. Nella cinquina di un premio nazionale un libro così ci sta perfettamente: alimenta il dibattito, fa tornare la voglia di parlare di libri e di scrittura, di andare a spulciare fra le righe del testo, invece di perdersi magari nei soliti discorsi salottieri sui mali dell'editoria (che piacciono tanto a chi i libri, in fondo, non li legge).




Pochi giorni prima della premiazione mi sono trovato a leggere anche Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana, che, ma dai, ha vinto il Campiello 2014.

QUI la mia recensione.

Sono stato molto molto severo nei confronti di questo libro, e non potete dire che l'ho fatto perché fa figo avere un parere controcorrente: la recensione infatti è uscita prima che avesse vinto il premio, quando lo stesso Fontana poteva forse solo sognarselo di avere il successo (ammettiamolo, poco pronosticato) che ha avuto. Per farla breve il motivo per cui non ritengo questo un buon romanzo, e assolutamente non trovo che sia significativo premiare questo romanzo, è che Morte di un uomo felice è drammaticamente troppo troppo tradizionale e senza carattere. Ha tutte le caratteristiche per far presa su un pubblico ampio e generico ma quel che resta dopo la lettura è davvero poco. Fontana porta a casa un romanzo senza sforzo creativo, senza stile (nel senso più ampio del termine). Se mi permettete, l'ho trovato un romanzo facile, fin troppo. Giudizio troppo snob? Può essere.


Come? Non ho ancora scritto che Fontana è un autore giovanissimo, una dei più giovani vincitori del Campiello? Non ho ancora scritto che il suo romanzo parla di un periodo storico in cui addirittura lui non era neanche nato? Ma è proprio un genio questo Fontana! Fontana ha già scritto mille mila romanzi, deve essere bravo davvero allora! Ecco, se non ho scritto nulla di tutto ciò, c'è un motivo.

Premetto che non ho nulla contro Fontana, sembra pure una bella personcina, per carità; ma tutto quello che penso nasce esclusivamente dalla lettura del suo romanzo, lettura che non so quanti giornalisti hanno fatto prima di scrivere gli articoli che sono usciti dopo la sua vittoria al Campiello.

Questo per dire che ho trovato insopportabili la stragrande maggioranza degli articoli, anche di autorevoli giornali, per i quali la giovane età dell'autore è l'unico elemento di interesse, anzi, direi di merito. Giorgio Fontana si è meritato il Campiello perché è giovane, perché è umile, perché lavora come informatico e scrive per passione, perché parla di cose che non appartengono alla sua generazione, perché ha già pubblicato molti romanzi. Morire se vi fosse qualcuno che sia sceso nei dettagli, che avesse cercato di motivare l'entusiasmo per questo insperato successo al Campiello evidenziando elementi del romanzo stesso!

Adesso, io non sono un vecchio babbione, sono anche più giovane di Giorgio Fontana; ma a me tutte queste considerazioni mi sembrano un mucchio di cretinate. Io credo fermamente che l'età di un autore, così come il sesso e tanti altri aspetti, non possano essere considerati dei valori aggiunti significativi. Novità, merito e gioventù non sono sinonimi. Al massimo può far piacere assegnare un premio a un autore giovane perché questo potrebbe essere un incentivo al suo lavoro, ma credo che prima di tutto e di ogni affermazione, si debba inevitabilmente partire dal romanzo e solo dal romanzo.

A maggior ragione in questo caso: nell'opera di Fontana non c'è nulla di 'giovane', cioè non c'è nulla di innovativo. Fontana in questo romanzo giochicchia nel già detto e già fatto. Se continua così temo che presto diventerà uno di quei autori mediocri e fastidiosamente prolifici, sempre pronti, magari sotto Natale, a mandar fuori il loro nuovissimo libro, che di nuovissimo non ha niente. Del fatto che poi abbia già scritto molti romanzi, non mi va neppure di commentarlo per quanto è un'osservazione cretina. 

Fontana, svegliati. Usa questa popolarità per fare qualcosa di meno gigione.


Insomma, cosa mi è restato di questo Campiello?

Sicuramente un bellissimo libro che ha saputo veramente intrattenermi come non succedeva da tempo: Rodercik Duddle. Nel bene o nel male sono comunque state letture che mi hanno fatto ragionare, che sono potenziali oggetti di dibattito e confronto tra lettori, e questo è positivo. In questo senso la selezione del Campiello mi è parsa più interessante di quella dello Strega, anche se il risultato finale non è stato poi tanto diverso.





sabato 13 settembre 2014

Morte di un uomo felice - Giorgio Fontana



Morte di un uomo felice


Morte di un uomo felice si apre con una parola pesante: vendetta. Nello specifico la vendetta che vuole un bambino che ha appena perso il padre, politico democristiano nella Milano degli anni Ottanta, in un attentato organizzato da una cellula terroristica legata alle Br. A cercare di dare risposta a questo appello di vendetta c'è il magistrato Giacomo Colnaghi, protagonista del romanzo: uomo con una profonda e sincera fede, riflessivo, sofferente per questa stagione di terrore che non accenna a finire. Colnaghi, come ci si attende, è un uomo di stato integerrimo; ma allo stesso tempo vive un certo dissidio tra il ruolo che deve coprire quotidianamente e i suoi ideali. Colnaghi in fondo comprende l'esigenza di cambiamento e di protesta, purtroppo macchiata dall'omicidio e la violenza delle frange più estreme. La vicenda che vede protagonista Giacomo viene ogni tanto interrotta da alcuni capitoli dedicati a suo padre, che aderì alla resistenza e morì durante una missione quando Giacomo e sua sorella erano molto piccoli.

Il romanzo, come spero di aver dimostrato in questo riassunto molto compatto, mette sul fuoco tantissimi elementi e sviluppi potenziali. Già questo è abbastanza strano per un romanzo piuttosto breve; ma il problema fondamentale è che alla densità di spunti narrativi non corrisponde un romanzo sostanzioso, anzi! Inizialmente si ha la sensazione che al centro di Morte di un uomo felice ci sia l'indagine a seguito dell'attentato, in verità questa pista si rivela solo un labile pretesto narrativo volto a catturare nelle prime pagine l'attenzione del lettore. Non è poi portato avanti con coerenza e recisione, non c'è indagine, Colnaghi e la sua squadra fondamentalmente non fanno niente, sono figurine statiche che riflettono dei massimi sistemi e il caso si risolve senza una benché minimo traccia di acume investigativo. E pensare che è la stessa sinossi parla di inchiesta complessa e articolata! Specchietto per le allodole per garantirsi quattro lettori in più, traditi dal formato del romanzo Sellerio: piccoletto, smilzo, dall'inconfondibile copertina blu scuro, che fa tanto Montalbano (commento troppo cattivo?).

G. Fontana, Morte di un uomo felice,
Sellerio 2014, pp. 261.
Forse allora il vero cuore del romanzo è l'ambientazione storica, quindi una riflessione, uno squarcio, su un momento delicato e oscuro della storia italiana. Giorgio Fontana non dimostra di avere l'abilità necessaria per poter creare un'atmosfera storica convincente, figuriamoci per fornire una chiave di lettura originale e di peso. Il romanzo è costellato da piccoli riferimenti all'epoca storica in cui è ambientato: il cantante in voga del momento, il fatto di cronaca, qualche oggetto iconico del periodo e così via. Tutti questi dettagli risultano però incoerenti e assolutamente insufficienti per restituire la giusta atmosfera; Fontana ha sicuramente fatto le sue ricerche ma questo non basta. Che dire poi degli innumerevoli episodi in cui l'autore sente il bisogno di segnalare, peggio di un navigatore satellitare, gli spostamenti dei personaggi elencando lunghe serie di nomi di vie? Non si conferisce realismo e verisimiglianza al romanzo ricostruendo una piantina di Milano!

L'unico elemento che potrebbe avere un qualche valore è l'accostamento tra il presente di Colnaghi e le vicende del padre partigiano. E' chiaro come questo sia un campo molto scivoloso: si vuole forse suggerire un confronto sul tema della lotta tra queste due epoche? Si vuole rilevare le differenze, smantellando l'uso retorico dei brigatisti della parola partigiano? Tutte domande lecite e importanti. Peccato che nulla di tutto questo venga portato fino in fondo nel romanzo. Mi sorge il dubbio, ma si sa che sono perfido e malizioso, che questo pescare dalla storia italiana, specie richiamando la letteratura resistenziale, sia piuttosto un'operazione finalizzata a blindare il romanzo su temi che nessuno oserebbe mai criticare, temi su cui creare facile consenso e sicuro interesse. Si sa, ci sono argomenti che funzionano sempre. Anche senza voler pensare male, i flashback nella storia del padre sono scialbi e trascurabili.

Resta allora un'ultima possibilità di interpretazione del romanzo: ancora una volta mi viene in aiuto la sinossi ricordandomi la profonda inquietudine del protagonista. In effetti la piega introspettiva sembra essere più persistente e coerente in tutto il romanzo. Non è del tutto trascurabile il modo con cui viene descritto il conflitto interiore tra Colnaghi come uomo profondamente cattolico e magistrato, quindi personificazione della giustizia e del potere, e il Colnaghi più aperto al cambiamento. Il grande limite di Giorgio Fontana è che non riesce fino in fondo a far incarnare questo dissidio nel personaggio: a ben guardare tutti i personaggi discutono moltissimo di cosa sono, da che parte stanno, in cosa credono, della loro idea di giustizia, applicano di continuo etichette politiche e ideologiche. Ma cosa penetra di tutte queste parole nei loro gesti e nei loro pensieri? Molto poco. Limitandoci anche solo al protagonista, il risultato è un personaggio del tutto dimenticabile, senza sostanza.


Morte di un uomo felice, da qualsiasi prospettiva si legga, nonché nella sua globalità, è un romanzo a mio parere senza carattere e trascurabile. Qui non si tratta di dover per forza incasellare Morte di un uomo felice in un genere, non è un problema un romanzo composito, ma l'opera di Fontana ammicca di qua e di là non portando a conclusione niente. Non ci sono particolari punti di pregio e nemmeno parti del tutto illeggibili: il risultato è un romanzo monotono e piatto. Di certo non aiuta la scrittura di Giorgio Fontana: eccessivamente ripetitiva, le frasi sono costruite secondo tre o quattro moduli ricorrenti, non c'è uno scarto nel ritmo, non c'è variazione, tutto scorre con la stessa velocità, ho trovato orrendo l'uso della punteggiatura. Una scrittura sciatta che si spaccia per sobria ed essenziale, ma che, non c'è niente da fare, è solo sciatta.


In conclusione direi che non ci sono grandi motivi per cui valga la pena procurarsi questo libro. Anzi, probabilmente l'unico motivo è la fascetta che ricorda che il romanzo è entrato nella cinquina dei finalisti del Campiello. Sconsigliato.


domenica 7 settembre 2014

La gemella H - Giorgio Falco





Giorgio Falco ha scritto un romanzo piuttosto difficile da inquadrare. È sicuramente interessante per i temi che tratta e per il taglio che l'autore dà alla vicenda; forse è più valido per le riflessioni che solleva più che per il testo in sé, che non ho trovato particolarmente coinvolgente. La gemella H ha anche, a mio parere, qualche difetto stilistico molto penalizzante.

Il romanzo segue le vicende di una famiglia tedesca, gli Hinner, tra gli anni Trenta e tutto il secondo Novecento. Inizialmente vivono in una tranquilla cittadina bavarese, lontana dal chiasso e dal fermento dell'ascesa al potere di Hitler; ma naturalmente non è una comunità estranea a quel che sta succedendo nel paese. Hans Hinner, il padre, è il protagonista dell'ascesa sociale della famiglia ed è forse il miglior personaggio del romanzo. Hans è molto ambizioso, ha un vero intuito per gli affari e per ottenere il massimo da ogni situazione; collabora a un giornale locale e si fa subito notare per la sua intraprendenza. Trasformando il giornale in un veicolo perfetto per la propaganda nazista, Hans ottiene il rispetto e il benessere economico che inseguiva da una vita. Le due figlie di Hans, gemelle, sono le protagoniste designate da Giorgio Falco, le narratrici principali del romanzo; in particolare è attraverso Hilde, la gemella più sensibile e inquieta, che si viene a conoscenza di questa prima parte della vita della famiglia Hinner. La compromissione definitiva di Hans Hinner, la macchia indelebile che ogni lettore avrà di fronte agli occhi durante la lettura del romanzo, avviene in questo contesto: gli Hinner, nella loro corsa per un posto al sole nella loro comunità, acquistano ad un prezzo irrisorio, quasi un esproprio, la bella casa di una famiglia di ebrei. Per la storia è l'inizio della persecuzione ebraica, per il romanzo è il punto di non ritorno: l'affermarsi di quella volontà di prevaricazione cosciente o incosciente che sia, ma anche l'emergere di un forte individualismo, della famiglia come unico orizzonte possibile entro il quale vivere, organismo da proteggere e crescere, chiuso al mondo.

Valeva la pena secondo me spendere qualche parola in più per questa prima parte del romanzo, il seguito infatti si sviluppa in modo piuttosto lineare e compatto. Le due gemelle si trasferiscono a Merano con la madre malata; con la caduta del Terzo Reich anche il padre raggiunge la famiglia ed è costretto a reinventarsi. In seguito le gemelle Hilde e Helga cresceranno a Milano per poi gestire con il padre un albergo sulla riviera romagnola.

Il romanzo procede come una delle tante saghe famigliari, almeno apparentemente. In verità il peso della storia, del contesto storico, si fa sentire. Durante la lettura ci si accorge che manca qualcosa, qualcosa di atteso e importante: manca da parte dei protagonisti un giudizio sul passato, addirittura qualcuno potrebbe sentire la mancanza del senso di colpa e, perché no, della vergogna. La famiglia Hinner è cresciuta e ha prosperato non solo grazie allo spirito di intraprendenza che la contraddistingue, ma più concretamente con il denaro della propaganda nazista. Poi, con oculati investimenti, il padre ha permesso a Hilde e Helga di condurre una vita del tutto tranquilla, magari banale e monotona, ma senza scossoni. Hilde e Helga non si chiedono mai del loro passato, non interrogano il padre, non giudicano e non esaminano; sicuramente Hilde rappresenta una voce più critica e tormentata rispetto alla sorella Helga, ma non è sufficientemente forte per portare a una qualche svolta.

Il tema della responsabilità, sia del singolo individuo che di un'intera comunità, è certamente centrale in gran parte della letteratura che ruota attorno allo stesso periodo storico. Giorgio Falco invece opera un taglio netto che fa virare il testo verso un prospettiva sicuramente insolita e potenzialmente sconcertante. Nella famiglia Hinner non si parla del passato, mai. In verità non solo nella famiglia protagonista del romanzo avviene questa rimozione, è un'intera generazione che cerca un nuovo punto di inizio: l'unica dimensione a cui rivolgersi è il presente, a ciò che si può avere e ottenere in un paese che è certamente distrutto ma anche ricchissimo di possibilità tutte da sfruttare. In questo orizzonte i tedeschi si trasformeranno presto, nell'immaginario comune, in turisti dai sandali e calzini bianchi, ricchi e bonari clienti che riempiono gli alberghi italiani, come quelli che nel romanzo soggiornano dagli Hinner.

Ne La gemella H si mostra tutta l'elasticità dell'uomo, la sua capacità, alle volte agghiacciante, di ricominciare e dimenticare, ripartire senza accorgersi dei cambiamenti in atto; tutto questo viene esasperato dalla ricerca del benessere a tutti i costi. Giorgio Falco sembra suggerire che proprio in quel contesto storico particolare, sotto i regimi totalitari nazi-fascisti, siano nati gli imperativi dell'epoca moderna del consumismo e dell'individualismo. Emblematico è l'episodio dell'acquisto della prima automobile della famiglia Hinner, non un semplice veicolo ma un simbolo:

Opel, in attesa di Mercedes. Sarebbe stupido porsi un limite, se neppure conosciamo il futuro. Il costo di una Mercedes potrebbe essere perfino basso, in rapporto al domani. Una nuova casa. Una nuova cucina. Una nuova macchina. Avremo tutto ciò che meritiamo, amore, anche se non ci credi.

Sempre alla macchina, qui che viaggia su un'autostrada è legato il tema del crescente individualismo:

L'asfalto seziona i boschi, gli alberi dalla Opel Olympia sono estranei, non sono più i tronchi e i rami visti in bicicletta dalle strade laterali prima della costruzione della bicicletta; sono una rappresentazione, tronchi e rami qualunque, che non indicano tanto un luogo quanto una tappa mentale.
...
L'autostrada vive attraverso il parabrezza e i finestrini, Hans Hinner riconosce le impronte delle gemelle, i corpi fusi degli ultimi insetti sopravvissuti all'estate. […] L'unione dei segni familiari e l'accumulazione del paesaggio divengono espressione del vero volto, il progetto per il traffico individuale di massa.

Tutte queste suggestioni, che scatenano inevitabilmente durante la lettura, non sono direttamente trattate da Giorgio Falco. L'autore, si potrebbe dire, si accontenta di offrire una narrazione dei fatti, senza giudizio e senza calare ciò che viene narrato in un dibattito o in una riflessione che vada oltre. È particolare quindi il rapporto che si crea tra La gemella H e il lettore, che è portato a riflettere su ciò che, per assurdo, nel romanzo non c'è. Direi che il romanzo ha quindi più livelli di lettura: non tutto è immediato ma ci sono elementi che acquistano valore nel tempo, una volta arrivati in fondo. Il rischio è probabilmente quello di sovrinterpretare ciò che di fatto nel romanzo non c'è, e in parte credo di averlo fatto anche io in questa recensione. Il romanzo resta, a mio avviso, troppo ambiguo tra la messinscena di una banale e alle volte malinconica quotidianità, e un intento narrativo più ambizioso e profondo.

G. Falco, La gemella h, Einaudi 2014, pp. 351.
La gemella H ha comunque il pregio di non fornire verità scontate e giudizi gratuiti: Giorgio Falco è un autore che mette veramente al centro la narrazione. Si nota una certa freddezza nello stile e nel modo di tratteggiare personaggi; questo non mi è dispiaciuto affatto. I personaggi, in particolare le due gemelle protagoniste, restano figure sfuggenti, senza volto, funzionali al narrato e basta. Anche il tema del doppio non viene portato all'estremo e gli sviluppi delle vite di Hilde e Helga non seguono strade opposte o totalmente divergenti: non c'è, per fortuna, una gemella ''buona'' e una ''cattiva''. Hilde è la voce diversa, ma quanto è veramente diversa?

Giorgio Falco ha portato avanti un'operazione di sottrazione abbastanza consapevole e ben eseguita, finalizzata a raggiungere l'essenza del soggetto narrato. Giustamente è una narrazione priva di epicità, molto efficace quando si mantiene sui toni medi e fluidi che si addicono all'atmosfera del romanzo. Il problema sorge quando Giorgio Falco prova ad impreziosire la sua prosa con virtuosismi, espressioni metaforiche e vari artifici che gli sfuggono totalmente di mano creando un effetto pessimo. L'autore non mi pare che abbia saputo servirsi ad arte dei mezzi espressivi con cui avrebbe voluto colorare il testo.

Occorre fare un passo indietro. L'autore dimostra fin dalle prime righe di volersi adeguare ad uno stile che non saprei meglio definire se non come di gusto internazionale contemporaneo. C'è una ricerca intensa della fluidità del testo, frasi secche e spesso icastiche, un procedere apparentemente sommesso in cui l'autore è sempre pronto a spiazzare con accostamenti stridenti e cambiamenti repentini, un gioco continuo dei punti di vista, varietà di tecniche narrative impiegate, un senso di tempo sospeso e molto spazio al non detto... potrei andare avanti a lungo ma spero di aver reso l'idea di che cosa intenda per gusto internazionale contemporaneo.

Ho trovato che però in alcuni casi Giorgio Falco abbia abusato di questi espedienti o comunque non abbia saputo valorizzare il suo testo, correndo spesso il rischio di mortificarlo. In particolare ho trovato fuori luogo alcune inserzioni gratuite e goffe di espressioni metaforiche senza senso, vuote e grossolane. La ricerca della frase ad effetto è insopportabile, soprattutto in un romanzo come questo dove si dovrebbe invece lavorare molto di cesello per mantenere quell'essenzialità che è il suo punto forte.
Per darvi un esempio, ecco come descrive le commesse delle Rinascente:

Siamo tutte giovani, alcune di noi non cercano solo clienti, tastano gli oggetti per assumerne il medesimo splendore: sorridono, un sorriso spinto a tal punto da essere in competizione della merce, la fotosintesi, il movimento dei pianeti.

Allo stesso modo c'è un abuso di elenchi sterminati che alle volte hanno un senso: permettono di catalogare la realtà, sminuirla e scomporla in una serie di oggetti o fatti di poco conto; ma in molti casi è piuttosto una zavorra stilistica, una sorta di marchio di fabbrica da applicare qua e là. Lo stesso discorso si può fare per le innumerevoli frasi nominali, puramente descrittive, dei flash statici su oggetti e persone; anche queste fanno molto scrittore contemporaneo, l'abbiamo capita, ma dopo un po' diventano scoccianti. Già dall'incipit ci si può fare un'idea:

È l'inizio, l'istante in cui ricordare significa cancellare i tentativi precedenti, fagocitati dall'immagine definitiva, che rivive l'esistenza e assorbe tutte le altre possibilità, anche le dimenticanze serbate nella memoria: erba del primo mattino, foglie responsabili della penombra, sagome sudate a mezzogiorno, volto di donna quando finisce di intonare una canzone, gocce di sangue sulla neve fresca, il giorno in cui, per la prima volta, tratteniamo il respiro di fronte a un cesto di mirtilli, le vene gonfie del collo, quelle delle tempie in rilievo, per immaginare la nostra morte da bambini.

Io lo trovo esagerato.


Si ringrazia TrentinoTrasporti per avermi gentilmente "offerto"
almeno un paio d'ore di lettura, utilissime per finire libro.
Per concludere direi che La gemella H è un romanzo sicuramente interessante e unico. Ha raccolto una valanga di recensioni e critiche positive ed è giusto così, sicuramente ha il merito di far lavorare molto il lettore offrendo spunti e interrogativi piuttosto importanti. Non posso però ignorare l'impressione generale che mi ha dato, al netto delle riflessioni sul tema. È un romanzo che non mi ha entusiasmato durante la lettura e non è riuscito a catturare pienamente la mia attenzione. L'obiettivo ambizioso non è stato per me totalmente raggiunto. A questo fallimento contribuiscono decisamente gli scivoloni stilistici, troppi e davvero grossolani, e in generale una scrittura che non sempre sa trovare una cifra efficace.